I nuovi percorsi di specializzazione per il sostegno degli alunni e delle alunne con disabilità affidati all’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) sono al centro dello scambio di opinioni cui diamo spazio qui di seguito, tra Daniela Nicolò, portavoce della Community “Uniti per INDIRE” e Salvatore Nocera, esperto “storico” di inclusione scolastica
A seguito della pubblicazione sulle nostre pagine del contributo di riflessione a firma di Salvatore Nocera, dal titolo Specializzazione sul sostegno (e altro): quando la Cultura viene soppiantata dall’“empirismo fai da te”!, riceviamo e ben volentieri publichiamo un testo di Daniela Nicolò, portavoce della Community Uniti per INDIRE, seguito da una replica dello stesso Salvatore Nocera.
Negli ultimi giorni alcune voci si sono ancora levate contro i corsi per la specializzazione sul sostegno introdotti dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, tacciando di «empirismo di basso profilo» i nuovi percorsi di specializzazione affidati all’INDIRE (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa). Tuttavia, un’analisi meno ideologica e più vicina alla realtà evidenzia che tali critiche poggiano su pregiudizi infondati e su una visione della scuola ormai anacronistica.
1. La formazione INDIRE: un modello su misura per l’esperienza
L’accusa di “empirismo” rivolta ai percorsi per i docenti con tre anni di servizio ignora un principio pedagogico fondamentale: la formazione degli adulti (andragogia) deve basarsi sull’esperienza. Formare docenti che hanno già maturato almeno 36 mesi di servizio non significa offrire un percorso semplificato, ma un modello mirato ed efficace, capace di trasformare la pratica quotidiana in competenza scientifica strutturata. Gestito dall’INDIRE, o dalle Università, questo percorso non è un ripiego, ma una sistematizzazione del sapere professionale di alto livello.
2. Sincronia e partecipazione: la fine del mito delle “lezioni passive”
L’articolo di Salvatore Nocera, pubblicato nei giorni scorsi su queste stesse pagine [“Specializzazione sul sostegno (e altro): quando la Cultura viene soppiantata dall’“empirismo fai da te”!”, N.d.R.], commette un grave errore tecnico descrivendo i corsi come “percorsi asincroni”. La realtà racconta un’altra storia. Il modello INDIRE si fonda infatti su:
° Lezioni sincrone e webinar in diretta: momenti di confronto in tempo reale che garantiscono un dibattito costante tra pari.
° Laboratori partecipati: attività di progettazione cooperativa (Cooperative Learning) per risolvere casi clinici e pedagogici reali.
° Comunità di pratica: il supporto di tutor d’aula, insegnanti e docenti garantisce una partecipazione che spesso, nelle sovraffollate aule universitarie, risulta molto meno incisiva.
3. Il paradosso del disprezzo verso i formatori
È un controsenso logico difendere il valore della specializzazione con TFA ordinario [Tirocinio Formativo Attivo] e, contemporaneamente, sminuire i percorsi INDIRE. I tutor e i progettisti di questi corsi sono spesso docenti specializzati con TFA ordinario, ricercatori, pedagogisti e insegnanti con solide qualifiche! Attaccare la qualità di questi percorsi significa negare la competenza di quegli stessi professionisti che il citato Nocera dichiara di voler tutelare. La competenza non evapora se esercitata in un’aula virtuale o sotto l’egida di un ente pubblico di ricerca o delle stesse Università che offrono anche i percorsi con TFA ordinario!
4. Apertura al confronto: La forza di chi conosce la scuola
Sicuri dell’efficacia di un percorso già solido e rispondente alle esigenze dei docenti con esperienza, la nostra categoria si dimostra aperta al dialogo, non per spirito di sottomissione, ma per capacità di ascolto e lungimiranza. In quest’ottica di miglioramento continuo, si potrebbe ipotizzare di:
° Valorizzare il tirocinio indiretto: non per “imparare il mestiere” (che già si esercita con successo), ma come spazio di riflessione critica per documentare formalmente le altissime competenze maturate sul campo.
° Evoluzione continua nelle TIC (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione): poiché le Tecnologie dell’Informazione sono in costante mutamento, i laboratori potrebbero essere ulteriormente potenziati per includere le ultimissime innovazioni nelle tecnologie assistive, confermando l’impegno dei docenti verso un aggiornamento che non finisce mai.
Conclusioni: non ignorare nuove opportunità offerte da nuovi strumenti
La cultura dell’inclusione “utile” non è quella che si barrica dietro titoli accademici esclusivi, ma quella che trova soluzioni concrete. I percorsi INDIRE lo sono! I docenti triennalisti non hanno mai chiesto sconti, ma il riconoscimento di un percorso formativo vivo, sincrono e partecipato. La riforma non soppianta la cultura con l’empirismo, ma finalmente integra la cultura nella realtà professionale, dando dignità a chi la scuola la fa con passione e competenza ogni giorno.
Daniela Nicolò – portavoce della Community Uniti per INDIRE
Diamo spazio qui di seguito alla replica di Salvatore Nocera, direttamente chiamato in causa.
Ringrazio la professoressa Nicolò per aver voluto rispondere alle mie osservazioni e mi scuso se risponderò con altrettanta sincerità.
1. La professoressa Nicolò insiste sul valore fondamentale “dell’esperienza”. Ritengo che l’esperienza di 36 mesi di attività di sostegno, senza una preventiva e contemporanea formazione teorico-universitaria, rimanga un’attività che sicuramente incorre in errori che, anzi, possono confermarsi e che solo a fatica potranno essere corretti in futuro. Ben lo sanno il mondo medico e giuridico che non consentono ai loro professionisti di operare senza una formazione teorico-pratica che preceda l’esercizio della professione.
2. Non nego l’utilità di lezioni a distanza per chi sia già formato, come avviene in corsi di aggiornamento e in master post-lauream. Ma alle lezioni di prima formazione che sono state svolte coi “corsi INDIRE” si sono collegati normalmente dai due ai tremila corsisti contemporaneamente. Mi è stato riferito che non pochi oscuravano le telecamere e quindi rimanevano formalmente connessi, ma fisicamente assenti.
Quanto ai laboratori e ai webinar online, mi chiedo con centinaia e migliaia di presenti come sia possibile effettuare attività formative che possano considerarsi veramente tali, ai fini di una formazione personalizzata.
3. Certo che i docenti possono avere la stessa professionalità sia che operino nei corsi TFA Universitari in presenza, sia che insegnino a distanza nei corsi INDIRE. Però io dubito fortemente dell’efficacia di tale professionalità sulla formazione di discenti in fase di prima formazione, se si svolge nelle modalità a distanza con migliaia di partecipanti, come sopra detto.
Ribadisco trattarsi di formazione iniziale che necessita di un contatto diretto con i docenti per acquisire la metodologia dell’apprendimento, che non è fatta solo di incameramento di nozioni, ma di riflessione, obiezioni, repliche, controrepliche, e quindi di lente assimilazioni da parte di ciascun discente in dialogo con il docente.
4. Purtroppo sul ruolo del “tirocinio indiretto” e dei lavoratori non concordo con la professoressa Nicolò. Ribadisco che, in sede di formazione iniziale, non è concepibile “svolgere una professione con successo” senza un minimo di formazione culturale e metodologica sul proprio lavoro. E sui laboratori, solo quelli con piccoli numeri possono veramente offrire una formazione personalizzata.
Conclusioni
Gentile Professoressa, lei e molti altri colleghi ritenete che i corsi INDIRE siano «nuova cultura» che «finalmente integra la cultura nella realtà professionale». Io continuo a ritenere che l’esperienza senza una previa e concomitante formazione culturale personalizzata non sia una vera formazione iniziale professionale.
Purtroppo debbo constatare che, io che ho vissuto lo spirito innovatore della contestazione culturale non violenta del ’68, di fronte a “questo nuovo che avanza”, mi sto riconoscendo essere divenuto un “vecchio conservatore” (anche in considerazione dei miei 88 anni), e continuo a ritenere validi quei valori che hanno dato origine all’integrazione e all’inclusione scolastica.
Ho visto incarnati tali valori nel “Documento Falcucci” del 1975 e nella normativa che ne è scaturita sino alla fine del secolo scorso, e sino ai princìpi incarnati nella Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge 18/09. La normativa successiva, a partire dal Decreto Ministeriale 249 del 2010 e dal conseguente Decreto Ministeriale del 30 settembre 2011, che hanno ridotto ad un solo anno la specializzazione del sostegno, mi lascia perplesso; infatti, pur essendo stata scritta molto bene, vedo che in buona parte è rimasta ancora inattuata o lo è stata in modo lacunoso e impreciso.
A quanti mi dicono di non stare a perdere tempo in chiacchiere, mentre incombono problemi ben più gravi e urgenti, e mi consigliano con Dante di “non ti curar di lor ma guarda e passa”, rispondo di no, poiché la mia educazione liberale mi impone di dialogare in modo pacato e democratico con chi non la pensa come me. Ma ancor di più con don Milani io rispondo “I care”.
A me, come a tanti altri colleghi docenti di scuola e universitari, nonché al Collettivo dei Docenti di Sostegno Specializzati, interessa la qualità “dell’istruzione e del merito” di tutti i docenti, come pure degli assistenti per l’autonomia e la comunicazione, nonché dei collaboratori scolastici che si debbono occupare dell’inclusione di alunni e alunne con disabilità, purtroppo anch’essa oggi divenuta meno curata e forse seriamente a rischio.
Salvatore Nocera
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