«Conviene dire una cosa scomoda – scrive Giorgio Sama -, senza girarci intorno. Non tutte le disabilità trovano la stessa accoglienza in un gruppo di giovani a scuola. E ce n’è anche un’altra, ancora più ruvida: l’accoglienza è massima quando il compagno con disabilità ha bisogno di aiuto, cala invece quando con lui occorre ottenere un risultato o costruire un’amicizia vera. Da debole è dei nostri. Da pari, molto meno»
Conviene dire una cosa scomoda, senza girarci intorno. Non tutte le disabilità trovano la stessa accoglienza in un gruppo di giovani a scuola. Lo psicologo Renzo Vianello lo ha documentato con una lunga stagione di ricerche sull’integrazione: un compagno con disabilità motoria viene accolto più facilmente di uno con disabilità intellettiva. Il primo si muove con fatica, ma scherza, ragiona, sta dentro le regole che i ragazzi conoscono. Il secondo introduce nello scambio qualcosa di imprevedibile, e l’imprevedibilità mette a disagio. Incrina quella minima reciprocità su cui un rapporto fra adolescenti si regge, e chiede subito di riorganizzare atteggiamenti e significati.
C’è un secondo dato, nella stessa ricerca, ancora più ruvido. L’accoglienza è massima quando il compagno con disabilità ha bisogno di aiuto, e cala quando con lui occorre ottenere un risultato o costruire un’amicizia vera. Lo si tiene volentieri accanto finché è il destinatario di una gentilezza. Lo si tiene molto meno quando diventa il concorrente in una verifica, il socio da cui dipende il voto di un gruppo, la persona a cui affidare un segreto. Da debole è dei nostri. Da pari, molto meno.
La compassione, socialmente, costa poco. Si concede dall’alto, lascia ciascuno al suo posto, e ha perfino un che di gratificante. L’amicizia è un’altra faccenda: chiede di mettersi sullo stesso piano e di rischiare un rifiuto. Per questo una classe può essere gentilissima e povera di amicizie vere.
Càpita di vedere ragazzi premurosi, attenti, persino affettuosi, in aule dove nessun compagno con disabilità intellettiva è mai stato scelto per quello che è, e non per quello che gli manca.
Negli adolescenti tutto questo è più nudo. Secondo una nota idea del sociologo Cooley, ci formiamo specchiandoci in ciò che gli altri pensano di noi, e a 14 anni quello specchio pesa più che in qualunque altra stagione della vita. L’identità si costruisce per somiglianza soprattutto quando si è giovani, e chi è troppo diverso minaccia il gioco delle conferme reciproche. Lo stereotipo, in quell’età, non è cattiveria pura: è un compromesso che rassicura. La compassione, allora, diventa la più comoda delle scorciatoie, perché permette di sentirsi giusti senza spostarsi di un passo.
Don Milani scriveva che «non c’è nulla di più ingiusto che fare parti uguali fra disuguali». È un richiamo prezioso, e va onorato fino in fondo: la parità che conta non si concede come un favore e non livella verso il basso, si costruisce togliendo gli ostacoli che impediscono a un ragazzo di stare fra gli altri a testa alta. Tra il sopportare una presenza e il farle posto da pari corre tutta la differenza.
Un ragazzo è dentro davvero quando i compagni se lo scelgono per il gruppo di lavoro, e non quando lo sopportano per dovere; quando lo contraddicono in una discussione, invece di annuire per riguardo; quando, a volte, lo temono in una sfida. Tutto il resto è custodia gentile, e la custodia, per quanto affettuosa, non è ancora compagnia.
*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.
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