«Raffaele immaginava la scuola come un’oasi di democrazia sostanziale e di relazioni di senso e ricordarlo serve anche a ricordare a tutta la comunità scolastica che l’autonomia non è mai stata una pratica burocratica da compilare, ma un atto quotidiano di coraggio pedagogico da compiere»: lo scrive Massimo Nutini, in questo bel ricordo di Raffaele Iosa, scomparso qualche mese fa, colui che è stato tra l’altro un vero punto di riferimento professionale e culturale per l’inclusione scolastica in Italia

L’11 settembre scorso, com’è noto, sono trascorsi venticinque anni da quell’11 settembre 2001 che ha scolpito per sempre la memoria di tutti noi. Il mondo intero assisteva attonito, attraverso gli schermi e le radio, al crollo delle Torri Gemelle a New York e allo smarrimento di un mondo spinto d’un tratto fuori dai suoi rassicuranti binari.
Poche ore prima di quell’evento, Raffaele Iosa viaggiava in autostrada verso Ravenna con l’animo comprensibilmente amaro. Aveva appena lasciato la sua stanza al Ministero dell’Istruzione a Roma, travolto dalle logiche dello spoils system dopo l’insediamento del Governo Berlusconi e della ministra Moratti. Per la scuola pubblica italiana si chiudeva una stagione e se ne apriva una del tutto diversa.
Mentre era in auto, lo chiamai al telefono. All’epoca dirigevo il Settore Istruzione del Comune di Prato e sapevo bene chi era e quale patrimonio di competenze portasse con sé. Gli proposi a bruciapelo di collaborare per costruire un grande accordo territoriale tra le scuole e la città.
Raffaele avrebbe ricordato molte volte quel nostro primo contatto, definendolo negli anni, con la sua consueta e affettuosa ironia, una vera e propria «scialuppa di salvataggio». Gli permetteva di non disperdere il lavoro fatto a Roma e di sperimentare, direttamente sul territorio, l’energia della sua visione. Rispose di sì senza esitare. Da quella telefonata nacque un’amicizia profonda e una collaborazione militante durata oltre due decenni.
Oggi che Raffaele non c’è più, rileggere quell’inizio significa per me ritrovare la bussola dell’Autonomia Scolastica, una delle battaglie più fraintese della nostra storia recente. Raffaele, che dell’Autonomia (il Regolamento del DPR 275/99) era stato uno dei padri insieme al ministro Berlinguer, rifiutava con sdegno l’idea che la riforma fosse una semplice delega burocratica o una fredda misura amministrativa. Per lui la scuola autonoma era un «cuneo etico e civile», un nuovo ente locale a missione nazionale. Ricordo ancora con che forza smontava le paure dei dirigenti scolastici e degli insegnanti durante gli incontri sul territorio. Faceva a pezzi il linguaggio grigio delle Circolari e fulminava le affollate riunioni con un’intuizione che disarmava ogni burocratismo: «Guardate che qui la norma non vi obbliga a fare qualcosa: vi autorizza a creare!».
Solo lui, che quelle righe le aveva ponderate una per una al Ministero, poteva restituire alla legge il suo respiro profondo, costituzionale. L’autonomia non era lo strumento per creare “prèsidi-manager” o scuole in concorrenza spietata tra loro come al mercato. Era un’arma data agli istituti per contribuire a spezzare, con il coinvolgimento di tutte le componenti, le catene del vecchio modello gentiliano — selettivo ed elitario — e superare la rigidità tayloristica delle lezioni frontali e dei programmi fotocopia.
Nella visione che condividevamo, la scuola autonoma doveva contribuire a spostare il baricentro dall’insegnare rigido all’apprendere flessibile. In un’epoca già allora segnata dall’omologazione e dai “non-luoghi”, Raffaele immaginava la scuola come una neo-piazza: un’oasi di democrazia sostanziale e di relazioni di senso. Un luogo capace di dissetare la ricerca di significato dei ragazzi di fronte all’obesità cognitiva dell’informazione di massa, insegnando loro non nozioni a memoria, ma metacompetenze per la vita: imparare a pensare, imparare ad apprendere, cavarsela con creatività.
A venticinque anni da quel giorno d’autunno, vorrei ricordare Raffaele per ricordare a tutta la comunità scolastica che l’autonomia non è mai stata una pratica burocratica da compilare, ma un atto quotidiano di coraggio pedagogico da compiere.
*Ringraziamo Salvatore Nocera per la segnalazione di questo contributo, già apparso nel sito dell’Associazione Gessetti Colorati e qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti al differente contenitore, per gentile concessione.
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