«Negli ultimi mesi – scrive Rosita Lanciotti – la cronaca ha restituito immagini sempre più frequenti di aggressioni ai docenti, insulti, minacce, episodi di violenza verbale e fisica dentro le scuole. Ma ciò che colpisce è che lo stesso clima sembra attraversare anche altri contesti della vita sociale: nei rapporti quotidiani, nelle famiglie, nello spazio pubblico e digitale. È come se una forma diffusa di fatica relazionale stesse cambiando il modo stesso di stare insieme. Che cosa sta accadendo al nostro modo di abitare le relazioni?»

Negli ultimi mesi la cronaca ha restituito immagini sempre più frequenti di aggressioni ai docenti, insulti, minacce, episodi di violenza verbale e fisica dentro le scuole. Ma ciò che colpisce è che lo stesso clima sembra attraversare anche altri contesti della vita sociale: nei rapporti quotidiani, nelle famiglie, nello spazio pubblico e digitale. È come se una forma diffusa di fatica relazionale stesse cambiando il modo stesso di stare insieme. E da qui nasce una domanda che va oltre i singoli episodi: che cosa sta accadendo al nostro modo di abitare le relazioni?
Da insegnante — e prima ancora da adulta che ogni giorno attraversa la complessità della scuola — faccio fatica a leggere questi fatti come semplici emergenze disciplinari. Sarebbe più rassicurante, ma anche riduttivo. Quello che si manifesta nelle classi sembra piuttosto il punto di emergenza di una fragilità più ampia, che riguarda tutti i contesti della vita sociale, non solo i giovani.
A scuola questa fragilità non resta sullo sfondo: si rende visibile, a volte in modo improvviso. Le classi diventano lo spazio in cui arrivano tensioni che nascono altrove, fatte di solitudine, difficoltà emotive, aspettative contraddittorie, mancanza di tempo relazionale. E spesso gli insegnanti si trovano a reggere ciò che supera il perimetro della sola didattica.
È in questo contesto che, nella mia prima classe, pochi giorni fa è accaduto un episodio che mi ha profondamente colpita: dallo zaino di uno studente è caduta una mannaia. Non c’è stato un gesto violento, né una minaccia esplicita, ma la presenza di quell’oggetto ha attraversato la classe come una frattura improvvisa. In quel momento non ho provato solo paura, ma soprattutto smarrimento: la sensazione che qualcosa ci stia sfuggendo, che i segnali ci siano ma non sempre riusciamo a leggerli.
E proprio dentro quella stessa classe, ogni giorno, incontro anche un’altra forma di complessità. Seguo un ragazzo autistico, molto forte fisicamente, che talvolta si avvicina agli altri con modalità di contatto intense, immediate, che richiedono mediazione costante. In quei momenti il lavoro educativo diventa soprattutto costruzione di confini e possibilità: aiutarlo a riconoscere lo spazio dell’altro, a trasformare l’impulso in relazione, a scoprire forme di interazione più consapevoli. È un percorso fatto di ripetizioni, di pazienza, di aggiustamenti continui. Gli propongo spesso di chiedere ciò che desidera con calma e gentilezza, perché la nostra società sembra avere smarrito proprio la gentilezza nei gesti e nelle parole. E mi accorgo che anche io, come adulta, devo continuamente interrogare il mio modo di stare nella relazione educativa, per non ridurla a reazione ma mantenerla come risposta pensata, non sempre ci riesco!
Questi due episodi, così diversi, non sono però separati. Appartengono allo stesso paesaggio. Entrambi parlano di una difficoltà più profonda: la fatica crescente nel riconoscere l’altro, nel gestire la distanza, nel dare forma alle emozioni. È qui che la scuola diventa specchio di qualcosa che la attraversa ma che non nasce solo in essa.
Mi domando allora quando abbiamo iniziato a perdere umanità. Quando la cura, l’ascolto, la pazienza educativa hanno iniziato a lasciare il posto alla fretta, alla prestazione, alla risposta immediata. Quando la vulnerabilità ha smesso di essere una condizione condivisa ed è diventata qualcosa da nascondere o da evitare.
Forse il punto non è soltanto ciò che vediamo emergere — la rabbia, la violenza, lo spaesamento — ma ciò che precede tutto questo: un indebolimento dei legami, una riduzione degli spazi di relazione autentica, una società che chiede performance, ma fatica a costruire riconoscimento.
Non credo esistano risposte semplici. Ma credo sia necessario fermarsi e riconoscere che ciò che viviamo riguarda tutti. Non come somma di problemi individuali, ma come questione collettiva.
La scuola non può essere sola. Serve una rete reale tra scuola, famiglie e territorio, perché la complessità che attraversa i ragazzi non nasce in un solo luogo e non può essere compresa né affrontata da un solo attore educativo. È un intreccio che ci riguarda tutti e che chiede di essere pensato insieme.
Nella mia classe, alla fine, non ho visto episodi isolati. Ho visto un unico scenario: il nostro tempo, che chiede con urgenza di essere riconosciuto e restituito alla cura come dimensione possibile del vivere insieme.
Per l’epistemologa Luigina Mortari la “politica della cura” non è una dimensione accessoria dell’agire umano, ma una forma fondamentale del vivere insieme: significa riconoscere la vulnerabilità come tratto costitutivo dell’esistenza e assumere la responsabilità dell’altro come parte della propria libertà. È una postura etica e civile che chiede di ripensare i contesti educativi non come luoghi di prestazione, ma come spazi di relazione.
*Insegnante di sostegno.
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