«Vorrei parlare – scrive Liana Cappato – del diritto al lavoro di quei caregiver che non sono nelle condizioni di fare altrimenti, o che semplicemente vogliono (e ne hanno pieno diritto) lavorare. Ad essi viene posta frequentemente una domanda: “Ma lei ha una 104?”. Ed è lì che incomincia una sorta di “mobbing legalizzato”, mentre dovrebbe essere un pieno diritto, per il lavoratore caregiver, di non essere discriminato perché ha un congiunto da assistere»
Come recita la nostra Costituzione, «L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro» ed è proprio così che dovrebbe essere per tutti e tutte, nessuno escluso.
Non voglio soffermarmi sul diritto al lavoro per le persone con disabilità, che viene quotidianamente offeso, calpestato, dimenticato, perché sarei ridondante e i contenuti sarebbero una mera ripetizione di quanto ho abbondantemente detto e scritto in passato, come hanno fatto tantissime altre persone molto più competenti di me. Oggi voglio piuttosto parlare del diritto al lavoro di quei caregiver che non sono nelle condizioni di fare altrimenti, o che semplicemente vogliono (e ne hanno pieno diritto) lavorare.
Finalmente si è capito che per consentire ad un caregiver di poter proseguire la sua attività lavorativa, un “accomodamento ragionevole”, per quanto riguarda orari e sede di lavoro, sia assolutamente necessario, ma non sempre, ahimè, sufficiente.
Il rapporto «lavoratore-datore di lavoro» è di per sé molto delicato perché esistono, com’è giusto che sia, gerarchie che vanno rispettate, altrimenti sarebbe il caos. Spesso, però, accanto a persone corrette e integerrime, appartenenti a queste categorie dirigenziali, hanno fatto notizia alcuni datori di lavoro che, di fronte a giovani donne aspiranti a un posto di lavoro, ponevano una domanda scomoda e sessista, invisa alla stragrande maggioranza delle persone con un minimo di senso di ciò che è giusto: «Signorina, cosa vorrebbe lei dalla vita? Vorrebbe dei figli?».
Oramai questa domanda non si fa più perché la più ingenua delle aspiranti, magari già “in dolce attesa”, risponderebbe che assolutamente non ha istinto materno. Allora càpita che l’attenzione di questi “alcuni datori di lavoro” si sposti sul “grande privilegio”” che noi caregiver, contenti del nostro ruolo e soprattutto del nostro dono (la disabilità dei nostri cari), avremmo e che, di conseguenza, cambi la domanda: «Signora, ma lei ha una 104? O due 104?».
«Non ho una 104! 104 è un numero! Ho un figlio con disabilità che richiede supporto e quindi lo Stato prova a tutelare lui e me con la Legge Quadro 104/92 e con altre leggi e decreti, il più delle volte disattesi. Perché me lo chiede?». «Signora, niente di che, mi devo solo regolare!».
Ed è in questo preciso momento che inizia quello che io chiamo, in modo piuttosto fantasioso, un “mobbing legalizzato”. Ci sono infatti situazioni in cui questa domanda può comportare che il lavoratore, magari con competenze comprovate, con anni di servizio alle spalle, con amore per il proprio lavoro che sa fare, venga collocato in posizioni più dequalificanti rispetto alle proprie competenze e rispetto a colleghi magari meno preparati, se non altro per questioni anagrafiche.
Prendiamo per esempio la scuola: un insegnante che, per svariati motivi, sia costretto a fare domanda di trasferimento dopo decenni di servizio, da sempre abituato a lavorare su una o due classi (nella scuola primaria), si ritrova a dover rispondere a questa feroce domanda proprio nel luogo dove l’inclusione, l’abbattimento di barriere ideologiche e la partecipazione si dovrebbero respirare a pieni polmoni. In questo caso dobbiamo dire grazie alla “buona scuola” che ha introdotto la figura del “docente di potenziamento”.
Ebbene, una volta che si risponde all’incauta domanda, il Dirigente Scolastico, in teoria, ha piena facoltà di non affidare al docente in questione alcuna classe o disciplina, ma di collocarlo appunto su “posto di potenziamento”, a orario anche intero. Per i “non addetti ai lavori”, questo dovrebbe essere una risorsa per le classi, ma chi lavora nella scuola sa che la risorsa di cui stiamo parlando equivale sì e no al vecchio “supplente”, nemmeno riconosciuto dai bambini stessi come figura di riferimento. E questo è fortemente punitivo (a meno che non lo richieda egli stesso) per un docente con anni di esperienza alle spalle, con viaggi in capo al mondo per insegnare in scuole dove, ai tempi (lì sì), era chiamato come supplente a fare quella “gavetta” che in tutte le professioni e mestieri si è chiamati a fare (quando si è giovani, alle prime armi e soprattutto, il più delle volte, senza figli o genitori con disabilità), e soprattutto con una situazione familiare già di per sé drammatica.
Sia chiaro, l’intento di queste righe non è certamente quello di sminuire la figura del “docente di potenziamento”, quanto piuttosto di ribadirne la valenza, senza dimenticare però che questa figura professionale può e dovrebbe rappresentare un “momento di crescita” costruttivo, per arrivare a gestire in autonomia una classe, con tutte le criticità annesse e connesse dei tempi che stiamo vivendo.
Ora mi piacerebbe che un dirigente, un capo d’azienda, un qualsiasi datore di lavoro, se proprio sente l’esigenza di investigare sulla vita privata delle persone, lo faccia per pura curiosità e non con secondi fini, perché, come non si deve chiedere a una donna se voglia o meno dei figli per decidere di assumerla e in che termini, la stessa cosa dovrebbe valere per i caregiver che si vedono discriminati rispetto ai giovani che invece avrebbero tanto bisogno di imparare dalla “vecchia guardia” e, nel caso della scuola, spesso trovano colleghi talmente pieni di sé i quali in classe, quando il docente di potenziamento chiede, ad esempio, se debba andare nella sezione A o B, rispondono: «È indifferente, vai dove preferisci…». È una situazione estremamente imbarazzante, per non dire frustrante per chi è “innamorato del suo lavoro” e lo svolge con coscienza nonostante le difficoltà che deve quotidianamente affrontare.
Ribadisco, questo io (e valgo solo per me) lo chiamo “mobbing legalizzato”. Essere caregiver e lavorare fuori casa non è semplice, e un Dirigente che sappia fare il proprio mestiere deve anche occuparsi del benessere del suo subalterno, perché da questo benessere ha origine il buon esito del lavoro che egli sarà chiamato a svolgere.
Il diritto ad astenersi dal lavoro tre giorni al mese non è un diritto proprio del lavoratore, non è la possibilità di riposarsi gratis per tre giorni, ma un diritto della persona con disabilità ad essere seguita per quei famigerati tre giorni non da un estraneo, ma da una persona a lei cara, e vale per tutte le persone con disabilità; per questa ragione non lo si deve chiamare “privilegio”. Privilegio è quel diritto che non è per tutti, mentre i tre giorni di permesso da Legge 104 sono previsti per tutte le persone con disabilità, non solo per alcuni. Quello che invece dovrebbe essere un diritto per il lavoratore caregiver è quello di non essere discriminato perché ha un congiunto da assistere.
Quindi chiedo a gran voce che la fatidica domanda («Ma lei ha la 104?») venga messa al bando, alla stregua dell’altro precedente quesito («Ma lei vuole avere dei figli?»), perché il risultato è similare.
*Presidente dell’Associazione Autismo Fuori dal Coro.
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