«Da vent’anni – scrive Elena Malagoli – mi prendo cura del corpo fragile di mia figlia, un corpo piccolo, malato, provato da disabilità multiple e complesse, che per me è diventato una chiave per leggere non solo la nostra esperienza, ma anche il mondo e le relazioni. Questo mondo che purtroppo parla – ancora e sempre più – di guerra fra popoli, di vittime, di violenza. Ma quando passi vent’anni a custodire una vita vulnerabile, diventa difficile capire come si possa pensare di violare, mutilare o distruggere il corpo e la vita di un altro essere umano»
Da vent’anni mi prendo cura del corpo fragile di mia figlia. Un corpo piccolo, malato, provato da disabilità multiple e complesse.
Una persona che non comunica verbalmente ma comunica con il corpo: con un sorriso, con un sospiro, con il modo in cui si abbandona fra le braccia o si irrigidisce. Comunica perfino con gli odori della pelle, che negli anni ho imparato a riconoscere e a interpretare: alcuni esprimono benessere e tranquillità, altri agitazione o malessere.
Sollevo quel corpo, lo lavo, lo vesto, lo nutro, lo proteggo, lo osservo e lo ascolto con un’attenzione che a volte sembra quasi “animale”.
Corpo misterioso, vulnerabile e prezioso, che per me nel tempo è diventato una chiave per leggere non solo la nostra esperienza, ma anche il mondo e le relazioni.
Questo mondo che purtroppo parla – ancora e sempre più – di guerra fra popoli, di vittime, di violenza. E io ne resto incredula e sgomenta, perché dentro quelle parole enormi, pronunciate spesso con indifferenza o leggerezza, io continuo a vedere corpi. Corpi che respirano, che tremano, che sanguinano, che spirano. Corpi che qualcuno ha cullato, amato, e che ora soffrono o muoiono.
Forse è proprio la cura quotidiana di una persona fragile ad avermi insegnato che la persona e il suo corpo sono sacri. E non uso questa parola in senso religioso, ma nel senso più umano possibile.
Perché quando passi vent’anni a custodire una vita vulnerabile, diventa difficile capire come si possa pensare di violare, mutilare o distruggere il corpo e la vita di un altro essere umano.
Diventa difficile comprendere come si possa trasformare una persona in un bersaglio.
Forse se tutti conoscessimo più da vicino la fragilità, se imparassimo davvero a prenderci cura di qualcuno, potremmo avvicinarci al corpo altrui con più rispetto e con più stupore per il miracolo che rappresenta.
E credo che non esista alcuna buona ragione – né bandiere né confini né interessi – che possa giustificare la violenza deliberata sul corpo e sulla vita di un altro essere umano.
Perché il corpo è il luogo concreto e irripetibile in cui la vita si esprime, e io lo vedo concretamente, quotidianamente, in quel corpo fragile e prezioso che curo e che custodisco.
«Sacro è toccarsi. Qualunque essere umano può morire se non lo tocchiamo» (Franco Arminio)
*Caregiver familiare, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie.
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