«Ricordando il figlio con disabilità che non c’è più, quell’omone grande e grosso – scrive Elena Malagoli – stava piangendo come un bambino. E insieme a quell’omone sconosciuto, mi sono commossa anch’io, pensando a quanto è stretto e indissolubile l’abbraccio fra amore e dolore, quell’abbraccio fatale che anche io conosco così bene»
Ero sul lungolago con Ilaria, io seduta su una panchina, lei nel suo passeggino da esterno. Le domeniche d’estate il lago è sempre pieno di gente, di turisti italiani e stranieri. Ad un certo punto mi si avvicina un omone grande e grosso, «devi sistemare la sua testa – mi dice riferendosi a Ilaria – se cade all’indietro non vede bene davanti».
La frase era brusca ma il tono dolcissimo. E ho capito, anche dall’accento, che era uno straniero, forse francese, e che la ruvidezza della frase era solo perché non padroneggiava bene l’italiano.
E allora gli ho spiegato che Ilaria non ha il controllo della testa, che le metto cuscini e cunei contenitivi e la sistemo più volte, ma dopo un po’ va indietro. Gli ho detto che per la vista questo però non è un problema perché lei è cieca. «Sì, capisco – mi dice – anche mio figlio era proprio così, e io gli costruivo tanti aggeggi per tenergli ferma la testa… anche mio figlio era così», e mentre parlava con la mano faceva un gesto come a dire che parlava del passato. «È morto tre anni fa», mi dice.
Gli ho chiesto quanti anni aveva quando è morto, ne aveva 20.
A quel punto ho visto che si è commosso, mi ha salutato e se ne è andato in fretta, forse per pudore.
E io l’ho guardato andarsene di spalle, e a un certo punto ho visto che con la mano si asciugava gli occhi, e poi ha fatto quel gesto che fanno i bambini quando piangono, che mettono il volto nell’incavo del gomito e poi si asciugano le lacrime sull’avambraccio, avete presente?
Quel gesto di quando gli uomini si asciugano il sudore dalla fronte, e i bambini le lacrime dagli occhi. Quell’omone grande e grosso stava piangendo come un bambino.
Ho guardato la mia Ilaria, il mio pulcino inerme lì sul suo passeggino, e in un solo istante ho rivissuto tutti i nostri vent’anni, la rabbia, la fatica, il dolore, l’abbandono, la paura. E comunque, nonostante tutto, la consapevolezza di non potere, di non volere stare senza di lei.
Mi sono commossa anch’io, insieme a quell’omone sconosciuto, pensando a quanto è stretto e indissolubile l’abbraccio fra amore e dolore, quell’abbraccio fatale che anche io conosco così bene.
L’ho guardato andarsene di spalle, e ho pensato che tanto dolore, insieme a tanto amore, in fondo è una forma di misterioso privilegio.
*Caregiver familiare, madre di una ragazza con pluridisabilità complesse, autrice, insieme a Filippo Visentin, del libro “Una cieca bellezza. Sguardi, cecità e meraviglie”.
Articoli Correlati
- Se la disperazione diventa un mercato: terapie ingannevoli e autismo Continuano ad emergere casi di genitori che, sopraffatti dalla disperazione, cadono vittime di percorsi alternativi e truffe in cerca di cure e soluzioni per l’autismo. Ringraziamo dunque con particolare calore…
- L’arte elogia la follia: la malattia mentale nelle opere dei grandi artisti Spazia dal Medioevo ai giorni nostri il ricco approfondimento dedicato al rapporto tra arte e follia, curato da Stefania Delendati, che scrive tra l’altro: «In un certo senso l’arte, se…
- Amministrazione di sostegno: quando la dignità umana viene negata ai "fragili" Agli esperti della Legislazione il compito di studiare le modifiche necessarie alla legge sull'amministrazione di sostegno, lo scopo di questo approfondimento, invece, è riflettere sull’aspetto umano di quei troppi casi,…