Nonostante la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità riconosca il diritto di decidere liberamente anche in àmbito di sessualità e di riproduzione, le donne con disabilità subiscono ancora forme di controllo ed esclusione, a partire dall’accesso all’educazione affettiva e sessuale. Adattando quanto prodotto dall’Associazione Billings, il Centro Studi DiVI dell’Università di Torino mette a disposizione delle bambine e delle loro mamme prezioso materiale per conoscere il proprio corpo con serenità e consapevolezza

All’articolo 23 (Rispetto del domicilio e della famiglia), la Convenzione ONU sui Diritti delle persone con disabilità afferma che ogni persona ha il diritto di decidere liberamente e responsabilmente se avere figli, quanti averne e quando. Ha anche il diritto di ricevere informazioni – adeguate alla propria età – su sessualità e pianificazione familiare, e di avere gli strumenti necessari per esercitare queste scelte.
Eppure, sulle scelte che riguardano il proprio corpo, le donne hanno meno potere degli uomini. Dalla contraccezione alla salute sessuale e riproduttiva, i meccanismi sociali patriarcali continuano ancora oggi, in molte parti del mondo, a limitare la loro libertà di scelta e a impedire la piena autodeterminazione.
Le donne con disabilità, in questo àmbito, si trovano all’intersezione di almeno due forme di discriminazione: quella legata al genere e quella legata alla disabilità. In molti contesti, questo significa perdere il controllo sul proprio corpo.
La negazione del diritto a una vita affettiva, sessuale e riproduttiva piena è ancora una realtà quotidiana per le ragazze e le donne con disabilità: la domanda spesso non è come sostenere i loro desideri, ma come limitare la loro libertà, in nome della custodia e della protezione.
In alcuni casi, inoltre, i percorsi educativi sono centrati sulla compliance – termine inglese che indica l’adeguamento, l’obbedienza, la conformità alle richieste degli altri. In questi contesti, le persone con disabilità non vengono incoraggiate a sentirsi legittimate a esprimere il proprio dissenso. Al contrario, si trasmette l’idea che sia più importante adeguarsi e compiacere, piuttosto che ascoltare e rispettare le proprie sensazioni e i propri confini. Per questo, rafforzare la possibilità di autodeterminarsi delle donne con disabilità è fondamentale per sostenere la piena emancipazione e partecipazione alla vita sociale.
I percorsi di educazione sessuale e affettiva per le bimbe sono ancora pochi e soprattutto sono sempre concepiti per menti e corpi considerati “conformi”. Le barriere all’accesso sono molteplici: dalla semplice accessibilità degli spazi, fino alla forma dei contenuti, spesso affidati a testi scritti o a rappresentazioni astratte che non sono accessibili per tutte. Inoltre, nella progettazione dei corsi non vengono tenuti in conto funzionamenti cognitivi, relazionali e motòri differenti, e la fruizione è spesso basata sull’ascolto, sulla comprensione e sulla memorizzazione di discorsi orali o scritti, modalità che non garantiscono pari accesso a tutte.
Lo stesso accade anche per le modalità di apprendimento più informali tra pari: i gruppi di confronto tra adolescenti richiedono spesso pieno accesso alla lingua orale, la possibilità di elaborare molte informazioni in tempo reale e di stare in contesti di scambio rigidamente strutturati, come ad esempio sedersi in cerchio e restare ferme per diverse ore.
A ciò si aggiunge uno stereotipo diffuso, ossia: l’idea che la sessualità sia un tema distante dalle vite delle ragazze con disabilità. Quando se ne parla, il dibattito è spesso affidato agli “esperti”, polarizzato tra due estremi: da un lato, si enfatizzano i comportamenti considerati problematici che le persone con disabilità metterebbero in campo; dall’altro, si disegnano le donne con disabilità come vittime passive, prive di desideri e di voce.
Il mancato accesso a questa dimensione è quotidiano e invisibile e sale alle cronache solo nei casi estremi, ad esempio quando si richiede un intervento medico per ritardare lo sviluppo della bambina, presupponendo che non possa essere coinvolta nei significati emotivi, psicologici e sociali che tale passaggio di crescita porta con sé. Così, tante bambine e ragazze con disabilità restano escluse dal diritto a ricevere informazioni chiare e adeguate, in piena consapevolezza, come prevede la Convenzione.
Finora, nelle situazioni di istituzionalizzazione tutto ciò che riguardava la sessualità è stato semplicemente impedito. Oggi, con la Convenzione ONU si è aperta una stagione diversa: deistituzionalizzazione, vita indipendente, diritto al lavoro, partecipazione sociale e piena cittadinanza sono diritti delle persone con disabilità, e tutto il sistema è chiamato a muoversi per costruirli.
Anche in Italia il processo di attuazione è in corso e sta producendo cambiamenti concreti, pur tra molte difficoltà. In questo quadro, il tema dell’accesso all’educazione affettiva e sessuale non è marginale, ma parte integrante di una vita su base di uguaglianza.
Il nostro Centro [Centro Studi DiVI] ha fornito un piccolo contributo adattando il materiale del percorso ideato e condotto dall’Associazione Billings rivolto a bambine tra i 9 e i 12 anni che abbiano appena avuto le prime mestruazioni o stiano per averle, insieme alle loro mamme. L’adattamento prevede la costruzione di attività personalizzate e accessibili per tutte le bambine che partecipano, in modo che ciascuna possa farlo pienamente. Sulla base dei funzionamenti, delle preferenze, dei modi di essere e comunicare delle partecipanti, vengono predisposti materiali, spazi e attività pienamente fruibili. Dal canto loro, le formatrici accompagnano le bambine – e le mamme – a conoscere i cambiamenti del corpo, rinforzando una visione positiva e serena dello sviluppo e della sessualità.
Al termine del percorso, le famiglie ricevono i materiali prodotti durante gli incontri, in modo da fornire un’occasione di dialogo anche a casa, dove parlare di questi temi è spesso difficile o genera imbarazzo.
Questo percorso non risolve da solo le profonde disuguaglianze che le donne con disabilità incontrano nell’accesso ai diritti sancito dalla Convenzione ONU. È però un esempio concreto di come la ricerca sull’accessibilità possa contribuire, passo dopo passo, a costruire un futuro di libertà.
*Il Centro Studi DiVI (Centro Studi per i Diritti e la Vita Indipendente) fa parte dell’Università di Torino. Il presente testo è già stato pubblicato su «Frida» («Storie di ricerca dall’Università di Torino») ed è stato ripreso in prima battuta, con lievi adattamenti al diverso contesto, da Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli. Lo riprendiamo a nostra volta per gentile concessione.
Articoli Correlati
- Le persone con disabilità durante le guerre L’estrema violazione dei diritti umani che evidenzia ogni guerra si accompagna alla produzione di condizioni di disabilità in un quarto della popolazione ferita. Le cronache delle guerre, però, non si…
- Come partecipare alla valutazione e alla progettazione previste dalla "riforma della disabilità" Come le persone con disabilità e le loro famiglie dovrebbero affrontare il coinvolgimento nella valutazione sulla base della quale sono definite le persone con disabilità stesse e quindi successivamente elaborati…
- A Roma si tiene la quarta Conferenza sulla ricostruzione dell'Ucraina Il movimento italiano della disabilità, insieme a quello europeo, è presente in questi giorni a Roma, alla quarta Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina, per far sì che il lavoro di ricostruzione…