«Non abbiate paura di essere voi stessi!»: parola di Alessia, atleta Special Olympics

«Un consiglio che posso dare è di non avere paura di essere se stessi, perché non siamo perfetti, è vero, però abbiamo una cosa in più di quello che ci si aspetta, perché solo noi sappiamo quello che riusciamo a fare»: la testimonianza di Alessia Bono, atleta Special Olympics, il movimento di sport praticato da persone con disabilità intellettive, è stata al centro di una delle giornate a Roma del “Meeting Internazionale di Canottaggio Special Olympics 2026“, dando piena sostanza al significato più autentico dello sport inclusivo
Alessia Bono
Alessia Bono

«Ho 26 anni e vengo da Levanto, in Liguria. Nella vita ho avuto un po’ di momenti bui, sono sempre stata una persona che è stata esclusa da tutto. Tante persone al giorno d’oggi pensano: o sei perfetto o sei fuori. Da quando però ho iniziato a praticare canottaggio con Special Olympics mi si è aperto un mondo»: sono parole di Alessia Bono, atleta del team Special Olympics Velocior della Spezia, che nei giorni scorsi, a Roma, ha partecipato al Meeting Internazionale di Canottaggio Special Olympics 2026, dedicato appunto ad atleti e atlete componenti del movimento internazionale di sport praticato da persone con disabilità intellettive, che avevamo presentato nei giorni scorsi. E la testimonianza di Alessia è stata al centro della seconda giornata della manifestazione, dando sostanza al significato più autentico dello sport inclusivo.
«Ora – racconta ancora Alessia – sono molto più contenta perché ho degli amici, mi hanno accettata fin da subito, perché l’aiuto è davvero importantissimo, l’inclusione importantissima, il sentire la fiducia e riuscire a riporla negli altri, soprattutto. Alle prime gare avevo un po’ di timore di entrare in barca, ero terrorizzata. I miei educatori e i volontari mi hanno sempre aiutata a puntare più in alto e ad abbandonare la paura. Con il tempo sono riuscita a superarla. Sono queste sfide qua che ci aiutano a crescere, un po’ come il muro di Berlino che tu man mano lo butti giù».

«Per me – prosegue la giovane – il canottaggio è il modo per sentirmi felice, è una medicina per tutto. Ho lavorato molto anche sull’autonomia, e ciò mi ha aiutato anche proprio a essere me stessa, perché nonostante la mia sindrome rara (sindrome di Turner) non mi sono mai sentita diversa da nessuno. Essere diversi non significa non riuscire a fare quello che fanno gli altri. Oggi il limite è soprattutto culturale. Integrarsi con le altre persone è un po’ difficile, perché molte ti giudicano, e se tu non vivi in certe circostanze non sai cosa vuol dire tutto ciò».
«Un consiglio che posso dare – conclude Alessia – è di non avere paura di essere se stessi, perché non siamo perfetti, è vero, però noi abbiamo una cosa in più di quello che ci si aspetta, perché solo noi sappiamo quello che riusciamo a fare». (S.B.)

Per informazioni e approfondimenti: Ufficio Stampa Special Olympics Italia (Giampiero Casale), [email protected].
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