Tenere accesi tutti i colori di una classe

di Giorgio Sama*
«Quasi in ogni tavolozza del pittore – scrive Giorgio Sama -, prima o poi compare un colore che cambia le regole. Non è un cromatismo difficile da maneggiare per pietà: è un ragazzo che, per intensità e per il modo intero di stare al mondo, ridispone tutto ciò che gli sta accanto. Ma una classe ben riuscita è come una tavolozza con gli accostamenti giusti e la si distingue da un certo brusio di toni diversi che, accostati con pazienza, invece di spegnersi si fanno risaltare a vicenda»

Tavolozza del pittoreChi dipinge sa che un colore, isolato, dice poco. Lo stesso azzurro avanza accanto a un grigio e si ritira accanto a un giallo. Il pittore Giorgio Morandi ha passato la vita su poche bottiglie sempre uguali per inseguire proprio questo: non gli interessavano gli oggetti, ma quel poco che accade nello spazio sottile dove due toni si toccano. La pittura, per lui, stava tutta nelle distanze fra le cose.
Una classe di scuola funziona in modo simile, e qui la metafora smette di essere letteraria e diventa concreta. Lo stesso ragazzo, allegro e generoso in un gruppo, può chiudersi e diventare spigoloso in un altro, senza essere cambiato di una virgola: è cambiato ciò che ha intorno. Gli accostamenti, a scuola, in buona parte li decide l’adulto, e si fanno con azioni minime dal grande impatto. Chi siede accanto a chi nei banchi. Quali due compagni mettere nello stesso turno di laboratorio perché scoprano di intendersi. A chi affidare una responsabilità, davanti agli altri, perché cambi posto nella considerazione del gruppo.
Quasi in ogni tavolozza del pittore, prima o poi, compare un colore che cambia le regole. Non è un cromatismo difficile da maneggiare per pietà: è un ragazzo che, per intensità e per il modo intero di stare al mondo, ridispone tutto ciò che gli sta accanto. Qualche tono arretra, altri si fanno avanti, le combinazioni comode saltano. La sua presenza è scomoda e preziosa allo stesso tempo, perché una composizione rivela la propria qualità solo quando deve reggere un elemento che non si lascia addomesticare. In termini batesoniani, è «la differenza a portare informazione»: un gruppo capisce davvero chi è quando si misura con chi non si rispecchia.
Restano due modi sbagliati di rispondere, e si somigliano più di quanto sembri. Il primo è separare, tenere ogni colore nella sua casella perché non si sporchi; ma un colore tenuto da solo non è pittura, è un campione su un cartoncino. Il secondo è più sottile, ed è quello che Pasolini temeva nella società intera: l’omologazione, lo stemperare ogni tinta in un grigio neutro dove le differenze si dissolvono e nessuno disturba più nessuno. Lo chiamiamo a volte armonia. È piuttosto una resa.
Il mestiere vero abita lo spazio fra questi due errori. Consiste nel tenere acceso ogni colore e, insieme, nel farli stare dentro lo stesso quadro. È un atto di responsabilità, umana prima che artistica: nessun colore trova la propria luce da solo, la riceve dall’accostamento con gli altri.
Una classe ben riuscita non si riconosce dal silenzio e nemmeno dall’uniformità. La si distingue da un certo brusio di toni diversi che, accostati con pazienza, invece di spegnersi si fanno risaltare a vicenda. È un lavoro da artigiano più che da artista: si fa banco per banco, gruppo per gruppo, gita dopo gita, finché i colori imparano a reggersi accanto.

*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.

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