«C’è un bambino – scrive Marie Helene Benedetti – che vive una situazione di forte disagio emotivo e relazionale, sia in àmbito scolastico sia nelle relazioni con i compagni di classe anche al di fuori della scuola, un disagio che emerge chiaramente persino dal suo stesso Piano Educativo Individualizzato. Ma si sta facendo davvero tutto il possibile per comprenderne il disagio? Rifiutare la partecipazione di una figura esterna (ed esperta) al Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione non è un bel segnale in tal senso»
In provincia di Agrigento, in Sicilia, c’è un bambino di 10 anni che sta vivendo una situazione di forte disagio emotivo e relazionale, sia in àmbito scolastico sia nelle relazioni con i compagni di classe anche al di fuori della scuola, nel piccolo paese in cui vive. Un disagio che emerge chiaramente persino dal suo stesso PEI (Piano Educativo Individualizzato).
Nel documento si parla infatti di difficoltà di integrazione nel gruppo classe, fragilità relazionali, bassa autostima, disregolazione emotiva e comportamentale, oppositività, difficoltà attentive, collaborazione limitata soltanto ad alcuni compagni.
A fronte però di queste criticità, nel documento non emergono strategie realmente strutturate sul piano del benessere relazionale del minore.
Parole pesanti. Parole che raccontano un bambino che evidentemente non sta vivendo serenamente il contesto scolastico e sociale.
La famiglia, non sapendo più a chi rivolgersi e trovandosi davanti ad una situazione sempre più delicata, ha richiesto formalmente alla scuola, tramite PEC protocollata, la partecipazione di chi scrive al GLO (Gruppo di Lavoro Operativo per l’Inclusione) del minore.
Come presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo partecipo da anni ai GLO di bambini e ragazzi con difficoltà molto diverse tra loro, non soltanto con autismo. Ho partecipato a GLO e riunioni scolastiche in Abruzzo e in altre Regioni d’Italia, spesso in situazioni complesse, conflittuali o caratterizzate da forte sofferenza familiare. Nel corso degli anni, anche nei casi più delicati e conflittuali, la presenza di una figura esterna di supporto e mediazione non era mai stata respinta. E c’è una cosa che negli anni ho imparato molto bene: quando attorno ad un bambino si crea una vera rete di collaborazione, i risultati cambiano completamente.
Perché il GLO dovrebbe servire esattamente a questo, mettere cioè insieme osservazioni, competenze e punti di vista differenti nell’interesse del minore.
Una figura esterna, quindi, non dovrebbe essere vissuta come una minaccia, ma come un supporto, per la famiglia, per il bambino e anche per la scuola stessa. Soprattutto quando ci si trova davanti a situazioni delicate, dove il rischio è che il disagio del minore venga letto soltanto come “problema comportamentale”, senza approfondire davvero il piano emotivo e relazionale.
Ebbene, nonostante questo, e nonostante la richiesta formalmente avanzata dalla famiglia secondo quanto previsto dalla normativa vigente, la scuola ha rifiutato la partecipazione della figura esterna richiesta per il GLO, una decisione, questa, che lascia profondamente perplessi.
Perché quando un documento scolastico parla di difficoltà di integrazione, fragilità relazionali e collaborazione limitata con il gruppo dei pari, la domanda dovrebbe essere una sola: si sta facendo davvero tutto il possibile per comprendere il disagio di questo bambino?
Perché l’inclusione vera non è compilare moduli, non è scrivere parole corrette dentro un PEI e non è nemmeno limitarsi a gestire il comportamento. Inclusione significa costruire una rete reale attorno al minore, avere il coraggio di ascoltare, di confrontarsi, di accogliere punti di vista differenti, di collaborare anche e soprattutto quando le situazioni diventano difficili.
Ed è proprio qui che, troppo spesso, il sistema mostra i suoi limiti. Perché certi bambini non hanno bisogno soltanto di essere contenuti. Hanno bisogno di essere compresi.
Le famiglie non possono essere lasciate sole a combattere contro muri burocratici, chiusure e rigidità, mentre i loro figli continuano a stare male dentro la scuola.
Per questo motivo la famiglia di quel bimbo, insieme all’Associazione, valuterà ogni azione utile per fare piena chiarezza sulla vicenda e tutelare i diritti del minore. Perché certi bambini non hanno bisogno di qualcuno che li contenga meglio, né di adulti che attribuiscano a loro la colpa del fallimento di metodi educativi inadeguati. Hanno bisogno di adulti capaci di capire perché stanno male.
*Presidente dell’Associazione Asperger Abruzzo.
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