Ho visto educatori riuscire dove interi sistemi fallivano

di Marie Helene Benedetti*
«Molto spesso – scrive Marie Helene Benedetti – educatrici ed educatori vengono trattati come figure minori. Come presenze accessorie. Quasi come fossero “gli ultimi degli ultimi” del sistema scolastico. Ma nella mia esperienza ho visto educatori riuscire dove interi sistemi fallivano, entrare in connessione con ragazzi considerati “irraggiungibili”. E quando un educatore sa accendere una luce dentro situazioni dove tutti ormai vedono solo opposizione, rabbia, rifiuto o fallimento, quella persona non va ignorata, ma va ascoltata»

Educatrice insieme a una bambina con disabilitàQualche giorno fa sono stata ad Ascoli Piceno per partecipare a uno dei tanti GLO (Gruppi di Lavoro Operativi per l’Inclusione) in cui vengo coinvolta quando la scuola non riesce più a trovare una strada. Quando i genitori non riescono ad ottenere le necessità per l’inclusione del proprio figlio. Quando c’è bisogno di una mediazione per trovare luce. Quando l’inclusione si blocca. Quando un alunno smette lentamente di sentirsi compreso e andare a scuola diventa ogni giorno una tortura o una battaglia.
Parliamo di un ragazzo di seconda media con una situazione clinica estremamente complessa. Una di quelle situazioni che richiedono sensibilità vera, capacità di osservazione, elasticità mentale, umanità. Perché lì non bastano protocolli imparati a memoria o frasi da manuale. Lì davanti hai un ragazzo che soffre, che fatica, che comunica il disagio in modi difficili da gestire.
Quest’anno, purtroppo, non si è riusciti a costruire un rapporto efficace con l’insegnante di sostegno e con i docenti di classe. Non si è riusciti a trovare quella connessione relazionale indispensabile per permettere a quel ragazzo di vivere la scuola con serenità e sicurezza. E il dato più doloroso, ma anche più significativo, è che il ragazzo ha copertura scolastica su tutte le ore. Eppure ha frequentato praticamente solo le 12 ore settimanali in cui era presente l’educatrice.

Dodici ore. Le ore in cui riusciva a sentirsi accolto, in cui qualcuno era riuscito davvero ad entrare nel suo funzionamento. Le ore in cui si sentiva abbastanza al sicuro da riuscire a restare a scuola.
Questo dovrebbe far riflettere profondamente tutti. Perché quando un ragazzo con una situazione così delicata riesce a frequentare soltanto nelle ore in cui sono presenti determinate figure educative, non siamo davanti ad un dettaglio trascurabile. Siamo davanti ad un messaggio enorme. E qui mi fermo per non metterci il carico da novanta che ho lasciato su quel sostegno.
Quell’ educatrice, evidentemente, è riuscita a costruire qualcosa che il sostegno non era riuscito a costruire: fiducia, regolazione, serenità, connessione. Ed è qui che apro un discorso che faccio da anni e che continuerò a fare finché avrò voce.

Molto spesso educatrici ed educatori vengono trattati come figure minori. Come presenze accessorie. Quasi come se fossero “gli ultimi degli ultimi” dentro il sistema scolastico. Figure da relegare ai margini, da ascoltare poco o nulla, anche quando passano ore accanto ai ragazzi più complessi. Ed è assurdo. Perché io, nella mia esperienza e come in questo caso, ho visto educatori riuscire dove interi sistemi fallivano. Ho visto educatori comprendere ragazzi che nessuno riusciva più a leggere. Ho visto educatori entrare in connessione con ragazzi considerati “irraggiungibili”, semplicemente perché possedevano qualcosa che non sempre si insegna nei corsi di formazione: empatia autentica, intuito relazionale, capacità di osservare senza giudicare, amore e passione per il proprio ruolo e per quell’alunno. Quel dono raro di riuscire a sentire l’alunno/alunna prima ancora di volerlo controllare.
Quando un educatore riesce ad ottenere risultati che altri non riescono ad ottenere, dovrebbe diventare una guida da ascoltare. Non una figura da mettere in secondo piano. Chiedere: «Come hai fatto?», «cosa hai capito di lui?», «aiutami a comprenderlo meglio», non è umiliante, è maturità professionale, intelligenza, è voler davvero fare inclusione. Invece troppo spesso nella scuola si entra in logiche tossiche di ruoli, gerarchie e orgoglio professionale. Come se ascoltare un educatore fosse quasi una diminuzione del proprio ruolo. Ma i ragazzi non hanno bisogno dell’orgoglio degli adulti. Hanno bisogno di adulti che collaborano. E quando trovi un educatore capace di accendere una luce dentro situazioni dove tutti ormai vedono solo opposizione, rabbia, rifiuto o fallimento… quella persona non va ignorata. Va ascoltata. Perché a volte la differenza tra un alunno che riesce a restare dentro la scuola e uno che ne viene escluso lentamente, non la fanno i titoli appesi al muro. La fa una persona che è riuscita a farlo sentire finalmente al sicuro e a praticare l’inclusione.

*Presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo.

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