Prima della cecità, prima della disabilità, prima di qualsiasi etichetta, c’è sempre una persona

di Laura Tessari*
«Accanto al lavoro sull’autonomia – scrive Laura Tessari, pedagogista e tecnico dell’orientamento, della mobilità e dell’autonomia personale nell’àmbito della disabilità visiva – è altrettanto importante lavorare sullo sguardo di chi osserva. Perché il modo in cui si guarda la disabilità può aprire o chiudere lo spazio di ciò che si ritiene possibile. Perché prima della cecità, prima della disabilità, prima di qualsiasi etichetta, c’è sempre una persona»

Giovane donna cieca sale su un autobusQuando, circa venticinque anni fa, mi sono avvicinata al mondo della cecità, ero una giovane professionista piena di entusiasmo e, allo stesso tempo, profondamente inesperta. Non sapevo ancora quanto quell’incontro avrebbe cambiato il mio modo di lavorare e, soprattutto, il mio modo di guardare le persone.
Ho iniziato osservando. Osservavo i bambini che non vedevano dalla nascita. Osservavo il loro modo di muoversi nello spazio, la diffidenza verso alcuni rumori improvvisi, la difficoltà a toccare oggetti sconosciuti, la paura degli estranei. Osservavo le strategie che mettevano spontaneamente in atto per esplorare l’ambiente e costruire una conoscenza del mondo che non passava attraverso la vista.
In quegli anni pensavo di dover imparare tecniche da insegnare e che cosa significasse non vedere. In realtà stavo imparando qualcosa di diverso: che una persona non può essere definita da ciò che le manca.
Il bambino che nasce senza la vista non è semplicemente un bambino privo di un senso. È un bambino che costruisce il proprio rapporto con la realtà attraverso modalità diverse, facendo affidamento sulle informazioni che arrivano dagli altri canali sensoriali. Per farlo ha bisogno di tempo, di fiducia e di adulti capaci di accompagnarlo senza sostituirsi a lui. Questa è stata una delle lezioni più importanti del mio percorso professionale.

Noi adulti fatichiamo ad attendere. Davanti alla difficoltà siamo spesso tentati di intervenire subito, di fare al posto dell’altro, di proteggerlo dalla frustrazione. Le intenzioni sono buone, ma il rischio è grande: sottrarre esperienze fondamentali alla crescita. Ogni conquista dell’autonomia nasce infatti dall’esperienza concreta e partecipata. Nasce dai tentativi, dagli errori e dalle strategie che si costruiscono nel tempo. Se una persona non può provare, sbagliare, riprovare e trovare una propria soluzione, rischia di conoscere il mondo solo in modo astratto, senza poterlo davvero fare proprio.
Nel corso degli anni ho incontrato molte persone con cecità o grave ipovisione. Ognuna mi ha insegnato qualcosa di diverso. Alcune privilegiavano l’ascolto, altre l’esplorazione tattile, altre ancora costruivano strategie personali che non avrei mai immaginato. È stato allora che ho compreso una verità tanto semplice quanto essenziale: la cecità non rende le persone uguali tra loro. Ogni persona resta un individuo unico, con il proprio carattere, la propria storia, i propri desideri, le proprie paure, i propri talenti e le proprie modalità di apprendimento. La disabilità può influenzare il modo di vivere e di relazionarsi al mondo, ma non può esaurire l’identità di una persona.
Per questo ho imparato a diffidare delle risposte preconfezionate e degli approcci esclusivamente tecnici. Le competenze sono indispensabili, ma non bastano. Nessuna tecnica può sostituire l’ascolto, l’osservazione e la disponibilità a lasciarsi guidare dalla persona che abbiamo davanti.
Ancora oggi considero questo il fondamento del mio lavoro: non partire da ciò che penso sia giusto per l’altro, ma cercare di comprendere come quella specifica persona costruisce il proprio rapporto con il mondo. Sono io che continuo a imparare.

Oggi, lavorando spesso con le persone per le strade delle città, per sostenerle nella loro autonomia nella mobilità e quindi nel muoversi in sicurezza negli spazi urbani, mi capita di osservare l’incredulità di molte persone vedenti davanti alla possibilità che una persona cieca si muova da sola in un ambiente affollato, pericoloso e ricco di insidie.
Questa incredulità apre spesso uno spazio di riflessione. Col tempo ho capito che deriva, in molti casi, da una difficoltà nel mettersi nella prospettiva dell’altro: cioè nell’immaginare che, senza la vista, sia comunque possibile agire, orientarsi e costruire una propria autonomia attraverso gli altri sensi e attraverso strategie apprese nel tempo.
Chi vede, infatti, tende spesso a immedesimarsi in modo totale nella condizione della cecità, arrivando a pensare: “io, senza la vista, non riuscirei a fare nulla”. È una reazione comprensibile, ma che rischia di diventare un limite, perché trasforma una difficoltà immaginata in un’impossibilità assoluta.
Eppure, sostenendo ogni giorno queste persone, osservandole, rimanendo un passo dietro a loro e soprattutto ascoltandole, ciò che emerge è una realtà molto diversa. Le persone cieche costruiscono modalità alternative di conoscenza e di azione, sviluppano strategie efficaci, possono vivere esperienze piene di autonomia e di relazione, possono raggiungere il loro massimo grado di autonomia, ognuna diversa dall’altra e possono vivere, allo stesso tempo, frustrazioni, rabbia e tristezza come ogni persona al mondo.
Questo non significa negare la complessità e la fatica della quotidianità senza il supporto della vista. Questo rimane il senso per eccellenza della sintesi, con cui ci si approccia al mondo e su cui si fa affidamento per la conoscenza e per tutte le azioni della vita. Significa però riconoscere che esistono molte più possibilità di quelle che, dall’esterno, si è portati a immaginare.
Con il tempo, questa esperienza ha rafforzato in me una convinzione: accanto al lavoro sull’autonomia, è altrettanto importante lavorare sullo sguardo di chi osserva. Perché il modo in cui si guarda la disabilità può aprire o chiudere lo spazio di ciò che si ritiene possibile. Perché prima della cecità, prima della disabilità, prima di qualsiasi etichetta, c’è sempre una persona. Ed è da lì che ogni autentico percorso di crescita, autonomia e inclusione dovrebbe avere inizio.

*Pedagogista e tecnico dell’orientamento, della mobilità e dell’autonomia personale nell’àmbito della disabilità visiva.

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