«L’emersione pubblica di affermazioni come quelle riportate recentemente nei social nei confronti delle persone con disabilità – scrive Domenico Massano – non dimostra quanto siano condivise, ma mostra che non nascono nel vuoto. E se maturalmente la storia non autorizza indebiti parallelismi né consente di stabilire dove terminerà ciascun percorso, dovrebbe però averci insegnato a riconoscere i rischi che emergono quando torna formulabile l’idea che il valore di alcune vite possa essere misurato»

George Grosz, “Metropolis”, 1916-1917, Thyssen-Bornemisza Museum di Madrid
Il 2 novembre scorso «Repubblica Palermo» ha riportato la vicenda di alcuni commenti comparsi sotto un post pubblicato sulla pagina Facebook dell’associazione Autismo in Movimento. Come ha successivamente raccontato a «Famiglia Cristiana» il fondatore della pagina, padre di un ragazzo con autismo, i commenti sono comparsi nel corso di una discussione sul riconoscimento dei diritti dei caregiver familiari (1).
Le parole utilizzate colpiscono per la loro violenza, ma ancora di più colpisce il ragionamento che le accompagna. «Da un punto di vista strettamente economico e finanziario», si legge in uno dei commenti, non avrebbe senso mantenere «individui non-produttivi» al costo di 300 euro al giorno. Segue il confronto con un lavoratore che guadagna 1.300 euro al mese e paga 600 euro di tasse, fino ad arrivare alla domanda: «Quante persone devono lavorare per mantenere un parassita, solo perché costui esiste?». E alla conclusione, esplicita: l’eutanasia dovrebbe essere estesa ai «costosissimi parassiti» che gravano sulle famiglie e sullo Stato (1).
In un successivo commento, secondo la ricostruzione di «Famiglia Cristiana», le persone con disabilità vengono inoltre paragonate ad animali sofferenti da sopprimere, richiamando ancora una volta il costo che la loro esistenza determinerebbe per la collettività: un ulteriore passaggio in una rappresentazione già deumanizzante, evidente nell’uso del termine “parassita” (1).
Si potrebbe liquidare tutto come uno dei tanti abissi che i social consentono di raggiungere, favoriti dalla distanza, dall’invisibilità e da quella disinibizione online che viene studiata da tempo (2). Sarebbe però riduttivo pensare che la rete produca dal nulla i contenuti che rende più facile esprimere. La ricerca sul pregiudizio mostra quanto la sua espressione pubblica dipenda anche dalle norme sociali e dalla percezione di ciò che può essere detto senza incontrare riprovazione (3). Non significa che dietro ogni commento esista necessariamente un pensiero collettivo strutturato, né che da una frase sia possibile misurare il consenso che la circonda, ma quando un’affermazione emerge già organizzata secondo una sequenza riconoscibile, nella quale compaiono improduttività, costo, peso per chi lavora, parassitismo ed eliminabilità, può essere utile interrogarsi sulle categorie culturali che la rendono intelligibile e sul linguaggio attraverso cui riesce a organizzarsi.
Nel caso della disabilità, questo terreno culturale può essere ricondotto all’abilismo, inteso non semplicemente come il pregiudizio ostile di singoli individui, ma come un sistema di valori che assume determinate caratteristiche del corpo, del funzionamento e del comportamento come necessarie perché una vita sia considerata di valore.
Nel 2019, la Relatrice Speciale ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, Catalina Devandas-Aguilar, ha evidenziato come questi presupposti alimentino pregiudizio e discriminazione e contribuiscano alla svalutazione della vita delle persone con disabilità (4).
I dati raccolti negli ultimi anni sull’odio online invitano a non considerare marginale il terreno sul quale queste rappresentazioni circolano. Nel capitolo Persona e disabilità del Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, richiamando i dati della Mappa dell’Intolleranza di VOX-Osservatorio Italiano sui Diritti, si evidenziava come, nel corpus dei contenuti sul social X ricondotti all’abilismo e analizzati dalla ricerca, il 79,86% risultasse caratterizzato da odio e stereotipi collegati allo hate speech (“incitamento all’odio”). Particolarmente significativa era l’analisi semantica: la quasi assenza di verbi capaci di rappresentare la persona con disabilità come soggetto attivo suggeriva una rappresentazione che tendeva a costruirla più come oggetto che come soggetto (5).
La nona Mappa dell’Intolleranza, pubblicata nel 2026, aggiunge un elemento ulteriore: nello studio specificamente dedicato alla deumanizzazione, l’abilismo registra l’incidenza più elevata tra le categorie considerate, pari all’80,7%, e una forte presenza della biologizzazione, pari al 76,4% (6).
Tali processi di biologizzazione e deumanizzazione sono riconoscibili anche nella definizione della persona con disabilità come “parassita” e nel passaggio alla possibilità della sua eliminazione contenuto nel commento al post.
Su un piano diverso da quello del singolo commento, inoltre, richiamano le cesure che possono essere introdotte all’interno della popolazione. È a questo livello che è possibile richiamare alcuni dei meccanismi analizzati da Foucault in Bisogna difendere la società a proposito del “razzismo di Stato”: l’introduzione, nel continuum biologico della popolazione, di una separazione tra ciò che deve vivere e ciò che deve morire. Una “messa a morte” che, nella sua analisi, non coincide soltanto con l’uccisione diretta, ma comprende anche «il fatto di esporre alla morte o di moltiplicare per certuni il rischio di morte», la morte politica, l’espulsione, il rigetto (7).
La segregazione, l’istituzionalizzazione, la marginalizzazione, la discriminazione o la progressiva riduzione delle possibilità concrete di partecipare ed esercitare i propri diritti possono essere lette, in questa chiave, come forme attraverso cui una cesura tra le vite continua a produrre effetti sociali e politici.
Sul piano storico, la Germania nazista rappresentò una radicalizzazione estrema di questi processi ed è in quel contesto che si colloca anche il programma di eliminazione delle persone con disabilità. Foucault non circoscriveva però questi meccanismi alla Germania nazista, ma li interrogava come possibilità inscritte nella biopolitica degli Stati moderni, capaci di emergere «a un certo punto, a un certo limite e in certe condizioni» (7).
Pare utile, però, richiamare la storia dell’eugenetica e del programma di uccisione delle persone con disabilità durante il nazismo, pur senza sovrapporre indebitamente epoche, sistemi politici e responsabilità radicalmente differenti. Lo stesso Henry Friedlander, uno dei più autorevoli storici di Aktion T4, il programma di sterminio delle persone con disabilità durante il nazismo, metteva in guardia dall’utilizzo delle politiche e della terminologia nazista come semplice termine di paragone nelle controversie contemporanee (8). Questa cautela consente di interrogare analogie circoscritte nei meccanismi attraverso cui viene costruita la rappresentazione di alcune persone, mantenendo ferma la diversità dei contesti storici. Uno di questi riguarda la trasformazione della persona in un costo.
Nella diffusione delle teorie eugenetiche tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, le argomentazioni biologiche e razziali si accompagnarono anche a quelle economiche (9). Dentro questa prospettiva si sviluppò una delle logiche dell’ostracizzazione: la popolazione, trattata come una risorsa da amministrare e sottoporre a controllo razionale, veniva suddivisa secondo criteri che stabilivano appartenenza, idoneità e valore sociale. La rappresentazione di alcuni gruppi come improduttivi o come pesi per la comunità contribuì a legittimare interventi che ne limitavano progressivamente diritti, possibilità di partecipazione e accesso alle risorse.
Nella Germania nazista questa logica assunse una forma normativa e amministrativa particolarmente radicale. Nei confronti delle persone con disabilità l’ostracizzazione passò attraverso la classificazione scientifica, l’istituzionalizzazione, la sterilizzazione obbligatoria, le limitazioni al matrimonio, la riduzione dell’assistenza e il peggioramento delle condizioni di vita negli istituti. Il riferimento al costo rappresentava uno degli argomenti attraverso cui la persona bisognosa di maggiori sostegni poteva essere trasformata, nella rappresentazione pubblica e nelle politiche, in un peso da ridurre, prima che, nella radicalizzazione nazista di questa politica, si giungesse al programma di “eutanasia” (9).
Nel 1920 lo psichiatra Alfred Hoche e il giurista Karl Binding, ne L’autorizzazione all’eliminazione delle vite non più degne di essere vissute, affiancarono alle altre argomentazioni anche quella economica e sociale: le risorse destinate alle persone considerate incurabili avrebbero potuto, nella loro prospettiva, essere utilizzate più proficuamente a favore delle persone sane (10). La persona bisognosa di sostegno diventava così anche il luogo di una sottrazione: ciò che viene dato a lei appare tolto a qualcun altro.
Negli anni successivi questa rappresentazione entrò nella propaganda. Manifesti, opuscoli e film quantificavano il costo del mantenimento delle persone ricoverate negli istituti e lo contrapponevano alle risorse necessarie al “popolo sano” (11). Entrò perfino nelle scuole e nei testi di studio. Uno tra i vari problemi che venivano sottoposti agli studenti chiedeva, ad esempio, quanti alloggi si sarebbero potuti costruire con il denaro impiegato per un ospedale psichiatrico; un altro metteva sulla stessa tabella il costo giornaliero di un “malato di mente” e di un “invalido” e il salario di un funzionario, di un impiegato e di un operaio (11).
È difficile leggere oggi, in quel commento sulla pagina Facebook, il calcolo dei 300 euro al giorno, dei 600 euro di tasse e del numero di lavoratori necessari a “mantenere” una persona con disabilità senza avvertire l’eco di quella costruzione. La somiglianza significativa non è fra due regimi politici, né fra due momenti storici non comparabili. È fra due modalità di costruire il valore di una vita attraverso un calcolo economico. Valutare il costo dei servizi è necessario; utilizzare quel costo come misura del valore della persona apre interrogativi ben diversi e può alimentare derive nelle quali non è più il servizio a essere valutato, ma la stessa esistenza di chi ne ha bisogno.
La questione appare ulteriormente preoccupante quando il rischio di ridurre alcune persone a un costo si inserisce in un contesto nel quale vengono rimessi in discussione princìpi e diritti affermati dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata in Italia con la Legge 18/09, in particolare quelli relativi alla partecipazione e all’inclusione (12), anche attraverso argomentazioni paternalistiche che presentano la separazione come funzionale o persino favorevole alla stessa persona.
Negli ultimi anni, infatti, vengono riportate nel dibattito pubblico e politico nazionale ed europeo dichiarazioni e proposte che riguardano la presenza delle persone con disabilità nei luoghi ordinari della vita sociale. Si è parlato di classi con “caratteristiche separate”, presentandole come possibile risposta tanto alle necessità degli studenti con maggiori difficoltà quanto a quelle di chi potrebbe essere rallentato; in altri contesti si è sostenuto che l’inclusione non debba determinare un sovraccarico per insegnanti e compagni né ostacolare la progressione degli apprendimenti, proponendo un rafforzamento delle scuole speciali e il loro ritorno a soluzione ordinaria per una parte degli studenti con disabilità (12).
È evidente il rischio di subordinare un diritto della persona, quello all’inclusione e alla partecipazione nei luoghi comuni della vita sociale, alle presunte difficoltà che la sua presenza determinerebbe per gli altri, arrivando fino a rendere nuovamente discutibile quel diritto e a considerare la separazione una risposta ragionevole, o persino vantaggiosa, “per il suo bene”, per la stessa persona che viene separata. Un rischio tanto maggiore se si riflette sul fatto che il percorso di costruzione dell’indegnità di alcune vite può procedere anche “per piccoli passi” (13). La persona diventa ostacolo, peso, fattore di disturbo; ciò che è necessario per garantirne la partecipazione può essere rappresentato come qualcosa sottratto agli altri. Questi spostamenti non conducono necessariamente a esiti ulteriori, ma possono rendere socialmente accettabile la separazione e più fragile il riconoscimento di altri diritti.
Il commento sotto il post di Facebook che propone l’eutanasia per le persone con disabilità rende brutalmente esplicita, estremizzandola, anche questa logica. Ma proprio per questo sarebbe limitante occuparsi soltanto dell’insulto, del termine “parassita”, della proposta di eutanasia. Quelle parole sono la parte più riconoscibile e ripugnante di un problema più ampio.
La distanza che separa un linguaggio discriminatorio dalla violenza non può essere ricostruita attraverso automatismi. Le parole partecipano però alla definizione di ciò che viene percepito come dicibile, tollerabile, normale (3). Denigrazione e ostilità non coincidono con la violenza fisica, ma possono costituire parte del terreno nel quale alcune aggressioni o forme di violenza diventano possibili. Lo ricorda anche un recente episodio di cronaca: nell’ottobre 2026, a Pinerolo, uno studente con disabilità è stato ustionato da un compagno che, secondo quanto riferito dalla dirigente scolastica, avrebbe dichiarato di non sopportare le persone con disabilità («un odio insensato verso la disabilità»). L’aggressione è avvenuta alla presenza di altri studenti; secondo la dirigente nessuno intervenne, mentre parte dell’episodio e delle precedenti derisioni venne filmata e condivisa nella chat della classe (14).
Su una scala radicalmente diversa, nel luglio 2016, nella struttura Tsukui Yamayuri-en di Sagamihara, in Giappone, Satoshi Uematsu uccise diciannove persone con disabilità e ne ferì altre ventisei. Mesi prima aveva prospettato in una lettera l’eutanasia delle persone con disabilità gravi, richiamando la sofferenza e il peso attribuiti alle famiglie e alla società e sostenendo persino che il proprio progetto avrebbe potuto contribuire a «rivitalizzare l’economia mondiale» (15). Nel 2022 il Comitato ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, tornando sulla strage, richiamò esplicitamente la persistenza nella società di una mentalità “eugenetica e abilista” e raccomandò al Governo giapponese di adottare misure per contrastare tali atteggiamenti (16).
In un convegno svoltosi a Bolzano nel 1995, la psichiatra Alice Ricciardi von Platen, componente della Commissione degli Osservatori al processo dei medici di Norimberga e autrice del libro Il nazismo e l’eutanasia dei malati di mente, richiamava l’attenzione sul permanere di una «concezione puramente scientifica del mondo e dell’uomo, che paragona l’uomo a una macchina», evidenziando che «di fronte agli enormi costi del sistema sanitario, i valori economici balzano nuovamente e pericolosamente (poiché spesso espressi senza alcuna ponderazione) in primo piano» (17).
A distanza di oltre trent’anni, quelle parole interrogano ancora e, di fronte alla domanda su quante persone debbano lavorare per «mantenere un parassita solo perché costui esiste», acquistano un peso ulteriore. L’emersione pubblica di affermazioni di questo genere non dimostra quanto siano condivise, ma mostra che non nascono nel vuoto: possono essere formulate, riconosciute e ripetute all’interno di un contesto culturale che le rende intelligibili e, almeno in parte, dicibili.
La storia non autorizza indebiti parallelismi né consente di stabilire dove terminerà ciascun percorso; dovrebbe però averci insegnato a riconoscere i rischi che emergono quando torna formulabile l’idea che il valore di alcune vite possa essere misurato.
*Pedagogista, curatore tra l’altro, insieme a Simona Piera Franzino, della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità in CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa). Il presente approfondimento è già apparso in Persone e Diritti.it e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.
A questo link sono disponibili tutte le note indicate dall’Autore nel presente contributo (in blu).
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