In una classe di scuola, dove il pregiudizio non si dichiara quasi mai, ma si deposita nei gesti

di Giorgio Sama*
«Nessuno, in una classe di scuola, si alza per dire di avere un pregiudizio – scrive Giorgio Sama -, lo negherebbe in buona fede. Eppure il pregiudizio lavora lo stesso, e lo fa nei dettagli: il banco scelto una fila più in là, gli occhi che si spostano quando l’altro parla, la mano che al momento di formare le coppie cerca qualcun altro, il nome di quel compagno pronunciato solo quando serve un favore. Non è la disabilità a isolare, ma è ciò che il gruppo ne fa, giorno dopo giorno»

Grafica su omino in carrozzina escluso dal gruppo di omini senza disabilitàNessuno, in una classe di scuola, si alza per dire di avere un pregiudizio. Lo negherebbe in buona fede. Eppure il pregiudizio lavora lo stesso, e lo fa nei dettagli: il banco scelto una fila più in là, gli occhi che si spostano quando l’altro parla, la mano che al momento di formare le coppie cerca qualcun altro, il nome di quel compagno pronunciato solo quando serve un favore.
Il sociologo Erving Goffman aveva descritto bene questo meccanismo: lo stigma non abita l’attributo di una persona, nasce invece nella relazione che quell’attributo costruisce attorno a lei. Non è la disabilità a isolare. È ciò che il gruppo ne fa, giorno dopo giorno.
Sotto la superficie c’è un secondo piano, più difficile da raggiungere. Lo psicologo Renato Tagiuri parlava di percezione sociale per indicare un calcolo che facciamo di continuo: non solo chi scelgo e chi evito, ma cosa immagino che gli altri pensino, di me e di lui. Un ragazzo, a 14 anni, non si allontana da un compagno con disabilità soltanto per quello che prova. Si allontana anche per timore di come verrebbe giudicato se gli restasse vicino. Spesso il pregiudizio è una forma di prudenza: l’adeguamento muto a una temperatura del gruppo che nessuno ha dichiarato e che tutti rispettano.

La cosa sorprendente è che questo sentire sommerso si può perfino misurare. Negli Anni Cinquanta, lo psicologo Charles Osgood mise a punto il “differenziale semantico”. Invece di chiedere «cosa pensi di lui?», domanda alla quale ognuno risponde come si conviene, fa collocare una persona tra coppie di aggettivi opposti, vicino o lontano, sicuro o inquietante, su una scala muta. Lì, dove sembra di non esporsi, l’ago si sposta. Affiora la connotazione, il colore emotivo che la parola «compagno» prende quando accanto c’è una diagnosi. Le parole dicono una cosa, la scala ne registra un’altra, e quello scostamento costituisce la misura precisa di una lontananza che a voce nessuno avrebbe ammesso.

Tutto questo cambia il modo di stare in una classe di scuola. Davanti a una battuta infelice smette di avere senso la sola indignazione, perché quasi mai la frase è il vero problema. Il problema è l’ago, lo scarto fra ciò che si dichiara e ciò che si prova, e su quello si può lavorare. Le prediche spostano le parole e lasciano l’ago dov’era. Il tempo passato insieme, una responsabilità condivisa, le vicinanze ripetute durante un’attività comune, quelle sì, col tempo, spostano la connotazione.

Resta un punto da non dimenticare. Una misura, da sola, non ha mai avvicinato nessuno. Il dispositivo dice con precisione dove passa la frattura, una precisione che l’occhio nudo non possiede; ma attraversarla è un lavoro lento, fatto di gesti e non di numeri. Misurare ha valore solo se serve a restituire a un ragazzo un percorso, e ad aprirgli accanto lo spazio per stare, un giorno, fra gli altri, senza che a nessuno costi uno sforzo.

*Insegnante nella scuola secondaria di secondo grado, impegnato da molti anni negli istituti professionali. Si occupa di inclusione e di formazione dei docenti e collabora con l’Università di Parma nei percorsi di formazione degli insegnanti di sostegno, conducendo laboratori di didattica e area antropologica.

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