«In base al cosiddetto “approccio multifocale” della filosofia – scrive Luca Grecchi -, è evidente che incentrarsi sul deficit, inteso come “ciò che manca ad un soggetto per essere considerato normale”, non costituisce una modalità auspicabile per rapportarsi ad alcun essere umano. Nessuno, infatti, è soltanto “un paraplegico”, “un ipovedente” o “un autistico”, ma ciascuno è anche un figlio, un fratello, un musicista, un amante di certi sport, di determinate letture, un individuo caratterizzato da idee, valori, comportamenti e così via»

Alcuni studiosi e studiose di filosofia antica dell’Università di Macerata, in primis Maurizio Migliori e Arianna Fermani, hanno nel tempo elaborato un paradigma teorico denominato Multifocal Approach. Nel suo nucleo centrale, il modello di approccio multifocale alla realtà è piuttosto semplice. Esso, infatti, argomenta che ogni ente, per essere adeguatamente compreso, affinché non venga tradita la sua costitutiva complessità, deve venire analizzato da una pluralità di prospettive, tutte quelle possibili, in quanto solo in questo modo se ne potrà rendere nella maniera più compiuta l’essenza. Nessuna visione unilaterale, o comunque parziale, di un ente risulta quindi adatta per conoscerlo in modo appropriato, bensì soltanto una prospettiva onnilaterale, che tenga conto insieme della totalità dei suoi aspetti.
Questo approccio integrale alla realtà è appunto quello tipico della filosofia, la quale ha come contenuto, sin dai tempi di Platone e Aristotele, proprio la ricerca della verità dell’intero (ogni ente è sempre, in certo senso, un intero) nell’articolazione delle sue parti.
L’approccio multifocale può, a mio avviso, essere applicato in maniera fruttuosa anche al tema della disabilità. Si può infatti, innanzitutto, “essere disabili” in molti modi, ovvero essere caratterizzati da compromissioni fisiche, sensoriali, psichiche o intellettive di vario tipo, le quali a loro volta impattano in maniera differente, per ogni persona, nei diversi contesti sociali.
Per una comprensione completa del quadro che si trova ad affrontare ogni soggetto, tenere conto della molteplicità complessa delle variabili in gioco risulta dunque fondamentale. Chi, in effetti, si rapporta alle persone con disabilità facendo esclusivo o prevalente riferimento al loro deficit, come purtroppo spesso accade ancora oggi, a partire dalla scuola, non applica certo un paradigma multifocale, bensì uno sguardo assai carente, che può creare parecchi problemi. La persona con disabilità infatti, soprattutto se giovane, viene inevitabilmente segnata dall’approccio riduttivistico che sovente le istituzioni le destinano.
Si tratta del resto, come ho sottolineato nel libro Filosofia, inclusione, comunità, di un paradigma unilaterale analogo, mutatis mutandis, a quello che utilizzava il nazismo per internare negli istituti le persone con disabilità, o per inviare nei lager ebrei, comunisti, omosessuali e rom, considerati pregiudizialmente solo in quanto tali, senza alcuna attenzione alla loro complessiva umanità.
Il modello multifocale, applicato al tema della disabilità, richiede invece di considerare la persona nella sua interezza, favorendo soprattutto le migliori potenzialità della medesima, in modo tale che, concentrandosi sulle stesse, la si possa aiutare maggiormente a farle fiorire. I soggetti con disabilità, infatti, sono innanzitutto persone, ciascuna delle quali caratterizzata da qualità specifiche solo in parte attribuibili all’“atipicità”, ovvero alla compromissione funzionale. Distinguere, quindi, le persone come caratterizzate alcune da bisogni “normali”, e altre da bisogni “speciali” – distinzione da cui nasce la differenza, tuttora presente in Università, tra Pedagogia Generale e Pedagogia Speciale –, non è pertanto molto condivisibile. Ogni persona viene infatti compresa nella maniera migliore tenendo conto dell’insieme degli aspetti che la determinano, i quali per altro interagiscono sempre tra loro. Il fine di ogni azione inclusiva, così come di ogni processo comunitario, è in effetti quello di sviluppare al massimo tutto ciò che di buono ogni persona può realizzare, cercando di favorirne l’umanità nella maniera più completa.
Appare dunque evidente, in base all’approccio multifocale, che incentrarsi sul deficit, inteso come “ciò che manca ad un soggetto per essere considerato normale”, non costituisce una modalità auspicabile per rapportarsi ad alcun essere umano.
Ciascuno, ad esempio, dei circa 700.000 studenti con disabilità o con disturbi specifici dell’apprendimento oggi presenti nella scuola italiana, è non soltanto, e nemmeno principalmente, la propria diagnosi, bensì l’unità molteplice delle sue qualità personali, positive come negative. Di tale unità molteplice, ossia della vita di ognuno, l’ambiente scolastico, come poi quello lavorativo, e in genere quello sociale, dovrebbe – se abitassimo in una realtà comunitaria, finalizzata cioè a favorire la buona vita di tutti – tenere conto. Nelle attuali modalità sociali, invece, le persone vengono spesso strumentalmente incasellate in specifiche categorie (104, DSA, BES ecc.), tutte più o meno stigmatizzanti, per una loro mera schematica gestione. Il risultato di tale operazione, anche se non voluto, è che una parte importante della umanità che le rappresenta viene aprioristicamente limitata, in maniera arbitraria, mediante una delle molteplici forme con cui si pone attualmente in essere il meccanismo sociale della “disabilitazione”. La scuola in particolare, ma in genere ogni contesto, dovrebbe viceversa agevolare fin dall’inizio la realizzazione massima delle potenzialità di ogni essere umano, soprattutto di quelli con maggiori difficoltà, poiché questo, non il sottolinearne i limiti, rende la loro esistenza, e insieme l’intero mondo, notevolmente migliore.
Affinché tale processo di complessiva considerazione sociale delle persone con disabilità diventi possibile, occorre agire sul piano culturale – il quale influenza sempre, a lungo andare, il piano politico –, per far comprendere che la realtà che abitiamo è ancora troppo pensata solo a misura dei soggetti “tipici”. Per il bene di tutti occorre quindi non soltanto cercare di eliminare le barriere fisiche visibili, che ostacolano la vita dei soggetti “atipici”, ma soprattutto le barriere culturali, le quali, invisibili agli occhi, risultano per questo ancor più pericolose. Ciò va fatto in una pluralità di modi, tanti appunto quanti sono i contesti in cui si vive, le difficoltà che si affrontano, i pregiudizi coi quali ci si scontra. Per far sì che questo avvenga, però, è necessario un generale mutamento di prospettiva, per il quale un approccio multifocale alla persona risulta sicuramente molto utile. Nessuno è infatti soltanto “un paraplegico”, “un ipovedente”, o “un autistico”, ma ciascuno è anche un figlio, un fratello, un musicista, un amante di certi sport, di determinate letture, un individuo caratterizzato da idee, valori, comportamenti, e così via. Per realizzare questo processo di considerazione sociale complessiva dell’essere umano, occorre però comprendere che tutti, anche i soggetti con gravi disabilità, possono arricchire la vita di tutti, rendendola maggiormente felice, se soltanto si lascia loro la possibilità di farlo. Senza invece eliminare il pregiudizio che, ancora oggi, spesso emargina le persone con disabilità, nessun miglioramento della loro, come della nostra esistenza, potrà essere possibile.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca ([email protected]), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.
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