So fare “se”: quell’espressione che usava Andrea Canevaro

di Luca Grecchi*
«Come Andrea Canevaro – scrive Luca Grecchi -, sarei felice se tutti i docenti si predisponessero, almeno una volta, ad ascoltare la voce di studenti che credo si rivolgerebbero loro con queste parole: “Caro professore, anch’io so imparare se tu cerchi di spiegare le cose tenendo conto del mio funzionamento cognitivo; anch’io so prendere buoni voti se tu prepari, nelle verifiche, adeguate prove equipollenti, che so essere più impegnative per te da predisporre, ma per me sono necessarie”. E molto altro si potrebbe aggiungere»
Keith Haring, "Rebel with Many Causes" ("Ribelle per molte ragioni"), 1989
Keith Haring, “Rebel with Many Causes” (“Ribelle per molte ragioni”), 1989

Come sa chi conosce i miei testi, io sono essenzialmente uno studioso di filosofia antica. Ciò nonostante, da molti anni seguo il tema dell’inclusione, per cui, nel 2025, ho deciso di realizzare il libro Filosofia, inclusione, comunità per comporre il quale ho dovuto studiare molto.
La filosofia era il mio campo, e anche sul concetto di comunità, importante per il nostro argomento, mi sentivo pronto, in quanto il mio filosofo di riferimento è Aristotele. Dovevo, tuttavia, costruirmi maggiori competenze teoriche sull’inclusione, al fine – che ritenevo primario per quel lavoro – di rendere più fecondo il rapporto tra Filosofia e Pedagogia Speciale, ovvero la disciplina che maggiormente si occupa di questa tematica.

Ebbene, nel vasto àmbito degli studiosi di tale materia, mi colpì subito la figura di Andrea Canevaro, da molti, almeno in Italia, considerato il padre di questa scienza. Canevaro è purtroppo mancato nel 2022, per cui non ho potuto ringraziarlo per tutto ciò che ho imparato dalla sua opera. Non posso qui nemmeno riassumere i tanti punti della stessa che mi sono stati utili per realizzare il mio libro, nel quale il suo è sicuramente il nome più citato. Vorrei, allora, rendergli onore, rielaborando, in maniera personale, un’espressione da lui talvolta utilizzata in alcuni incontri pubblici, ovvero «so fare se».
Cosa significano queste parole? Innanzitutto, indicano un’elevata capacità di pensare la collaborazione. Con questo modo di dire, Canevaro si immedesimava soprattutto con la persona con disabilità la quale, come accade comunque ad ogni altra persona – in generale, ciò che vale per le persone con disabilità vale per tutte le persone, essendo i disabili, innanzitutto, persone –, riesce a fare alcune cose solo se si attiva un’adeguata cooperazione.
Nessuno è in effetti completamente autonomo in tutto ciò che fa. Ogni essere umano sa fare bene una cosa, in modo sufficiente un’altra cosa, malino un’altra cosa ancora, ma, se viene supportato, riesce a fare molte cose in maniera discreta. Non conosco, in ogni caso, una sola persona che sappia fare tutte le cose perfettamente, ossia, diciamo così, che abbia una “percentuale di validità” del 100%!

Svolta questa premessa, vorrei provare a dire ciò che può significare tale espressione, “so fare se”, principalmente nel mondo della scuola, dato che, insegnando in un corso di laurea in Scienze dell’Educazione, tale contesto rappresenta per me l’àmbito di riflessione primario (l’espressione può, ad ogni modo, essere ben adattata anche al mondo del lavoro).
Dunque, se fin dai primi approcci scolastici, gli educatori non si rapportano alla giovane persona con disabilità, sostenendone, con competenza, le capacità di crescita evolutiva, ossia supportandola in ciò che può saper essere in grado di fare, è molto probabile che, giunta all’adolescenza, questa persona abbia già il proprio destino segnato. Questo destino consiste, nella maggior parte dei casi, nel vagare per casa finché i genitori sono in vita, o in un centro residenziale per disabili quando i genitori saranno morti, o non potranno più occuparsene.
Troppo spesso, purtroppo, nei miei rapporti col mondo della scuola, soprattutto secondaria, ho conosciuto docenti che, pur non ammettendolo esplicitamente, mi sono sembrati relazionarsi con gli studenti con disabilità (o anche con DSA-Disturbi Specifici dell’Apprendimento), inquadrandoli in una mera logica valutativa di tipo binario, “Sai fare/non sai fare”, all’interno della quale queste giovani persone venivano quasi sempre inserite nella seconda casella. In realtà, in tali casi, chi “non sa fare” non è lo studente, bensì il docente, quasi mai adeguatamente formato dal sistema scolastico, ma molte volte anche poco propenso a educarsi da solo, come pure sarebbe suo compito, dovendo egli comprendere il funzionamento cognitivo dei propri allievi per adeguarvisi nella didattica.

Conosco le ragioni, non infondate, addotte da molti insegnanti per giustificare, in merito, la propria relativa impreparazione. Ciò nonostante, non è accettabile che il problema della disabilità, nella scuola secondaria, sia spesso ancora risolto in questo modo. Esso infatti, così facendo, sfocia per questi studenti, quando non nella esclusione, in un mero pietistico inserimento nel cosiddetto percorso differenziato, il quale, tuttavia, non conduce all’ottenimento del diploma, bensì ad un semplice attestato, con tutto ciò che di negativo consegue per il loro futuro lavorativo.
Come Andrea Canevaro, sarei veramente felice se tutti i docenti si predisponessero, almeno una volta, ad ascoltare la voce di questi studenti la quale, anche quando non espressa, ritengo rivolgerebbe loro parole simili a queste: «Caro professore, anch’io so imparare se tu cerchi di spiegare le cose tenendo conto del mio funzionamento cognitivo; anch’io so prendere buoni voti se tu prepari, nelle verifiche, adeguate prove equipollenti, che so essere più impegnative per te da predisporre, ma per me sono necessarie; anch’io so essere utile agli altri se tu adotti, in classe, modalità didattiche in cui sia centrale la collaborazione comunitaria fra noi studenti, anziché la competizione individuale per il voto». E molto altro si potrebbe aggiungere.
Omettendo invece quel se, ovvero quella congiunzione fra mondo della disabilità e mondo della scuola (più in generale della vita), l’allievo con difficoltà potrà soltanto incanalarsi, progressivamente, nella casella di coloro che “non sanno fare”, sino, alla fine, a crederci anche lui.
Con questo giudizio, talvolta espresso quando ancora è bambino, egli vedrà scorrere la propria esistenza nei vari àmbiti, senza la possibilità di realizzare alcuna delle sue migliori potenzialità, come al contrario avrebbe potuto se fosse stato adeguatamente supportato dai propri insegnanti.

In un incontro pubblico, qualche tempo fa, una maestra di scuola primaria in pensione mi disse che lei aveva voluto molto bene ai suoi studenti con disabilità, anche se non aveva mai ritenuto opportuno studiare per comprenderne il funzionamento cognitivo. Volere bene ai propri studenti – come, in generale, a ogni essere vivente – significa però, in primo luogo, cercare di conoscerli, per agire in modo tale da essere loro quanto più possibile utili, cominciando da quelli che sono maggiormente in difficoltà. La scuola dovrebbe essere, come prima cosa, proprio questo.

*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.

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