«In una società che si regge sempre più su queste figure invisibili – scrive Daniela Mignogna -, lasciare i caregiver senza tutele adeguate non è solo ingiusto: è miope. Significa abbandonare chi, ogni giorno, tiene in piedi pezzi interi di vita. Prendersi cura di chi si prende cura non è un favore, è una responsabilità collettiva. Perché nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per avere bisogno di aiuto. E nessuno dovrebbe affrontare da solo il momento in cui, per una volta, è lui ad avere bisogno di essere curato»

Ci sono equilibri che sembrano naturali solo finché non si spezzano. Routine costruite su orari precisi, gesti automatici, presenze che non fanno rumore ma tengono tutto in piedi. Poi, basta un imprevisto, una diagnosi, un intervento, un corpo che si ferma, e improvvisamente ci si accorge che quell’equilibrio non era affatto scontato.
Quando il corpo cede, quando arriva una malattia, quando serve un intervento chirurgico… tutto si incrina. Non esistono pause nella cura, eppure chi cura è umano. Ha limiti, ha bisogno di riposo, di assistenza, di protezione. Invece, troppo spesso, si ritrova solo. Solo a gestire la propria fragilità e, contemporaneamente, quella dell’altro.
È lì che la realtà diventa un incubo organizzativo ed emotivo. Chi si occupa della persona assistita? Come si sostituisce una presenza che non è solo pratica, ma affettiva, costruita giorno dopo giorno? A chi ci si rivolge, quando i servizi sono insufficienti, frammentati, lenti?
Il caregiver, improvvisamente, passa dall’essere sostegno a sentirsi peso. E questo senso di colpa è forse la ferita più grande. Perché chi ha sempre dato tutto, si trova a non potersi permettere nemmeno di stare male.
In una società che invecchia e che si regge sempre più su queste figure invisibili, lasciare i caregiver senza tutele adeguate non è solo ingiusto: è miope. Significa ignorare una realtà fondamentale, significa abbandonare chi, ogni giorno, tiene in piedi pezzi interi di vita.
Prendersi cura di chi si prende cura non è un favore, è una responsabilità collettiva. Perché nessuno dovrebbe sentirsi in colpa per avere bisogno di aiuto. E nessuno dovrebbe affrontare da solo il momento in cui, per una volta, è lui ad avere bisogno di essere curato.
*Referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti).
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