L’abitare non è soltanto una questione immobiliare o urbanistica, ma è un diritto sociale e quando una casa diventa inaccessibile, insicura o inadatta, si produce esclusione. «E una casa accessibile – scrive Mirella Madeo – dovrebbe essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani, non considerando l’accessibilità come un’aggiunta successiva o un costo extra, ma progettando sin dall’inizio quelle condizioni di vita che rendano possibile la partecipazione di tutti e tutte»
C’è un tema che attraversa silenziosamente la vita quotidiana di milioni di persone, ma che continua a restare marginale nel dibattito pubblico: il diritto ad abitare spazi realmente accessibili, non solo privi di barriere architettoniche, ma capaci di accogliere la complessità delle vite fragili. Bambini con disabilità, anziani non autosufficienti, persone con malattie croniche, caregiver, famiglie monogenitoriali, persone con disagio psichico o fragilità economica condividono spesso lo stesso problema: vivere in abitazioni progettate senza considerare i loro bisogni reali.
È da questa consapevolezza che nasce una riflessione proposta nei giorni scorsi su queste stesse pagine, nell’articolo Servono abitazioni sicure, accessibili, adatte alle famiglie e alle diverse forme di fragilità, che riporta al centro una questione destinata a diventare sempre più urgente in un Paese che invecchia rapidamente e in cui cresce il numero delle persone con bisogni assistenziali complessi.
L’abitare, infatti, non è soltanto una questione immobiliare o urbanistica, è un diritto sociale e quando una casa diventa inaccessibile, insicura o inadatta, si produce esclusione.
Gran parte del patrimonio abitativo italiano è stato costruito in decenni in cui l’accessibilità non rappresentava una priorità progettuale. Scale strette, bagni minuscoli, ascensori assenti, porte non adeguate al passaggio di una carrozzina, marciapiedi impraticabili e spazi domestici rigidi trasformano molte abitazioni in luoghi di limitazione anziché di autonomia. Per una persona con disabilità motoria, uscire di casa può diventare un percorso a ostacoli. Per un anziano fragile, una semplice caduta può segnare l’inizio della perdita di autonomia. Per una famiglia che assiste un figlio con grave disabilità, l’organizzazione quotidiana degli spazi domestici può incidere direttamente sulla qualità della vita e sul carico di cura. Eppure il tema viene spesso affrontato soltanto in termini emergenziali o assistenziali, senza una reale visione sistemica.
Accessibilità, però, non significa solo eliminare le barriere: ridurre infatti tale concetto alla presenza di una rampa o di un ascensore significa semplificare un problema molto più profondo.
Una casa accessibile dovrebbe essere progettata considerando la pluralità dei bisogni umani, pensando cioè a spazi flessibili e adattabili nel tempo; ad ambienti sicuri per persone anziane o con decadimento cognitivo; a un’illuminazione adeguata; all’isolamento acustico; alle tecnologie domotiche inclusive; alla prossimità ai servizi sanitari e sociali; a quartieri realmente vivibili e collegati.
La fragilità, inoltre, non riguarda soltanto la disabilità fisica. Esistono vulnerabilità invisibili – psicologiche, relazionali, economiche – che influenzano profondamente il modo in cui una persona vive lo spazio abitativo.
Una casa, quindi, può proteggere oppure isolare. Può favorire autonomia oppure dipendenza e quando gli ambienti domestici non sono adeguati, il carico ricade quasi sempre sulle famiglie, soprattutto sulle donne, che continuano a sostenere la maggior parte del lavoro di cura.
Molti caregiver familiari trasformano la propria quotidianità in una continua attività di adattamento: spostare mobili, improvvisare soluzioni, rinunciare agli spazi personali, affrontare spese elevate per modifiche strutturali spesso non sufficientemente sostenute dalle Istituzioni. In questo senso, il diritto all’abitare si intreccia direttamente con il diritto alla salute, alla partecipazione sociale e alla dignità.
Non si tratta soltanto di “vivere dentro una casa”, ma di poter costruire un progetto di vita possibile.
Negli ultimi anni si è parlato molto di rigenerazione urbana, housing sociale e inclusione e tuttavia, molte progettazioni continuano a privilegiare criteri estetici o di efficientamento energetico senza integrare realmente la dimensione dell’accessibilità universale. Eppure proprio il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) avrebbe potuto rappresentare un’occasione storica per ripensare il modo in cui si progettano le città e gli spazi abitativi. Il rischio, invece, è continuare a costruire ambienti “formalmente moderni” ma ancora incapaci di accogliere le differenze. L’accessibilità, invece, dovrebbe essere considerata un criterio strutturale di qualità urbana, non un’aggiunta successiva o un costo extra.
Cosa immaginiamo quando progettiamo una casa? Dietro ogni scelta urbanistica esiste una visione implicita di normalità, talché per decenni le città sono state progettate pensando a individui autonomi, giovani, sani, produttivi. Ma la realtà sociale è molto diversa e le persone fragili non rappresentano una minoranza marginale: sono parte integrante della collettività. Ciascuno, poi, nel corso della vita, può attraversare condizioni di vulnerabilità temporanee o permanenti. Progettare case accessibili significa allora cambiare paradigma: passare dall’idea di adattare eccezionalmente gli spazi alle persone “fragili” alla costruzione di ambienti naturalmente inclusivi per tutti. In parole semplici, è il principio del “design universale”: creare luoghi utilizzabili dal maggior numero possibile di persone senza bisogno di modifiche speciali.
Esiste dunque un legame diretto tra la qualità dell’abitare e il benessere psicofisico. Ambienti accessibili e sicuri riducono infatti gli incidenti domestici, l’isolamento sociale, lo stress familiare e un’istituzionalizzazione precoce.
Una casa adeguata può favorire autonomia, relazioni sociali, inclusione, salute mentale e permanenza nel proprio contesto di vita. Al contrario, abitazioni inadeguate aumentano il rischio di esclusione e povertà relazionale.
Per questo il tema non riguarda soltanto architetti o amministratori pubblici, ma riguarda l’idea stessa della società che si vuole costruire e una società davvero inclusiva non interviene sulla fragilità soltanto dopo che emerge il problema, ma progetta prima quelle condizioni di vita che rendano possibile la partecipazione di tutti e tutte.
*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.
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