Prima di tutto il resto c’è la tutela delle persone in situazione di maggiore fragilità

di Vincenzo Falabella*
«La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, la nostra Costituzione e il principio di uguaglianza – scrive Vincenzo Falabella, commentando le notizie provenienti dalla Campania di violenze, privazioni e sfruttamento ai danni di persone anziane e minori con disabilità – ci impongono di adottare ogni misura ragionevole per prevenire violenze, abusi e maltrattamenti. Ogni giorno che passa senza strumenti efficaci di prevenzione può tradursi infatti in una nuova vittima, in una nuova famiglia ferita, in una nuova storia che avremmo potuto evitare»

Particolare di persona in carrozzinaLe notizie che continuano ad arrivare dalla Campania, anche a seguito delle attività investigative coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli Nord e delle indagini condotte dai Carabinieri della Compagnia di Casal di Principe (Caserta), con il supporto dei reparti territorialmente competenti, delineano un quadro gravissimo [se ne legga già sulle nostre pagine, N.d.R.]. Le presunte violenze, le privazioni e lo sfruttamento ai danni di persone anziane e minori con disabilità ricoverati in alcune strutture socio-sanitarie distribuite nei Comuni di Villa Literno, San Cipriano d’Aversa, Trentola Ducenta e Casapesenna, in provincia di Caserta, non possono essere archiviate come l’ennesimo fatto di cronaca. Sono una ferita profonda che attraversa il Paese e che interroga, senza più alibi, le istituzioni, la politica e la coscienza collettiva.
Non possiamo più permetterci di dire che «purtroppo sono cose che accadono». Non possiamo continuare a rifugiarci dietro la carenza di personale, le difficoltà organizzative, i salari insufficienti o le criticità strutturali del sistema. Tutte questioni reali, che vanno affrontate con serietà e urgenza, ma che non potranno mai diventare una giustificazione per chi tradisce il mandato di cura e di assistenza affidatogli.
La verità è semplice e dura: ogni volta che una persona in situazione di fragilità viene umiliata, maltrattata o abbandonata, non fallisce solo un operatore, ma fallisce un sistema intero che avrebbe il dovere primario di proteggere chi non può difendersi da solo.
Ecco perché, come FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e nel mio ruolo di consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), abbiamo scelto di non limitarci alla denuncia, ritenendo necessario compiere un passo ulteriore, ossia portare dentro il confronto istituzionale del CNEL una Proposta di Legge organica [il cui testo è disponibile a questo link, N.d.R.], frutto di un lavoro approfondito e condiviso, capace di affrontare in modo strutturale il tema della prevenzione degli abusi nei contesti di cura e assistenza.

Su questo abbiamo lavorato per mesi all’interno del CNEL, allo scopo appunto di costruire una Proposta di Legge innovativa, equilibrata e giuridicamente solida sull’introduzione di sistemi di videosorveglianza nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistite), nelle RSD (Residenze Sanitarie Disabili), nelle strutture socioassistenziali e sociosanitarie, negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia. Non una proposta punitiva. Non una proposta contro i lavoratori. Al contrario, un testo pensato per tenere insieme tre diritti fondamentali: la sicurezza delle persone più fragili, la dignità e la tutela degli operatori, la responsabilità delle strutture. Una proposta pienamente conforme allo Statuto dei lavoratori, al Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali e al Codice della privacy, che attribuiva un ruolo centrale alla contrattazione collettiva, affidando alle organizzazioni sindacali CGIL, CISL, UIL e alle organizzazioni datoriali la definizione condivisa delle modalità applicative.
Si trattava di una proposta fondata su un principio semplice ma decisivo: la trasparenza non è controllo punitivo, ma garanzia reciproca di qualità, sicurezza e fiducia.
In questo quadro, il lavoro svolto ha rappresentato anche un tentativo di ricomposizione tra esigenze solo apparentemente contrapposte: da un lato la tutela incondizionata delle persone in situazione di maggiore fragilità, dall’altro la salvaguardia della dignità professionale di chi opera quotidianamente nei servizi di cura. L’obiettivo non è quello di introdurre strumenti di sorveglianza generalizzata, ma di costruire un sistema di prevenzione capace di rafforzare la fiducia reciproca e di ridurre drasticamente il rischio di abusi, senza trasformare i luoghi di assistenza in spazi di sospetto permanente.

Nonostante il lungo lavoro di confronto, le modifiche introdotte e le garanzie rafforzate a tutela dei lavoratori, CGIL, CISL e UIL hanno scelto di non condividere il percorso, impedendo il raggiungimento della necessaria convergenza all’interno del CNEL.
Ed è su questo punto che non possiamo eludere una riflessione più profonda: si tratta di una sconfitta collettiva, ma non simmetrica nelle responsabilità. È la sconfitta di un sistema che, ancora una volta, non è riuscito a compiere un passo avanti decisivo nella tutela delle persone in situazione di fragilità. Ma è anche la sconfitta di un mondo della rappresentanza sindacale che, in questa occasione, non ha colto fino in fondo la portata innovativa e garantista della proposta.
Le organizzazioni sindacali, che hanno una funzione costituzionale fondamentale nella tutela del lavoro hanno scelto di leggere il testo prevalentemente attraverso la lente del timore e della diffidenza, anziché coglierne il valore di strumento condiviso di prevenzione e di tutela anche per gli stessi lavoratori. La contrattazione collettiva era stata posta al centro proprio per evitare imposizioni dall’alto e per costruire insieme regole chiare, condivise e rispettose della dignità professionale. Eppure, questa apertura non è stata sufficiente a superare una posizione di chiusura che ha finito, nei fatti, per bloccare un percorso che avrebbe potuto rafforzare l’intero sistema di cura.
Hanno prevalso logiche di contrapposizione e una lettura difensiva del tema, invece della responsabilità di cogliere un’occasione storica per introdurre strumenti di prevenzione capaci di tutelare contemporaneamente persone fragili e lavoratori.

Eppure, proprio da qui dobbiamo ripartire. Perché le persone con disabilità, le persone anziane non autosufficienti, i minori e le loro famiglie non chiedono slogan. Chiedono sicurezza, rispetto, dignità. Chiedono di sapere che i propri cari sono assistiti in ambienti sicuri. Chiedono che chi lavora con dedizione venga sostenuto e valorizzato. Chiedono che le Istituzioni abbiano il coraggio di prevenire, non solo di intervenire dopo l’ennesima tragedia.
In questo quadro, non possiamo più eludere un nodo centrale: il sistema degli accreditamenti delle strutture. È necessario ripensare profondamente i criteri di accreditamento, superando logiche meramente burocratiche e introducendo indicatori reali di qualità della vita, trasparenza, partecipazione e tutela dei diritti. L’accreditamento non può essere solo un atto amministrativo, ma deve diventare uno strumento dinamico di garanzia pubblica.
Occorre avviare un percorso che consenta alle persone con disabilità e alle loro famiglie di poter scegliere liberamente i servizi e i luoghi di cura, sulla base di informazioni chiare, verificabili e comparabili. La libertà di scelta non può restare un principio astratto: deve diventare un diritto esigibile, sostenuto da un sistema che metta al centro la persona e non l’istituzione.

Come ho già avuto modo di sottolineare in un mio contributo su Vita.it dedicato anche alla deistituzionalizzazione, il nostro Paese deve avere il coraggio di superare definitivamente la logica dell’istituzionalizzazione come risposta prevalente alla fragilità. Non si tratta di chiudere ipso iure [di diritto] le strutture, ma di trasformarle profondamente, rendendole luoghi aperti, trasparenti, connessi al territorio e realmente orientati alla qualità della vita e all’autodeterminazione delle persone.
La nostra Proposta di Legge andava esattamente in questa direzione: prevenire gli abusi, rafforzare la fiducia, rendere visibile ciò che accade nei luoghi di cura, senza mai ledere la dignità di chi vi lavora.
Per questo motivo il lavoro svolto non verrà disperso. La Proposta sarà ora messa a disposizione del Parlamento. Auspico che uno o più Parlamentari decidano di farla propria e di avviarne rapidamente l’iter legislativo, affinché sia il Parlamento, nella sua piena autonomia, ad aprire un confronto pubblico e trasparente su un tema che riguarda la dignità delle persone e la credibilità delle istituzioni.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, la nostra Costituzione e il principio di uguaglianza ci impongono di adottare ogni misura ragionevole per prevenire violenze, abusi e maltrattamenti. Restare fermi non è più un’opzione. Ogni giorno che passa senza strumenti efficaci di prevenzione può tradursi in una nuova vittima, in una nuova famiglia ferita, in una nuova storia che avremmo potuto evitare.
È arrivato il momento di scegliere da che parte stare. Dalla parte delle persone più fragili. Sempre.

*Presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie); consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

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