Nel percorso di Matteo Scapin, la musica elettronica non è solo ricerca stilistica o intrattenimento, ma uno strumento potentissimo di relazione e di abbattimento delle barriere. Il suo bagaglio di storie e riflessioni è ora confluito in “Frequenza Fondamentale”, libro in cui intreccia narrativa, divulgazione e pratica musicale, con la visione di fondo che ne guida il lavoro, ossia la musica come diritto universale, come pratica che non cerca il virtuosismo a tutti i costi, ma l’ascolto e la scoperta reciproca
Quando pensiamo alla musica elettronica, la mente in genere corre subito ai beat martellanti di un club affollato, ai festival oceanici o ai dj set sotto una pioggia di laser. C’è però un altro lato di questo universo sonoro, meno noto e patinato ma infinitamente più inclusivo, che ribalta il concetto stesso di fare musica. È quello che esplora da anni Matteo Scapin – in arte “Matthew S” – musicista, produttore e sound designer vicentino, classe 1989, di cui il nostro giornale ha già avuto il piacere di occuparsi in passato.
Nel suo percorso, che spazia dalle atmosfere sognanti dell’ambient alle contaminazioni house e techno, l’elettronica non è solo ricerca stilistica o intrattenimento, ma strumento potentissimo di relazione e di abbattimento delle barriere.
Il nostro incontro/intervista, nato anche da una condivisione di background e dalla curiosità – anche il sottoscritto fin da ragazzo è stato rapito dalle infinite possibilità espressive dei sintetizzatori –, non poteva che partire dai suoni, dagli strumenti e dalle tecnologie. Ma il vero cuore della conversazione è il lunghissimo impegno di Matteo Scapin nell’àmbito della disabilità.
La passione per i suoni in lui nasce molto presto. Ancora ragazzino si avvicina al mondo dei DJ, cominciando a esibirsi nelle prime feste e successivamente nei locali. Con il passare del tempo, però, proporre la musica degli altri non gli basta più: vuole creare qualcosa di proprio, sperimentare, costruire trame e composizioni personali. È così che intraprende la strada della produzione musicale, affiancandola all’attività di performer. Un percorso artistico che nel 2015 lo porterà a ricevere il prestigioso Best New Generation Electro agli MTV Italia Awards, tappa fondamentale che lo vedrà collaborare con diverse realtà del settore, calcare palchi internazionali come la Latin Alternative Music Conference di New York e firmare progetti di sound design per il Gruppo L’Espresso e il Gruppo Magnolia.
Oggi, accanto alla produzione e ai live, si dedica all’insegnamento della produzione musicale e del DJing, collaborando con l’Istituto Musicale Veneto di Thiene (Vicenza) e il PantaRhei della città berica.

La produzione di Matteo riflette un’indole eclettica e trasversale: «Molto dipende dallo stato d’animo, dal momento che sto vivendo e dal desiderio di sperimentare», racconta, rifiutando ogni etichetta o vincolo di genere.
Ma la musica, per Scapin, non è soltanto una professione da studio o da palcoscenico. Da circa quindici anni è anche al centro di un intenso percorso di condivisione che lo vede lavorare al fianco di persone con disabilità, bambini, ragazzi e anziani. «Ho sempre pensato che non fosse giusto riservare la possibilità di fare musica solo a chi non vive una condizione di disabilità», racconta, sfatando un divario culturale che troppo spesso taglia fuori i più fragili dall’accesso agli strumenti.
La svolta nasce quasi per caso, quando un genitore gli chiede di portare la sua esperienza di produttore all’interno di un gruppo di ragazzi. Scapin accetta, dando vita a Music4All, un progetto che negli anni si è strutturato in una rete preziosa di collaborazioni con famiglie, associazioni, fondazioni e istituti scolastici.
Ciò che rende unici questi laboratori è l’approccio materiale: Scapin non semplifica o sminuisce l’esperienza, ma porta sul campo gli stessi strumenti che adopera nel suo studio – sintetizzatori, campionatori, drum machine e software per la produzione musicale. I partecipanti possono così plasmare la materia sonora in prima persona, accedendo a un’espressività che spesso si immagina riservata solo ai professionisti. L’interazione passa anche attraverso i canali del tatto e della vista, sfruttando superfici, comandi fisici e feedback luminosi calibrati sulle esigenze di ciascuno. «Lavoro praticamente dai 5 ai 99 anni», sorride.
Tra i progetti più recenti spicca Dialoghi Sonori, un laboratorio pensato per gli anziani e aperto anche a persone affette da Alzheimer, affiancato dalla supervisione di uno psicologo per monitorare le dinamiche relazionali. Tra i ricordi di questo viaggio umano, uno in particolare esprime il senso profondo dell’iniziativa: dopo tre incontri, un partecipante con Alzheimer lo ha riconosciuto mentre sistemava i cavi e gli ha chiesto: «Ma tu sei quello degli strumenti strani?». Un lampo di memoria e di connessione che vale più di mille relazioni tecniche.
Scapin tiene tuttavia a precisare che il suo non è un intervento di musicoterapia: «Collaboro con i professionisti del settore, ma io non sono un musicoterapeuta». Il suo obiettivo non è la clinica, ma la restituzione del puro piacere di creare, esprimersi e stare insieme. Un concetto chiave spesso dimenticato: la musica non deve per forza avere uno scopo riabilitativo; è, prima di tutto, uno spazio di libertà e condivisione.
Questo bagaglio di storie e riflessioni è confluito in Frequenza Fondamentale, un volume in cui Scapin intreccia narrativa, divulgazione e pratica musicale. Attraverso le vicende di tre adolescenti – Leo, Zoe e Amina – l’autore usa i concetti cardine dell’elettronica come chiavi di lettura della vita: la timeline diventa una lezione sul rispetto dei tempi altrui; il campionamento insegna a trasformare il vissuto; il filtro passa-basso invita a escludere il rumore dei pregiudizi; e persino il glitch, l’errore digitale, si fa metafora del valore dell’imperfezione.
Arricchito da pillole di storia della musica e laboratori pratici, il libro si chiude con una dedica toccante a Filippo, amico e maestro di vita: «Che la vita non si misura dalla perfezione delle sue note, ma dalla forza immensa con cui decidiamo di farla risuonare».
Nel nostro confronto tra musicisti, parlando di macchine, frequenze e limiti da superare, è emersa con forza la visione di fondo che guida il lavoro di Scapin: la musica come diritto universale, come pratica che non cerca il virtuosismo a tutti i costi, ma l’ascolto e la scoperta reciproca. Più che un’intervista, quindi, la nostra è stata una piacevolissima jam session di parole e di idee sulla musica.
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