Un aperitivo con il gin tonic

di Elena Malagoli*
«Dove c’è lei – racconta Elena Malagoli -, c’è sempre anche lui. Le cammina dietro con un po’ di difficoltà e si guarda intorno da dietro gli occhiali spessi, con quell’espressione stupita e curiosa da perenne ragazzino. Invece è un uomo di 32 anni che una malattia genetica ha reso fragile, sia fisicamente che mentalmente e che la madre ha cresciuto da sola. “Facciamo l’aperitivo?”, chiede emozionato e questa sua emozione è per il fatto di essere anche lui in mezzo alla gente a fare l’aperitivo, non gli succede spesso…»
Bicchiere di gin tonic, con fetta di limone
(Immagine tratta da “Pixabey”)

Sono al tavolino di un bar all’aperto e arriva lei, la riconosco da lontano per i vestiti colorati che indossa abitualmente, tipo “figlia dei fiori” Anni ’70. E dove c’è lei, c’è sempre anche lui. E infatti eccolo, le cammina dietro con un po’ di difficoltà, cercando di starle al passo. E nel mentre si guarda intorno da dietro gli occhiali spessi, con quell’espressione stupita e curiosa da perenne ragazzino.
Invece è un uomo di trentadue anni, e lei – sua madre – è una donna ancora bellissima, ma visibilmente provata dalla fatica e da una vita dura. È rimasta sola trent’anni fa a crescere questo figlio “diverso”, che una malattia genetica ha reso fragile, sia fisicamente che mentalmente.
Si siedono al tavolo, è tanto che non ci vediamo. «Come stai?», le chiedo. «Abbiamo passato un periodo difficile, per vari problemi di salute, sia io che lui, ma adesso cominciamo a stare un po’ meglio». Li guardo e in effetti noto che hanno entrambi il volto provato.
Il ragazzo continua a sorridere, è visibilmente emozionato di trovarsi al bar tra la gente, e il suo volto mi sembra troppo stanco e troppo adulto per sorrisi così puri. «E come vanno le cose?», chiedo. «Al solito», mi dice lei, tentando di addolcire la risposta con un bel sorriso, che però risulta triste. È una risposta che racconta più di trent’anni in solo due parole.
Lui mi guarda da dietro gli occhialoni strizzando gli occhi: «Facciamo l’aperitivo?», chiede emozionato. So che questa sua emozione è per il fatto di essere uscito, di essere anche lui in mezzo alla gente a fare l’aperitivo, non gli succede spesso.
«Io prendo il gin tonic», dice. E io guardo sua madre un po’ incredula: «Un gin tonic, ma davvero?!?». «Sì – mi dice lei sottovoce – quello analcolico, quello finto, ma che ha lo stesso sapore di quello vero». «Ah, ma allora lo prendo anch’io che sono astemia!». «Io lo prendo vero invece, che ne ho bisogno», dice lei ridendo.
Arrivano i grandi bicchieri, pieni di ghiaccio, con le cannucce. Li facciamo tintinnare in un brindisi. «Sto bevendo il gin tonic anche io», dice il ragazzo al colmo della gioia. «Sì, stai bevendo il gin tonic anche tu», gli dice tenera sua madre, e gli fa una carezza.
Mi si riempie il cuore di commozione, perciò distolgo lo sguardo, lo faccio vagare intorno, e nel mentre lo sento succhiare vigorosamente e allegramente dalla cannuccia.
E poi rialziamo i bicchieri, e brindiamo ancora, “cin” diciamo in coro, “cin” ripete lui ridendo. Ed è un momento così dolce e così struggente che quasi mi ubriaca.

*Caregiver familiare, madre di una ragazza con pluridisabilità complesse, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro “Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie”.

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