«Tanti anni fa – scrive Tonino Urgesi – la scuola italiana ha fatto una scelta che è stata una rivoluzione civile, dicendo basta alle classi differenziate. Ha detto che si sta tutti insieme. Oggi quel sistema fa acqua da tutte le parti, lo sappiamo. Ma se un palazzo ha le crepe sui muri, tu che fai? Cacci gli inquilini per far finta che la casa sia solida? No, metti a posto le fondamenta. Se manca il sostegno, pretendi più risorse, pretendi insegnanti formati. Non sposti il bambino fragile in un altro stanzino per non far disturbare la lezione…»
Ora tu immagina che è mattina presto, senti suonare la campanella. Arrivi a scuola. Hai lo zaino sulle spalle, lo zaino pesa, pesa sempre troppo. Hai la colazione che ancora deve scendere, ti gira nello stomaco. E ti gira pure la voce di tua madre, o di tuo padre, quella loro solita raccomandazione che ti rimbomba nelle orecchie mentre cammini: «Comportati bene, non ti distrarre, metticela tutta che oggi devi prendere un bel voto».
E tu cammini. Cammini lungo il corridoio. Il corridoio è lungo, c’è odore di gesso, ci sono i passi di tutti gli altri che rimbombano per terra. Arrivi davanti alla porta della tua classe. La solita classe. Tu allunghi la mano, prendi la maniglia. Stai per entrare, no? Come tutti gli altri. E invece no.
Invece arriva uno. Uno qualunque. Un adulto, una figura con una giacca, o un bidello, un dirigente o un professore, col registro sotto il braccio. Ti si mette davanti. Ti blocca la maniglia. E ti dice, con una voce che non è né arrabbiata né dolce, una voce piatta, una voce da timbro postale: «No. Tu qui non entri. Questa non è la classe tua. Tu devi andare da un’altra parte».
Tu lo guardi. Dici: «Perché?». E lui non ti risponde, perché non c’è bisogno di rispondere. Il motivo lo sanno tutti, anche se nessuno lo dice a voce alta. Il motivo è che tu sei diverso. Visibilmente o invisibilmente diverso, ma… diverso da chi? Diverso perché?
E intanto gli altri sfilano. Ti passano accanto, spensierati. C’è quello che ride per una battuta scema, c’è quella che corre perché è in ritardo, c’è quello che si è scordato il quaderno e si arrampica sugli specchi, c’è quello che ha preso 4 e piange e quello che ha preso 10 e fa il fenomeno. Loro entrano. Tutti dentro.
Tu no. Tu vieni scortato. Come i prigionieri, come gli ospiti sgraditi. Ti portano in fondo al corridoio. In un’altra stanza. Un’aula speciale, la chiamano. O “aula di sostegno”. O “aula risorse”. Chiamala come ti pare, i nomi li cambiano sempre per farli sembrare più belli. Ma è la stanza dove ci mettono quelli “come te”.
Ecco. Adesso fermati un attimo. Tu che stai ascoltando, fermati. In quel preciso istante, fermati, mentre la porta ti si chiude davanti e senti il rumore dello scatto della serratura… tu, come ti sentiresti?
È una domanda stupida, no? È una domanda elementare, quasi banale nella sua cattiveria. E invece è proprio da qui che dovremmo partire. Mica dalle conferenze. Mica dai convegni dove arrivano quelli vestiti bene con tailleur o cravatta, coi fogli A4 in mano, che parlano per tre, sette ore di «organizzazione scolastica», «efficienza», «merito», «inclusione», «standard di apprendimento», «programmazione didattica». Tutte parole vuote, parole lunghe, parole con tante doppie che servono solo a riempirsi la bocca e a non guardare in faccia nessuno.
Perché è facile parlare da sopra. È facile parlare quando sei tu quello che decide da che parte della porta bisogna stare. Ti appiccicano addosso un’etichetta, un protocollo. Una carta. Prima ancora che tu possa dire come ti chiami, cosa ti piace fare la domenica, qual è il tuo cantante preferito o se ti fa schifo il minestrone. No, non importa chi sei. Importa la casella. Sei bravo e veloce? Vai di qua. Sei lento o fai fatica? Vai di là. Hai una sedia a rotelle? Non vedi bene? Non senti? Sei nello spettro autistico? Subito di là, senza passare dal via.
Con una firma in calce a una diagnosi clinica, l’istituzione fa un bel colpo di spugna. Cancella la persona. Perché certo, magari tu hai bisogno della sedia a rotelle, o della lingua dei segni, o di tempi più lunghi, o di un posto tranquillo. È vero, sono cose mediche. Ma prima della cartella clinica, tu sei un ragazzo con i tuoi primi innamoramenti e pulsioni sessuali. Sei un bambino con i tuoi sogni, le tue paure, i tuoi dispettucci, le tue simpatie. E nessuna diagnosi al mondo potrà mai spiegare chi sei tu quando guardi fuori dalla finestra. La tua salute non può essere la tua unica carta d’identità.
Poi… sì… arrivano i difensori delle regole. Arrivano quelli del “buonsenso”. E ti dicono: «Ma scusa, che c’è di male? Se uno ha un bisogno speciale, è logico, è pragmatico dargli uno spazio suo, un posto protetto!».
La chiamano protezione. La chiamano specializzazione. Ma dai… diciamocelo chiaramente, senza fare i diplomatici da salotto: è una scusa. È una gran comoda, enorme ipocrisia per non spostare di un millimetro le sedie. La stanza separata non serve a proteggere chi sta dentro. Serve a sollevare tutti gli altri. Serve a sollevare il sistema, i professori impreparati, i compagni “sani” e i genitori degli alunni “sani” che c’hanno l’ansia che il programma va troppo lento. Serve a non avere il disturbo morale e logistico di doversi occupare di chi va a un altro ritmo.
È un lusso da forti. È un privilegio da conformi stabilire chi merita di stare dentro la stanza buona e chi deve accomodarsi fuori.
Ma la scuola cos’è? La scuola pubblica è un distributore automatico? Metti la monetina ed esce la nozione di storia, la formula di matematica, la regola di grammatica, la regola di inglese per essere pronti al mercato del lavoro? No. O almeno, non dovrebbe esserlo. La scuola è il primo posto dove impari che il mondo è pieno di gente diversa da te. È la prima palestra dove s’impara a vivere insieme. Nel mondo vero mica ci sono le corsie per i veloci e le corsie per i lenti. Fuori per strada, chi cammina piano cammina accanto a chi corre. Chi sta in carrozzina muove le ruote sul marciapiede dove un altro cammina a piedi. Chi parla con i gesti incrocia chi parla con la bocca. E chi capisce subito deve imparare un’arte difficilissima: l’arte di aspettare.
Se iniziamo a fare le classi separate per ogni problema, dove ci fermiamo? Facciamo un’aula per quelli che vanno male in matematica. Un’aula per quelli che sono arrivati da poco da un altro Paese e non sanno l’italiano. Un’aula per quelli iperattivi che si muovono troppo sulla sedia. Un’aula per quelli che hanno i problemi a casa e sono tristi. E poi un’aula esclusiva, bellissima, pulitissima, per i “geni”.
E alla fine di questa grande pulizia, dentro la classe “normale”, chi ci rimane? E soprattutto: chi è che decide cos’è la normalità? Chi è che ha la riga e il compasso per misurare se sei normale abbastanza per entrare da quella porta?
La scuola italiana, tanti anni fa, ha fatto una scelta che è stata una rivoluzione civile: ha detto basta alle classi differenziate. Ha detto che si sta tutti insieme. Oggi quel sistema fa acqua da tutte le parti. Lo sappiamo, lo sappiamo tutti, lo sappiamo bene. Mancano i soldi, gli insegnanti di sostegno cambiano ogni tre mesi, non c’è formazione, ci sono le barriere architettoniche, gli adulti non sanno come fare. Ma se un palazzo ha le crepe sui muri, tu che fai? Cacci gli inquilini per far finta che la casa sia solida? No, metti a posto le fondamenta. Se manca il sostegno, pretendi più risorse, pretendi insegnanti formati. Non sposti il bambino fragile in un altro stanzino per non far disturbare la lezione.
C’è una differenza enorme tra il dire che le cose non funzionano bene e il dire che il problema è la presenza di chi fa più fatica. C’è di mezzo un baratro di umanità.
Bisognerebbe fare una cosa semplice. Una cosa che non si fa mai. Bisognerebbe fermarsi. E chiedere a quel ragazzo, a quel bambino: «Tu dove vuoi stare? Con chi vuoi stare? Come ti possiamo dare una mano?».
Domani mattina, prima di parlare, prima di votare una riforma, prima di far passare un Decreto, o emettere una Circolare, prima di fare un commento al bar o su internet, tu prova a rifare quel piccolo esperimento mentale. Ora mettiti di nuovo in quel corridoio. Senti il rumore freddo della porta che ti si chiude in faccia. Guarda attraverso il vetro della finestra. Dentro c’è il tuo migliore amico. Lui ti guarda da lontano, smarrito, non capisce. Lui ti fa un gesto con le mani, come per dirti: «Ma che fai? Perché tu non entri?».
Ecco, adesso cerca di pensare a una risposta, cerca di inventare una parola, una sola parola umana, per spiegargli perché tu devi rimanere fuori e lui dentro.
Perché prima di essere un caso clinico, un numero di matricola, un quattro o un dieci sul registro elettronico, quello lì è un ragazzo è un bambino. È una persona in carne ed ossa. E domani mattina, da quella parte della porta chiusa, ci potresti essere proprio tu. O ci potrebbe essere tuo figlio.
*Esperto di affettività e sessualità delle persone che vivono in un contesto disabilizzante.
Articoli Correlati
- Il diritto di non sapersi difendere Autismo, disabilità e il paradosso di dover diventare la propria difesa proprio quando non si riesce più a farlo: ruota attorno a questo la storia raccontata da Federica, una storia…
- Se la disperazione diventa un mercato: terapie ingannevoli e autismo Continuano ad emergere casi di genitori che, sopraffatti dalla disperazione, cadono vittime di percorsi alternativi e truffe in cerca di cure e soluzioni per l’autismo. Ringraziamo dunque con particolare calore…
- L’arte elogia la follia: la malattia mentale nelle opere dei grandi artisti Spazia dal Medioevo ai giorni nostri il ricco approfondimento dedicato al rapporto tra arte e follia, curato da Stefania Delendati, che scrive tra l’altro: «In un certo senso l’arte, se…