(In)Intelligenza Artificiale

di Gianni Minasso
«Ho posto all’Intelligenza Artificiale il quesito “È bello avere una disabilità e quindi essere disabili?”. La risposta è stata immediata e la ripropongo, seguita dai miei brevi commenti»: è questa la nuova incursione di Gianni Minasso nella sua rubrica “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, spazio fatto di pungente ironia, di grottesco e talora anche della comicità più o meno involontaria che, come ogni altra faccenda umana, può riguardare anche il mondo della disabilità
Umanoide che chiede a una donna in carrozzina "Prego, vuol ballare con me?". Risposta: "Grazie, preferisco di no"
Realizzazione grafica di Gianni Minasso

Ormai in qualsiasi contesto, dalle pettinatrici alle aule dei corsi di meditazione trascendentale, si discute sui pro e contro dell’Intelligenza Artificiale. Personalmente, lo ammetto, non ho le competenze chiromantiche adeguate per esprimere un’idea precisa su questa rivoluzione tecnologica che, a seconda dei pareri altrui, potrebbe volta per volta trasformarsi in una catastrofe planetaria (la maggioranza) oppure in un’alba radiosa per il genere umano (una minoranza sempre più esigua). Di conseguenza preferisco non addentrarmi in valutazioni superficiali, anche se mi è difficile fingere di non avvertire un pizzico d’inquietudine.
Di norma la uso con parsimonia, però, grazie alla disponibilità di Gemini (l’assistente IA di Google), ho potuto lenire i postumi della puntura praticatami in una chiappa dal calabrone della satira. Come? Beh, ho provato a tenderle una trappola con un quesito insidioso, quasi assurdo e per certi versi tendenzioso, a cui, ne converrete, è impossibile rispondere in modo universalmente sensato. La domanda era: «È bello avere una disabilità e quindi essere disabili?». La risposta è stata immediata e ve la ripropongo con i miei brevi commenti inseriti tra parentesi quadre.

Introduzione
Vivere con una disabilità non è di per sé un’esperienza “bella” o “brutta” [dammi retta, è brutta, è brutta!], ma una condizione complessa che comporta sfide oggettive e opportunità di crescita [o, più facilmente, di decrescita] uniche. La disabilità in sé non definisce la felicità o il valore di una persona [okay], ma influenza profondamente il modo in cui ci si relaziona con il mondo [e, spesso purtroppo, il modo in cui il mondo si relaziona con noi disabili]. Per capire a fondo questa realtà, è utile analizzare sia le difficoltà concrete sia gli aspetti di riscatto e valore personale [boh, proviamo].

Le sfide e le barriere quotidiane
La percezione della disabilità è spesso legata agli ostacoli [tanti, troppi] che la società frappone sul cammino delle persone:
1. Barriere architettoniche: gradini, trasporti non accessibili e spazi stretti limitano fortemente l’autonomia [ma va? Non ce n’eravamo accorti].
2. Barriere sociali e culturali: i pregiudizi, l’emarginazione o, al contrario, il pietismo feriscono la dignità delle persone [soprattutto fanno a pezzi la dignità di chi ne è responsabile].
3. Costi emotivi e fisici: molte condizioni [il 99,9%] comportano dolore cronico, terapie continue e una fatica quotidiana superiore alla norma [e anche giramenti di scatole derivanti dalle rotture di… vabbè, ci siamo capiti].

La prospettiva del valore e della crescita
Allo stesso tempo, molte persone con disabilità costruiscono vite piene, ricche e soddisfacenti [ah sì? non me n’ero proprio reso conto, ma dove sono ’sti handy, su Marte?]. Questo accade perché:
1. Sviluppo di una forte resilienza: superare ostacoli continui porta a sviluppare una straordinaria capacità di adattamento e problem-solving [se non si naufraga prima].
2. Unicità e identità: la disabilità è una sfaccettatura dell’identità che offre un punto di vista unico e prezioso sul mondo [“unico” di sicuro, “prezioso” è ancora tutto da dimostrare].
3. Consapevolezza del valore della vita: Spesso spinge a ridefinire le priorità, concentrandosi su ciò che conta davvero, come le relazioni umane e l’espressione personale [«ciò che conta davvero»? te lo dico io, disabile di professione: respirare, mangiare, bere, deglutire bene, scongiurare i decubiti, evitare di cadere, lavarsi, andare al gabinetto quando scappa eccetera, queste sono le vere priorità!].

Il ruolo fondamentale della società
La disabilità non è semplicemente una “malattia”, ma il risultato dell’interazione tra la condizione di salute di una persona e l’ambiente in cui vive [yes sir]. In un mondo pienamente accessibile, inclusivo e privo di pregiudizi, la disabilità smette di essere un limite invalicabile e diventa una semplice caratteristica della diversità umana [appunto, però tutto ciò, come ipotizzavamo poco fa, forse avviene solo su Marte].

Spesso si usano le parole “disabile” e “invalido” come se fossero la stessa cosa. Ma non lo sono [anche perché, vivaddio, gli invalidi esistono solo più nella mente di medici legali, burocrati e avvocati]:
1. Disabile è una persona che incontra barriere, negli spazi, nei servizi e negli atteggiamenti, e trova modi diversi per superarle [non sempre, informati meglio IA, non sempre].
2. Invalido, invece, è un termine che indica una condizione fisica o sanitaria che limita alcune capacità, ma non dice nulla su chi sei, su cosa fai o su come vivi [privacy, vi prego!].
Essere disabile non vuol dire essere invalido. Essere invalido non vuol dire non avere valore. Parlarne serve a capire meglio, rispettare di più e usare le parole giuste [bah, per lo più dipende dalla quantità di cervello che si ha nella calotta cranica].

Alla fine di tutta ’sta pappardella, la tentatrice IA mi ha proposto un terzetto di approfondimenti: «Ti interessa esplorare un tipo specifico di disabilità (fisica, sensoriale, cognitiva)?», «Vuoi conoscere le leggi attuali sull’inclusione o sull’abbattimento delle barriere?», «Stai cercando storie e testimonianze di persone che hanno raggiunto grandi traguardi?». Per fortuna ho avuto la prontezza di declinare l’offerta: no grazie, per oggi basta cosi. Comunque, se starete bravi, in futuro provvederò a formulare altre domande all’IA per poi sghignazzare con voi sulle sue risposte.

Post Scriptum
A un certo punto della stesura di questo pezzo, sono stato assalito da un dubbio e ho provato in tempi diversi a ripetere la stessa domanda all’IA, ottenendo, volta per volta, risposte sempre differenti. Gliene ho chiesto direttamente conto e lei mi ha confidato: «Non consulto un database di risposte già pronte, ma calcolo la mia risposta parola per parola, in base a probabilità statistiche, e questo genera variazioni naturali nel testo. Poi fattori come l’ora corrente, la data, la tua posizione geografica [sic!] o le informazioni fresche recuperate dal web, modificano la base dei dati che utilizzo per risponderti. Inoltre i miei algoritmi includono un parametro di creatività chiamato “temperatura” e se questo valore è superiore allo zero, il sistema sceglie intenzionalmente sinonimi o strutture di frasi diverse per evitare di sembrare un disco rotto [ari-sic!]».
Ecco, forse è questo il vero pericolo dell’IA: l’aver presto imparato da noi umani la suprema arte della paraculaggine, cioè, come dice lei stessa interrogata su questo vocabolo, «Un misto di furbizia, opportunismo e spiccata capacità di destreggiarsi a proprio vantaggio, sapendo sempre come cadere in piedi, evitando le responsabilità e traendo profitto dalle varie situazioni grazie alle vaste conoscenze». Il tutto infine, incoronato dalla quintessenza del paraculismo: prima pontificare e poi concludere sempre con diciture tipo: «Le risposte dell’AI potrebbero contenere errori». Morìammazzata!

Intelli G. Enza e Artifici Ale

Per i testi del periodo 2004-2024 pubblicati da Gianni Minasso sulle nostre pagine, nell’àmbito della rubrica “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, fare riferimento a questo link. Per quelli invece dell’anno 2025 e dell’anno in corso, fare riferimento alla funzione “Cerca” in alto a destra della nostra home page.
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