«Nel caso di un caregiver che arriva a uccidere la persona con disabilità che assiste – scrive Daniela Mignogna -, la responsabilità del gesto resta individuale, ma non può esaurire l’analisi del fenomeno. Una società, infatti, dovrebbe chiedersi perché una persona possa arrivare a sentirsi completamente sola davanti a una responsabilità che non è umanamente sostenibile per un solo individuo»
Il “disabilicidio” non è necessariamente assimilabile al femminicidio, perché può nascere da una dinamica profondamente diversa. Nel caso del caregiver che arriva a uccidere la persona con disabilità che assiste, non è corretto presumere automaticamente una motivazione fondata sull’odio o sul desiderio di dominio. Questo non significa giustificare l’omicidio né negare la gravità del gesto: significa riconoscere che, in alcuni casi, esso può maturare dentro una situazione di abbandono, esaurimento e disperazione.
Tra le condizioni di rischio possono esserci una solitudine prolungata, un carico assistenziale continuo e sproporzionato, la mancanza di pause e di sostegno, l’esaurimento psicologico e fisico, le difficoltà economiche, l’isolamento sociale e l’assenza o l’insufficienza dei servizi territoriali. Il rischio aumenta quando il caregiver non riesce più a chiedere aiuto, quando vive la propria responsabilità come esclusiva e quando non esistono interventi tempestivi per affrontare crisi, conflitti o segnali di cedimento.
La responsabilità del gesto resta individuale, ma non può esaurire l’analisi del fenomeno. Una società dovrebbe chiedersi perché una persona possa arrivare a sentirsi completamente sola davanti a una responsabilità che non è umanamente sostenibile per un solo individuo. Prevenire significa intervenire prima che la disperazione diventi l’unica prospettiva possibile.
Servono quindi misure concrete: assistenza domiciliare adeguata e continuativa, servizi di sollievo e sostituzione temporanea, sostegni economici accessibili, supporto psicologico gratuito, formazione e accompagnamento per i caregiver, équipe territoriali capaci di individuare precocemente i segnali di crisi e procedure rapide per attivare aiuto e protezione.
È inoltre necessario garantire alla persona con disabilità servizi, tutela e possibilità di vita indipendente, così da non concentrare ogni responsabilità su un unico familiare. Solo una rete stabile e tempestiva può ridurre infatti il rischio e impedire che l’isolamento si trasformi in tragedia.
*Referente per l’Emilia Romagna del Coordinamento Nazionale CFU (Caregiver Familiari Uniti).
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