«A quegli insegnanti per i quali la responsabilità della mancata inclusione è di tutti fuorché loro – scrive Luca Grecchi – vorrei dire che, se non glielo impone un senso etico di vicinanza a chi si trova in difficoltà, è comunque la normativa a richieder loro interventi precisi. Agli altri docenti, invece, che hanno a cuore l’inclusione, non occorre dire nulla, se non ringraziarli per ciò che ogni giorno fanno»
Gli studenti e le studentesse che frequentano il corso di laurea in Scienze dell’Educazione nell’Università in cui insegno mi hanno spesso riferito che una tendenza diffusa, purtroppo, tra gli allievi della scuola secondaria, è quella di non salutare nemmeno i propri compagni con disabilità, soprattutto intellettive. Tale atteggiamento è forse dovuto al fatto che, nell’odierna società dell’apparire, in cui si ritiene di brillare in base al presunto “status” che si pensa di possedere, il relazionarsi a persone con disabilità produce, nella mentalità diffusa, una sorta di riduzione del proprio presunto rating di “vincenti”.
La scuola è tuttavia il solo luogo con finalità educative in cui le giovani vite, con e senza disabilità, si incontrano ogni giorno nei primi fondamentali anni dell’esistenza. Essa resta, pertanto, la sede principale per affrontare il tema dell’inclusione, ovvero per cercare di favorire quelle relazioni sociali che, in maniera sostanziale, possono produrre comunità.
Mi chiedo allora: i docenti italiani sono davvero preparati per attuare questo tipo di operazione culturale e sociale, che dovrebbe costituire il fine primario della loro attività educativa? E ancora: questo argomento, così complesso da affrontare, sta a costoro realmente a cuore, o viene vissuto soltanto come una delle molteplici incombenze che il sistema scolastico pone sempre più spesso a loro carico?
Se ci fermiamo alle dichiarazioni ufficiali, l’inclusione è prioritaria nella scuola. Se consideriamo, però, la realtà quotidiana, ossia i racconti effettuati dagli studenti e dalle loro famiglie, l’esclusione dal gruppo classe risulta molto frequente per i ragazzi con disabilità.
Le cause prime di questa situazione sono generali, ossia dovute al fatto che la totalità sociale in cui viviamo è strutturalmente non comunitaria. Ciò nonostante, buoni esiti inclusivi a scuola dipendono molto dal fine che i docenti si pongono nello svolgimento della loro attività. Per riuscire a costruire qualcosa di valido in una realtà difficile come quella attuale, infatti, il fine primario deve essere costituito dal voler favorire, nella misura maggiore possibile, il bene soprattutto degli allievi più fragili. In altre parole, ogni docente dovrebbe interrogarsi continuamente su che cosa può fare, nel suo ruolo, per realizzare in aula il contesto massimamente accogliente, che consenta a tutti gli studenti di sentirsi parte di una comunità.
In questa sede mi fermerò alla fase iniziale del percorso, ossia ai primi passi da compiere, da parte dei docenti, di fronte a episodi di esclusione sistematica praticati dai compagni di alunni con difficoltà. Mi chiedo in merito: in questi casi, gli insegnanti sanno sempre come agire? E, soprattutto: sono, nella loro maggioranza, intenzionati ad impegnarsi strenuamente per risolvere tali situazioni, anche qualora ciò conduca a dover affrontare il discorso in maniera complessa, coinvolgendo cioè non solo i colleghi e il dirigente scolastico, ma tutti gli allievi e, se necessario, nei dovuti modi, le relative famiglie?
Le esperienze raccolte negli anni mi inducono, purtroppo, a ritenere che quando certe circostanze vengono fatte presenti da studenti esclusi o dai loro genitori, sovente gli insegnanti – a meno che non ci siano episodi denunciati di violenza – tendono a sminuirle, parlando di “cose da ragazzi”, forse in quanto non sanno cosa fare, o forse in quanto non vogliono “”complicarsi la vita” togliendo tempo alla didattica.
Qualcosa si muove, di solito, solo qualora vi sia un dirigente scolastico, o un intero corpo docente, realmente sensibile a questi problemi. Si tratta però di casi non frequenti. Più spesso vengono effettuati interventi solo quando la situazione produce nello studente conseguenze psicofisiche certificate, o quando le famiglie la denunciano tramite le PEC di un legale (alle quali le scuole danno talvolta seguito convocando lo psicologo per l’alunno escluso, ma agendo soltanto di facciata sul contesto, contrariamente a quanto invece prevedono anche le “storiche” normative inclusive, ossia la Legge 118 del 1971 e la famosa Legge 104 del 1992).
Conosco abbastanza, avendo da anni rapporti compositi col mondo della scuola, le principali posizioni in merito dei docenti italiani. Molti di loro sono scettici sul fatto che studenti talmente insensibili da non rivolgere nemmeno il saluto ad un compagno con disabilità, si possano ancora educare; a ciò risponderei tuttavia che nessuno è irrecuperabile, soprattutto se minorenne. Altri docenti sostengono che il peso burocratico posto sulle loro spalle è divenuto ormai così gravoso che, spesso, sono costretti a fare più attenzione alle carte che ai rapporti umani; a ciò ribatterei che si è pur sempre degli educatori, per cui almeno le dinamiche macroscopiche non possono sfuggire. Altri docenti ancora affermano invece che qualora le relazioni tra studenti non si configurino come reato, non sono tenuti ad intervenire. Le cose non stanno però in questo modo. Escludere, infatti, in maniera sistematica un compagno isolandolo è una forma di bullismo psicologico, punibile dalle normative in vigore. Il bullismo, certo, non configura ancora un reato previsto dal codice penale, ma la giurisprudenza tende ormai ad interpretarlo come un comportamento lesivo della dignità della persona, integrando in tal modo fattispecie civilmente e penalmente rilevanti. Il fatto che tali atti vengano posti in essere nei confronti di un disabile minore, costituisce un’ulteriore aggravante.
Può essere ancora necessario rammentare che il Decreto Legislativo 99 del 2025, in attuazione della delega prevista dalla Legge 70 del 2024, che a sua volta ha integrato la Legge 71 del 2017, prevede che agli insegnanti sia imputata una responsabilità diretta di prevenzione e intervento in casi di presunto bullismo. I docenti sono infatti tenuti a segnalare formalmente – anche senza richiesta specifica da parte della vittima o dei suoi genitori – tutti gli episodi sospetti, a fronte dei quali il dirigente scolastico deve d’ufficio avviare le procedure previste. L’omissione di questo dovere può comportare sanzioni disciplinari gravi.
Questi provvedimenti legislativi prevedono un iter articolato da seguire, nonché una pluralità di “supporti” che devono essere presenti in ogni scuola (sportelli di ascolto psicologico, nomina di referenti antibullismo, personale formato anche a livello di ATA ecc.). Il rischio, tuttavia, è che in assenza di capacità e, soprattutto, di volontà inclusiva collettiva, l’iter si trasformi nell’ennesima procedura amministrativa in cui le azioni intraprese risultano poco più che passaggi formali, risolvendosi, in ultima analisi, in mere rappresentazioni scenografiche.
Un paio d’anni fa un amico, docente di Italiano in un importante liceo, mi rivelò che nella sua classe c’era una studentessa con disabilità a cui nessuno rivolgeva la parola. Alla mia domanda circa che cosa lui stesse facendo per affrontare quella situazione, la sua risposta fu che non stava facendo nulla, in quanto riuscire a intervenire in modo efficace avrebbe comportato un’azione educativa di tale portata, da non poter essere svolta da un solo docente in poche ore. Alla mia proposta di coinvolgere anche gli altri insegnanti, o quanto meno di assegnare agli studenti, magari in sede di verifica, un tema dal titolo “Come mi sentirei se nessuno in classe mi rivolgesse la parola?”, mi disse che, in questo caso, i rappresentanti dei genitori sarebbero andati sicuramente subito a lamentarsi dal dirigente scolastico, per l’implicita critica ai loro figli di discriminare qualcuno.
Lascio a Lettori e Lettrici indovinare la mia risposta, che forse favorì la presa d’atto della necessità di porre maggiore cura verso quella situazione. Rimane il fatto che, per quieto vivere, troppo spesso, di fronte a fenomeni di esclusione che riguardano allievi con disabilità (e non solo), molti docenti tendono a voltarsi dall’altra parte. Ciò accade, verosimilmente, in quanto non è sentita come una lesione anche della loro umanità la sofferenza inferta, tramite l’emarginazione, a quelle giovani vite.
Mi è inoltre capitato di ascoltare, tempo addietro, un docente sostenere che la “colpa” dell’esclusione di un certo studente con disabilità era sì, in parte, dei compagni, ma era anche dello studente, che se la prendeva sempre troppo per le offese ricevute, riportandole nelle sedi ufficiali. Immagino che se quel docente avesse ricevuto, quotidianamente, le stesse offese da parte degli stessi studenti, non le avrebbe riportate nelle sedi ufficiali, e non se la sarebbe nemmeno presa.
Vorrei allora dire, in conclusione, a quegli insegnanti per i quali la responsabilità della mancata inclusione è di tutti fuorché loro che, se non glielo impone un senso etico di vicinanza a chi si trova in difficoltà, è comunque la normativa a richieder loro interventi precisi. Agli altri docenti, invece, che hanno a cuore l’inclusione, non occorre dire nulla, se non ringraziarli per ciò che ogni giorno fanno.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca ([email protected]), autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con diverso titolo e minimi riadattamenti dovuti al differente contenitore, per gentile concessione.
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