«Fino a quando una persona cieca o sorda dovrà rinunciare a una serata al cinema o a un festival estivo perché il sistema lo ignora – scrive Laura Giordani -, l’Italia continuerà a essere un Paese a democrazia incompiuta, in cui la cultura è un privilegio di pochi e l’inclusione resta solo una bella parola con cui riempirsi la bocca. E non si parla di una piccola minoranza, ma di una fetta enorme di cittadini e cittadine cui viene sistematicamente negato il diritto fondamentale alla cultura, all’intrattenimento e alla socialità»
Si fa un gran parlare di inclusione, di accessibilità, di diritti universali. Le parole scorrono fluide sui social network, nei comunicati stampa istituzionali, nei programmi elettorali e nei convegni patinati. Ma a una retorica sempre più affollata corrisponde, nella realtà dei fatti, una sconcertante assenza di lotta politica e sociale. Perché l’inclusione non è un concetto astratto da esibire come medaglia al merito: è una conquista quotidiana, un terreno di scontro per ottenere equità e parità. E finché continueremo a trattare i diritti delle persone con disabilità sensoriale – persone cieche, ipovedenti, sorde o ipoudenti – come forme di cortesia o di benevola concessione, resteremo intrappolati in un perenne, immobile assistenzialismo.
Le basi teoriche non mancano, ed è forse questo l’aspetto più frustrante. L’articolo 3 della nostra Costituzione è scolpito in termini inequivocabili: spetta alla Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. A livello internazionale, la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata in Italia con la Legge 18/09) e la recente Direttiva Europea sull’Accessibilità, entrata in vigore nel giugno dello scorso anno (European Accessibility Act), sanciscono nero su bianco che l’accesso alla vita culturale deve avvenire su base di uguaglianza.
Eppure, basta varcare la soglia di un cinema, di un teatro o partecipare a un’arena cinematografica estiva organizzata da un qualsiasi Comune per accorgersi che l’Italia è un Paese “a geometria variabile”: le Leggi esistono, ma vengono applicate a metà.
La Legge Cinema 220/16 vincola giustamente l’erogazione del Tax Credit alla consegna di copie audiovisive dotate di audiodescrizione e sottotitoli. Ma cosa accade nella pratica? Spesso quelle copie finiscono negli archivi delle cineteche, mentre nelle sale cinematografiche commerciali il film viene diffuso nella sua versione standard, ignorando completamente le necessità di chi non vede o non sente.
Il servizio offerto sembra uguale per chiunque, ma il risultato è un’esclusione silenziosa che marginalizza milioni di italiani. Non parliamo infatti di una piccola minoranza, ma di una fetta enorme di cittadini e cittadine cui viene sistematicamente negato il diritto fondamentale alla cultura, all’intrattenimento e alla socialità. Una vera e propria discriminazione su larga scala.
Eppure, l’inclusione di queste persone potrebbe essere realizzata facilmente, proiettando opere dotate di ausili idonei: per gli spettatori ciechi o ipovedenti l’audiodescrizione, una traccia audio complementare che descrive con precisione oggettiva e rispetto artistico le espressioni del viso, il linguaggio del corpo, l’ambientazione, i costumi e le azioni che altrimenti andrebbero perse. Per quelli non udenti, i sottotitoli che, allo stesso modo, restituiscono non solo i dialoghi, ma l’intera architettura sonora della scena.
Questi ausili esistono, come esistono le figure professionali, altamente formate, che si occupano di realizzarli. Tuttavia, entrambi gli strumenti hanno ancora oggi un ruolo marginale, come se la cultura dovesse rimanere “un club esclusivo” per “normodotati”.
Spesso si sente dire che, non essendoci una norma che obbliga la sala cinematografica a proiettare tutti i film con i dovuti supporti, l’accessibilità sia rimessa alla mera discrezionalità del gestore o dell’organizzatore culturale. Ma questa non è altro che una comoda scusa giuridica e morale. L’obiettivo primario dell’accessibilità, infatti, non è l’assistenza, men che meno la compassione, ma è l’autonomia: permettere a una persona con disabilità di fruire di un film o di una mostra senza dover dipendere necessariamente dall’aiuto di altri.
È ora dunque di smettere di invocare l’inclusione solo nei convegni o nei post celebrativi sui social. I diritti non si mendicano, si pretendono. Le major cinematografiche, le catene multisala, le amministrazioni comunali, i teatri, i musei, devono assumersi la responsabilità civile e morale di aprire le porte a tutti e tutte. Fino a quando un cittadino cieco o sordo dovrà rinunciare a una serata al cinema o a un festival estivo perché il sistema lo ignora, l’Italia continuerà a essere un Paese a democrazia incompiuta, in cui la cultura è un privilegio di pochi e l’inclusione resta solo una bella parola con cui riempirsi la bocca.
*Adattatrice dialoghista, audiodescrittrice, docente universitaria, scrittrice.
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