«Nel pacchetto “AccelerateEU” della Commissione Europea, che affronta la nuova emergenza energetica, ricorrono – scrive Marco Macrì – espressioni come “famiglie vulnerabili” o “consumatori vulnerabili”. Nessuno, però, viene chiamato davvero per nome, né i caregiver familiari, né le persone con disabilità grave, né i genitori che devono scegliere tra pagare una bolletta o garantire assistenza domiciliare continua. Eppure sono proprio ad essere colpiti per primi e più duramente dai rincari energetici»

C’è un dettaglio che nei comunicati europei passa quasi inosservato, ma che dice molto più di cento slogan. Nel pacchetto AccelerateEU, presentato dalla Commissione Europea nello scorso mese di aprile per affrontare la nuova emergenza energetica, ricorrono continuamente espressioni come “famiglie vulnerabili”, “consumatori vulnerabili”, “povertà energetica”.
Belle parole. Necessarie. Perfino condivisibili. Il problema è che nessuno viene chiamato davvero per nome. Non compaiono i caregiver familiari. Non compaiono le persone con disabilità grave, né le famiglie che vivono attaccate a macchinari elettromedicali o i genitori che devono scegliere tra pagare una bolletta o garantire assistenza domiciliare continua. Eppure sono proprio loro quelli che i rincari energetici colpiscono per primi e più duramente.
Per una famiglia normale, infatti, aumentare il riscaldamento è un costo. Per una famiglia con una persona non autosufficiente può diventare una necessità clinica. Per chi usa ventilatori polmonari, letti elettrici, sollevatori o nutrizione artificiale, l’energia non è comfort: è sopravvivenza.
La Commissione Europea scrive che occorre «proteggere le famiglie vulnerabili dalle interruzioni della fornitura energetica» e invita gli Stati Membri dell’Unione a introdurre «sostegni mirati al reddito, buoni energia e riduzione delle tasse energetiche».
Giusto. Ma insufficiente. Perché il punto non è più soltanto economico. È politico e culturale.
L’Europa continua a usare categorie burocratiche elastiche, dentro cui i caregiver possono entrare… oppure no. Dipende dai governi nazionali. Dipende dalle Regioni. Dipende dai Decreti Attuativi. Dipende dalla fortuna geografica.
Tradotto: una persona fragile a Milano può ricevere tutele diverse rispetto a una persona fragile in Calabria. Un caregiver può ottenere supporto in una Regione e restare invisibile in quella accanto.
Questo modello scarica sugli Stati tutta la responsabilità concreta, mentre Bruxelles mantiene un linguaggio volutamente generico per evitare vincoli diretti. È una scelta politica precisa. Perché nominare esplicitamente caregiver e disabilità dentro AccelerateEU avrebbe significato una cosa molto concreta: riconoscere ufficialmente che esiste una fascia della popolazione europea strutturalmente più esposta alla crisi energetica. E quel riconoscimento avrebbe poi obbligato gli Stati ad agire in modo meno ambiguo. Oggi invece si continua a parlare di “vulnerabili” come se fosse una categoria astratta.
Ma la vulnerabilità ha un volto: è la madre che assiste un figlio con disabilità 24 ore su 24; è il marito anziano che accudisce la moglie non autosufficiente; è chi vive con una pensione minima mentre alimenta dispositivi salvavita; è chi rinuncia a lavorare perché il welfare scarica sulle famiglie il peso dell’assistenza.
AccelerateEU apre certamente spazi finanziari e flessibilità. Questo è vero. Ma senza criteri chiari e senza un riconoscimento esplicito dei caregiver, il rischio è che le risorse si disperdano nella solita giungla burocratica.
E allora la domanda resta semplice, quasi brutale: se l’Europa parla continuamente di proteggere i più vulnerabili, perché continua ad avere così paura di chiamarli per nome?
*Portavoce di Genova Inclusiva e referente nazionale della Rete Caregiver e Disabilità Italia ([email protected]).
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