A “Exposanità” lo sport è tornato alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza

di Mirella Madeo*
Alla recente manifestazione “Exposanità 2026” di Bologna, lo sport ha smesso di essere solo performance ed è tornato alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza. Atleti, istituzioni e mondo paralimpico vi hanno condiviso infatti una visione integrata del benessere, non all’insegna di una semplice dimostrazione sportiva, bensì di un dispositivo culturale volto a ridefinire il rapporto tra corpo, cura e diritti
Immagini di varie discipline sportive praticate da persone con disabilità
Immagini di varie discipline sportive praticate da persone con disabilità

A Bologna, tra padiglioni, tecnologie e incontri istituzionali, lo sport ha smesso di essere solo performance ed è tornato alla sua funzione originaria: strumento di salute, partecipazione e cittadinanza. È infatti questo il messaggio emerso con forza dalla recente manifestazione Exposanità 2026, dove atleti, istituzioni e mondo paralimpico hanno condiviso una visione integrata del benessere, non all’insegna di una semplice dimostrazione sportiva, bensì di un dispositivo culturale volto a ridefinire il rapporto tra corpo, cura e diritti.
A dare profondità al dibattito è stata tra l’altro la testimonianza di Francesca Lollobrigida, campionessa olimpica e protagonista dei Giochi Invernali di Milano-Cortina 2026. Il suo intervento ha introdotto un elemento spesso rimosso nella narrazione sportiva, ossia la vulnerabilità. «Lo sportivo è prima di tutto una persona», ha sottolineato, riportando la salute al centro del percorso atletico, non come condizione accessoria, ma come infrastruttura essenziale della performance e della vita. Il riferimento al supporto tecnologico e medico non è secondario: segnala come oggi il confine tra sanità e sport sia sempre più poroso. Innovazione, riabilitazione e preparazione atletica convergono infatti in un ecosistema unico, dove la cura diventa parte integrante del risultato.

È però nel cuore dell’area paralimpica che il cambio di paradigma appare più evidente. Sitting volley, tennis in carrozzina, blind tennis, baseball per non vedenti, scherma, tiro con l’arco, tennis da tavolo e arti marziali non sono solo discipline, ma linguaggi attraverso cui si afferma un’idea precisa di accessibilità. Qui il pubblico non è spettatore passivo, ma parte attiva, giacché trasformare la conoscenza in esperienza diretta è una scelta precisa: il pubblico può provare, sperimentare e mettersi in gioco.
Melissa Milani, presidente del CIP Emilia Romagna (Comitato Italiano Paralimpico), ha esplicitato a Exposanità il passaggio culturale in atto: lo sport paralimpico non è più percepito come attività residuale o riabilitativa, ma come àmbito agonistico ad alto livello. Questa evoluzione ha implicazioni politiche: significa infatti riconoscere alle persone con disabilità il diritto pieno allo sport come dimensione strutturale della cittadinanza.
A rafforzare tale lettura è intervenuto anche l’Open Day promosso dall’INAIL Emilia Romagna, con circa novanta partecipanti coinvolti in attività sportive adattate. Non intrattenimento, ma un modello operativo di inclusione, dove lo sport diventa strumento di recupero, autonomia e relazione.
In questo contesto, la parola “riabilitazione” cambia significato: non più solo ritorno a una condizione precedente, ma costruzione di nuove possibilità.

Exposanità 2026 si è configurato così come un laboratorio culturale per ridefinire le categorie attraverso cui leggiamo salute e disabilità. Tre le direttrici principali emerse: l’integrazione tra sport e sanità, l’accessibilità come condizione imprescindibile e il riconoscimento del valore agonistico dello sport paralimpico. In filigrana, una questione più ampia: il diritto al corpo, riguardante la possibilità di esprimersi, competere, fallire e migliorare.
Ma andando oltre al il recente evento di Bologna, quale ne è stata l’eredità? La sfida è trasferire queste pratiche nella quotidianità: nelle scuole, nei territori e nelle politiche pubbliche. Anche perché, senza strutture accessibili, investimenti e visione politica, lo sport resta un’opportunità per pochi.
A Exposanità, dunque, è stato lanciato un segnale chiaro: l’inclusione non è un progetto collaterale, ma un criterio di sistema. E lo sport — quando è davvero accessibile — diventa uno dei suoi strumenti più potenti.

*Il presente contributo è già apparso nel magazine di Mirella Madeo «AboutPeople» e viene qui ripreso con diverso titolo e alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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