Passa per la testimonianza di Vincenzo Falabella, presidente della Federazione FISH, e per la ripresa di un vecchio contributo dell’allora nostro direttore responsabile Franco Bomprezzi, successivo alla Maratona di New York del 2011, il nostro ricordo di Alex Zanardi, scomparso nei giorni scorsi

Alex, una lezione di vita che continua
di Vincenzo Falabella*
Ho conosciuto Alex Zanardi tanti anni fa. Fin dal primo incontro ho avuto la netta percezione di trovarmi davanti a una persona fuori dal comune. Non per la notorietà, non per i successi già straordinari, ma per quel modo unico di stare al mondo: autentico, diretto, capace di mettere gli altri a proprio agio senza mai perdere profondità. Col tempo ho capito che quella sensazione iniziale era solo l’inizio di una scoperta più grande.
Parlare di Alex significa inevitabilmente parlare di sport, di traguardi, di imprese che hanno segnato un’epoca. Ma fermarsi a questo sarebbe limitante. Le sue vittorie, pur straordinarie, rappresentano solo una parte di ciò che è stato. Ciò che davvero lo distingueva è stata la capacità di trasformare ogni momento della sua vita, anche i più duri, in un’occasione per andare oltre, per riscrivere il significato stesso di limite.
La sua esistenza è stata una testimonianza concreta di resilienza, ma anche di lucidità e consapevolezza. Alex non ha mai nascosto la fatica, non ha mai semplificato il dolore. Lo ha attraversato, lo ha guardato in faccia, scegliendo ogni volta di reagire con coraggio, con ironia e con una dignità che non è mai venuta meno. In un contesto in cui spesso si tende a raccontare solo il successo, lui ha insegnato il valore del percorso, della caduta, della capacità di rialzarsi senza perdere se stessi.
Le sue gesta, le sue imprese indimenticabili, resteranno vive ben oltre il tempo, impresse nella memoria collettiva come un patrimonio di valori prima ancora che di risultati sportivi. Alex Zanardi ha saputo infatti trasformare ogni traguardo in un messaggio potente, capace di raggiungere soprattutto chi ogni giorno affronta la propria condizione di disabilità con sacrificio, determinazione e dignità. Le sue vittorie non sono mai state soltanto personali: sono diventate simboli condivisi, esempi concreti di ciò che è possibile costruire anche quando la vita impone ostacoli durissimi. In lui, tante persone hanno trovato forza e coraggio, non perché offrisse illusioni, ma perché dimostrava, con la sua esperienza, che si può guardare oltre le difficoltà senza negarle.
Accanto al campione, però, c’era l’uomo. Ed è quell’uomo che porto con me con maggiore intensità.
Ricordo i suoi sfottò, mai banali, sempre intelligenti, capaci di strappare un sorriso anche nelle giornate più pesanti. Ricordo le risate, vere, di quelle che nascono da una complicità sincera. Ricordo le telefonate, gli incontri, i momenti in cui riuscivamo a prenderci in giro con naturalezza, anche sulla nostra condizione di persone con disabilità. In quei momenti non c’era spazio per la retorica, né per il pietismo: c’era libertà, c’era rispetto, c’era una leggerezza che non sminuiva le difficoltà, ma le rendeva più affrontabili.
In quell’ironia condivisa c’era una forza straordinaria. Era il segno di un’amicizia semplice e pura, fatta di verità, di umanità, di un riconoscersi reciproco senza bisogno di spiegazioni. Sensazioni e sentimenti che hanno accompagnato il nostro percorso e che oggi rappresentano uno dei ricordi più preziosi che conservo.
Alex ha lasciato un segno profondo non solo nello sport, ma nella società. Ha contribuito a cambiare lo sguardo sulla disabilità, a superare stereotipi, a costruire una cultura più inclusiva e consapevole.

Lo ha fatto senza proclami, ma attraverso l’esempio, che resta sempre la forma più potente di comunicazione.
Oggi il dolore per la sua assenza è forte, ma ancora più forte è la gratitudine per ciò che ha saputo essere. Perché alcune persone non si esauriscono nel tempo della loro vita: continuano a vivere nelle idee che hanno trasmesso, nei valori che hanno incarnato, nelle persone che hanno ispirato. Alex è una di queste. E il suo esempio continuerà a camminare, ogni giorno, accanto a noi.
Non è dunque un addio, Alex, ma un grazie. Per quello che hai fatto, per quello che ci hai insegnato, per la forza che continui a trasmettere. Il tuo esempio resterà con noi, nei gesti di ogni giorno, nelle difficoltà affrontate con coraggio, nella voglia di non arrendersi.
Continuerai a vivere così, semplicemente, dentro ognuno di noi. Sempre.
*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
Alex Zanardi, un italiano di cui andare fieri
di Franco Bomprezzi*
Alex la chiama “la bicicletta”. E ha ragione. Nel mondo che anni fa ho inventato, nel mio libro La contea dei ruotanti, tutti erano seduti in carrozzina (un mondo assurdo, ma con la fantasia tutto è lecito). E dunque quella che tecnicamente si chiama “handbike” (letteralmente “bicicletta a mano”) sarebbe solo e semplicemente una bicicletta da corsa. E infatti la sua impresa sportiva, a New York [vittoria nella Maratona di New York del 2011 con l’handbike e record assoluto della manifestazione nella sua categoria, N.d.R.] va valutata, tecnicamente, proprio con il metro di paragone del campione di ciclismo. Basti pensare che con una handbike si raggiungono, in volata, i 50 chilometri all’ora.
I 42 chilometri percorsi a forza di braccia in poco più di un’ora danno la misura tecnica di questo sport, se si pensa che un maratoneta “camminante” ci mette quasi un’ora di più.
Ci sarebbe poi da aggiungere anche il dettaglio, non secondario, dell’età di Zanardi, classe 1966: a 45 anni Alex, con la caparbietà dei suoi allenamenti, è davvero un fenomeno sportivo di rara potenza.
Sono piccole notazioni, ma necessarie per far capire a chi legge che in questo caso non stiamo parlando di una “storia strappalacrime”, del “riscatto di un campione di automobilismo sfortunato” dall’amputazione di entrambe le gambe. Siamo invece in presenza di un grande atleta, che a dieci anni dall’incidente che gli ha cambiato la vita e la prospettiva di carriera, ha saputo costruirsi nel tempo un nuovo vincente progetto di vita.
L’unica cosa che Zanardi sa fare è cercare di vincere. In macchina o in handbyke, l’importante è fare il possibile per vincere. Ed è questo messaggio che lo rende popolare e amato anche da coloro che non possono neppure lontanamente immaginare di competere con lui, o con i campioni come lui.
Alex Zanardi, in questi giorni così difficili, è davvero un italiano del quale andare fieri. Per la sua normalità, per il candore con il quale ammette di non volersi sentire una bandiera o un esempio. Non concede nulla alla retorica, al melenso buonismo dei cronisti sportivi che quando affrontano le imprese paralimpiche dimostrano – quasi tutti – una drammatica inadeguatezza professionale e persino lessicale.
Le punte di eccellenza della disabilità non ci devono mai far dimenticare quanti – e sono tanti – affrontano ogni giorno la sfida difficile e complessa di un “progetto di vita”. Sono i campioni invisibili, l’esercito silenzioso e dignitoso di chi non si rassegna. Mai.
*10 novembre 2011, quando Franco Bomprezzi era direttore responsabile di Superando.it.
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