Se la discriminazione si traveste da protezione

di Attiva-Mente*
Bisognerebbe imparare a riconoscere la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità anche quando si presenta in ambienti ordinati, con personale gentile e procedure impeccabili. Perché la segregazione non ha sempre bisogno di cancelli, imposizioni o parole ostili. A volte basta ad essa un sorriso, una buona intenzione e qualcuno disposto a decidere al posto tuo: sono le riflessioni indotte dalla visione di un inquietante esperimento televisivo britannico, sul confine tra prendersi cura delle persone e decidere della loro vita
Mat Fraser e Sophie Morgan, "The Experiment"
In primpo piano Mat Fraser e Sophie Morgan, in un’immagine del programma televisivo “The Experiment”

Quando la discriminazione si traveste da protezione, assistenza ed efficienza, riconoscerla diventa più difficile. Un inquietante esperimento televisivo britannico ci invita a riflettere sul confine tra prendersi cura delle persone e decidere della loro vita.
Non occorre odiare qualcuno per negargli un diritto, a volte basta essere convinti di sapere che cosa sia meglio per lui. È forse questa la riflessione più inquietante che emerge da The Experiment, un documentario trasmesso il 21 ottobre scorso dall’emittente britannica Channel 4 e raccontato in una recensione pubblicata sul quotidiano britannico «The Guardian».
Il programma condotto da Sophie Morgan e Mat Fraser, entrambi con disabilità, parte da una domanda tanto semplice quanto scomoda: quanto sarebbe difficile convincere persone comuni ad accettare la segregazione delle persone con disabilità, se questa venisse presentata come una soluzione ragionevole, sicura ed economicamente vantaggiosa?
Per verificarlo viene allestita una falsa struttura residenziale, chiamata Segrilife, nella quale alcuni cittadini vengono accompagnati in visita senza sapere di trovarsi all’interno di un esperimento televisivo. I residenti sono attori con disabilità, mentre ambienti e materiali informativi ripropongono, con un linguaggio contemporaneo, idee riconducibili alla segregazione e alla svalutazione delle persone con disabilità.
Ci sono lavori ripetitivi e poco qualificati, dormitori collettivi sorvegliati da telecamere, manifesti che illustrano il costo dell’assistenza e il risparmio ottenuto attraverso l’istituzionalizzazione. Tutto viene presentato con toni rassicuranti, parlando di sicurezza, organizzazione e sostenibilità economica. La cosa più sconcertante è che diversi visitatori finiscono per considerare quelle condizioni ragionevoli, quando non addirittura positive.

Il documentario richiama anche l’Aktion T4, il programma nazista di sterminio delle persone con disabilità. Senza stabilire improprie equivalenze con le politiche sociali contemporanee, quel riferimento storico invita a riflettere sulle idee che resero possibile la disumanizzazione di intere categorie di persone: la convinzione che alcune vite valgano meno di altre, che il valore di un essere umano dipenda dalla sua produttività e che chi necessita di maggiori sostegni rappresenti soprattutto un peso per la collettività.

Colpisce soprattutto che le persone che approvano ciò che vedono non sembrino necessariamente animate da ostilità verso le persone con disabilità. Alcune appaiono sinceramente convinte che quelle condizioni siano appropriate, persino desiderabili. È il vecchio paternalismo che conosciamo bene, quello che considera le persone con disabilità come soggetti da proteggere e assistere, per i quali altri possono decidere dove vivere e quali possibilità concedere. Tutto, naturalmente, per il loro bene. Una discriminazione difficile da contrastare, perché spesso si nasconde dietro intenzioni apparentemente generose. Eppure, una decisione presa nell’interesse dichiarato di qualcuno non diventa automaticamente giusta se quella persona viene esclusa dalla decisione stessa.
È un rischio che riguarda anche le nostre società, in un clima internazionale segnato da nuovi venti di guerra e da logiche di potere, competizione e consumo che rischiano di ridurre ogni cosa al suo valore economico.
Anche il dibattito sulla disabilità continua troppo spesso a privilegiare i costi dell’assistenza e le esigenze organizzative dei servizi rispetto ai diritti e alla volontà delle persone. Le risorse pubbliche non sono illimitate, ma quando il risparmio diventa il criterio principale per decidere dove e come una persona debba vivere, si finisce per cercare la sistemazione meno onerosa anziché i sostegni necessari a garantirle la libertà di scelta. E tra sostenere una persona e sistemarla da qualche parte passa tutta la differenza che esiste tra un diritto e una concessione.

L’articolo 19 (Vita indipendente ed inclusione nella società) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosce il diritto di scegliere dove e con chi vivere e di disporre dei sostegni necessari per partecipare alla vita della comunità, senza subire isolamento o segregazione. È una prospettiva che dovrebbe orientare qualsiasi politica pubblica.
Ma l’aspetto più inquietante di The Experiment è proprio la normalità con cui certe limitazioni della libertà vengono accettate, soprattutto quando sono presentate come inevitabili o vantaggiose. È un monito che riguarda tutti, perché la segregazione può sopravvivere anche grazie all’abitudine, all’indifferenza e alla convinzione che per alcune persone non esistano alternative.
Dovremmo imparare a riconoscere la discriminazione anche quando si presenta in ambienti ordinati, con personale gentile e procedure impeccabili. Perché la segregazione non ha sempre bisogno di cancelli, imposizioni o parole ostili. A volte basta ad essa un sorriso, una buona intenzione e qualcuno disposto a decidere al posto tuo.

*Attiva-Mente è un’Associazione della Repubblica di San Marino ([email protected]).

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