«Chi ha passato una notte a gestire una crisi respiratoria – scrive Gennaro Pezzurro -, un dolore, la paura di un genitore che non riconosce più la propria stanza, ha diritto a un’ora per rimettere insieme i pezzi. Non è un cedimento al dovere. È la condizione perché quel dovere si possa ripetere il giorno dopo, e quello dopo ancora. Trasformare dunque quell’ora in un reato da dimostrare in tribunale racconta un pezzo di Paese che fatica a fare pace con i propri diritti sociali»
Cristina Olivi ha lavorato per anni come carrellista in un’azienda di Gambettola (Forlì-Cesena). Nell’estate del 2023 ha chiesto un permesso per assistere la madre con disabilità, le cui condizioni si erano aggravate. L’azienda ha risposto assoldando un investigatore privato, che l’ha pedinata e fotografata su una spiaggia di Cesenatico, un paio d’ore, tre volte. È bastato quello per licenziarla.
Due tribunali, in altrettanti gradi di giudizio, hanno dato torto all’azienda e ragione a lei. Io, però, non voglio parlarvi della Sentenza. Voglio parlarvi di quello che c’è prima della Sentenza: l’idea, evidentemente diffusa, che un essere umano che assiste un genitore malato debba rispondere di ogni sua ora, come se il permesso fosse una libertà vigilata e non un diritto.
Lo scrivo da uomo prima ancora che da presidente di una Federazione: nessuno può e deve stare accanto a un’altra persona ventiquattr’ore su ventiquattro per assisterla. Nessuno. Non esiste madre, padre, marito o moglie capace di reggere un’assistenza senza un margine, per quanto piccolo, di respiro. E la legge, per fortuna, lo sa meglio di certi datori di lavoro: la Corte di Cassazione, infatti, ha chiarito da ultimo con l’Ordinanza n. 26417 del 2024 e già nel 2023, che il collegamento tra il permesso e l’assistenza non va misurato al minuto, come se si trattasse di timbrare “un cartellino della sofferenza”. Ciò che conta è che il tempo sottratto al lavoro sia complessivamente orientato ai bisogni della persona assistita, non che ogni singolo minuto la veda fisicamente presente. Lo stesso vale per il congedo straordinario biennale previsto dall’articolo 42 del Decreto Legislativo 151 del 2001, pensato apposta per chi si prende cura di un familiare in modo continuativo, non per chi si annulla. Chi ha passato una notte a gestire una crisi respiratoria, un dolore, la paura di un genitore che non riconosce più la propria stanza, ha diritto a un’ora per rimettere insieme i pezzi. Non è un cedimento al dovere. È la condizione perché quel dovere si possa ripetere il giorno dopo, e quello dopo ancora.
Trasformare dunque quell’ora in un reato da dimostrare in tribunale racconta un pezzo di Paese che fatica a fare pace con i propri diritti sociali, trattandoli come favori concessi col contagocce invece che come pilastri di una convivenza civile. Lo vediamo ogni giorno nel modo in cui si guarda ai caregiver: con sospetto, come se occuparsi di un familiare fragile fosse un alibi da verificare più che una responsabilità da sostenere.
Non sto dicendo che l’abuso non esista. Esiste, e la stessa Cassazione lo ha sanzionato senza esitazioni: con l’Ordinanza n. 15029 del 2025, confermando un licenziamento perché il permesso era stato usato per finalità del tutto estranee all’assistenza, ricreative, slegate da qualunque bisogno del familiare. Chi froda un diritto pensato per chi soffre toglie credibilità e risorse a chi quel diritto lo usa davvero, e su questo non transigo. Ma la differenza tra l’abuso e il caso di Cristina Olivi è enorme, ed è proprio quella differenza che un pedinamento non sa cogliere.
Lo ha scritto ancora la Cassazione, con la Sentenza n. 12032 del 2020, annullando un licenziamento fondato su una relazione investigativa che non era riuscita a dimostrare l’assenza del legame tra il permesso e l’assistenza prestata: un investigatore può fotografare un’assenza, non può fotografare tutto il resto della giornata! E la Suprema Corte, con la Sentenza n. 25732 del 2021 e già con l’Ordinanza n. 15094 del 2018, ha ricordato che il ricorso ad agenzie investigative resta legittimo soltanto in presenza di un sospetto fondato e circostanziato di un illecito grave, non come sorveglianza generalizzata su una prestazione lavorativa che la legge stessa presume in buona fede. Fuori da quei confini, il controllo smette di essere difesa dell’impresa e diventa accanimento.
Ecco perché continuo a pensare che la strada giusta non sia inseguire il sospetto con altro sospetto. La strada giusta è scrivere regole più aderenti alla realtà. Si potrebbe cominciare dal vincolare per legge, e non solo per giurisprudenza, il ricorso agli investigatori privati a indizi concreti di un illecito specifico, così da rendere ordinaria la tutela che oggi resta affidata al singolo giudice caso per caso.
Si potrebbe proseguire trasformando in linee guida nazionali, chiare e vincolanti per INPS e Ispettorati del Lavoro, il principio che la stessa Cassazione ha già enunciato più volte: il tempo di recupero psicofisico del caregiver è parte legittima dell’assistenza, non un’eccezione da giustificare ogni volta da capo. E si dovrebbe, soprattutto, investire nei servizi di sollievo — assistenza domiciliare, ricoveri temporanei, centri diurni, sostegno economico — perché più quei servizi esistono, meno il peso dell’assistenza ricade tutto sulle spalle di una famiglia, e meno un permesso resta l’unico argine di un sistema che da solo non regge.
Serve, in una parola, più cultura del welfare: la consapevolezza, nelle aziende come nei tribunali, che sostenere chi si prende cura di un familiare non autosufficiente è un investimento collettivo, non una concessione da controllare con la lente d’ingrandimento.
Come mi ha detto una caregiver, in una frase che vale più di qualsiasi articolo di legge: «Se ci fossero tutti i servizi disponibili, noi caregiver non sapremmo che farcene dei permessi». Fino a quel giorno, però, i permessi restano l’unico argine. E chi li usa per respirare un’ora, dopo una notte passata a tenere in piedi la vita di un altro, non sta rubando niente a nessuno.
*Presidente della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
Vicini ad Alessandra Corradi
La nostra redazione coglie l’occasione per manifestare tutta la propria vicinanza ad Alessandra Corradi, co-fondatrice e presidente dell’Associazione Genitori Tosti in Tutti i Posti, nonché presidente e referente nazionale del Coordinamento CFU (Caregiver Familiari Uniti) e frequente firma sulle nostre pagine, per la scomparsa del proprio figlio Jacopo, avvenuta qualche giorno fa.
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