Il diritto di non sapersi difendere

di Federica Quercia*
Autismo, disabilità e il paradosso di dover diventare la propria difesa proprio quando non si riesce più a farlo: ruota attorno a questo la storia raccontata da Federica, una storia molto personale che parte da una situazione sul luogo di lavoro, per diventare la storia di una persona con autismo «davanti alla legge, contro la legge, fuori dalla legge». «E forse – scrive Federica – quando parliamo di accomodamenti e disabilità, dovremmo parlare non solo di come rendere accessibile il lavoro, ma di come rendere accessibile la possibilità di difendersi quando il lavoro ti ha fatto male»
Rothko, "Untitled", 1947
Mark Rothko, “Untitled” (“Senza titolo”), 1947, olio su tela, Solomon R. Guggenheim Museum, New York Gift, The Mark Rothko Foundation

C’è una cosa che non avevo capito dei diritti: averli e riuscire a esercitarli sono due condizioni molto diverse. Esistono momenti in cui una persona ha bisogno di tutela proprio perché è fragile, perché qualcosa è già successo, perché sta male, perché le sue capacità di resistere, organizzarsi, decidere o persino raccontare ciò che è accaduto non sono più quelle di prima. Eppure è proprio allora che il sistema può cominciare a chiederle il contrario: lucidità, presenza, capacità comunicativa, memoria, organizzazione, resistenza.
Devi sapere a chi rivolgerti, spiegare cosa è successo, distinguere ciò che hai provato da ciò che puoi dimostrare, conservare messaggi, ricostruire date, trovare eventuali testimoni. Devi capire il linguaggio di avvocati e sindacalisti, presentarti agli appuntamenti, sostenere conversazioni difficili, comprendere le conseguenze di quello che ti viene proposto. Infine devi decidere.
È questo il paradosso che continuo a vedere: una persona può avere bisogno di essere protetta proprio perché non possiede più, almeno temporaneamente, tutte le capacità che il percorso necessario a ottenere quella protezione pretende da lei.
È in questo senso che parlo del diritto di non sapersi difendere: non è il nome tecnico di un diritto previsto dalla legislazione, è una domanda che pongo al sistema: quanto bisogna essere autonomi per avere diritto a essere aiutati? Quanto bisogna essere lucidi per riuscire a dire che non lo si è? Quanto bisogna comunicare bene per spiegare che comunicare, in quel momento, è diventato quasi impossibile? Quanto bisogna funzionare per dimostrare che non si riesce più a funzionare?
La mia storia con il lavoro è diventata anche la storia di queste domande.
Non farò il nome dell’azienda per la quale lavoravo, né quello delle persone coinvolte. Non voglio utilizzare queste pagine per costruire un processo parallelo o attribuire responsabilità giuridiche che spetta eventualmente ad altri accertare. Quello che posso fare è raccontare la mia esperienza e ciò che ha significato attraversarla da persona autistica, con una disabilità riconosciuta e un quadro psicologico che, mentre tutto questo accadeva, diventava progressivamente più complesso.

Prima del diritto vengono le parole
All’inizio non c’erano avvocati, sindacalisti, conciliazioni o segnalazioni. C’erano persone. Alcune le consideravo amiche. E c’erano parole.
Alcune delle cose che hanno preceduto il mio crollo erano persino dette ridendo. È curioso quanto una risata possa complicare retroattivamente il significato di una frase: se qualcuno ride, forse stava scherzando; se stava scherzando, forse non voleva ferirti; se non voleva ferirti, forse non dovresti essere ferita. E se quella persona è anche tua amica, il ragionamento diventa ancora più difficile.
Se è un’amica a essere abilista, fa meno male? Dà meno fastidio? Fa incazzare meno? Bisogna concederle qualcosa in più perché la conosci, perché avete riso insieme altre cento volte, perché sai che probabilmente non si considera una persona cattiva?
Quando una persona con cui hai costruito un rapporto si rivolge a te ridendo e ti chiama «Legge 104», che cosa dovresti fare esattamente? Ridere anche tu? Spiegarle perché non fa ridere? Lasciar perdere? Chiederti se sei diventata improvvisamente troppo sensibile? E quante volte una battuta deve essere ripetuta prima che smetta di essere una battuta?
Su questo ho trovato particolarmente utile una distinzione proposta da Sara Balotta, autrice e attivista del blog In punta di piedini: una cosa è l’autoironia di chi vive una condizione e sceglie di utilizzare la propria esperienza per sdrammatizzarla; un’altra è il black humor; un’altra ancora sono le offese abiliste spacciate per comicità, nelle quali la disabilità diventa il materiale attraverso cui ridurre o inferiorizzare qualcuno.
Per me questa distinzione conta moltissimo. Anch’io posso ridere del mio autismo. Posso raccontare qualcosa di assurdo del mio funzionamento e riderne fino alle lacrime. Posso scegliere l’ironia come modo per prendere fiato da una realtà che qualche volta pesa moltissimo. Ma la mia capacità di ridere di me stessa non costituisce una licenza collettiva. Il fatto che io abbia trasformato una mia vulnerabilità in ironia non significa che quella vulnerabilità sia diventata materiale pubblico. C’è una differenza tra ridere con qualcuno della sua esperienza e utilizzare quella stessa esperienza per costruire la risata su di lui.
Forse la parte più difficile dell’abilismo travestito da umorismo è proprio questa: chi pronuncia una frase può dimenticarsene cinque minuti dopo. Chi la riceve può passare mesi a chiedersi cosa significasse.

Io scavo
Questo è probabilmente uno dei tratti del mio funzionamento che riconosco maggiormente come autistico: “io scavo”. Una cosa, per me, non finisce necessariamente quando è successa. A volte è proprio allora che comincia. Una frase contiene una domanda, la risposta ne contiene altre tre, una contraddizione diventa qualcosa che devo aprire e osservare da tutte le parti finché non trovo il punto in cui smette di contraddirsi. È un movimento della mia mente che può essere bellissimo quando leggo un romanzo, quando scrivo, quando incontro un concetto che mi affascina. Dentro questa storia è diventato una trappola.
Ho scavato nelle parole, nelle conversazioni, nelle espressioni dei volti. Ho ricostruito cronologie, cercato di ricordare chi fosse presente, ripensato a ciò che avevo detto e a ciò che avrei potuto dire diversamente. Soprattutto, ho continuato a mettermi nei panni degli altri: della collega, dell’amica, della responsabile, delle Risorse Umane, dell’azienda, dell’avvocato, del sindacalista.
Ho cercato continuamente una spiegazione che rendesse tutto meno assurdo. Forse non aveva capito. Forse non voleva dire quello. Forse l’azienda non sapeva. Forse qualcuno aveva comunicato male. Forse sono io che non riesco a comprendere una dinamica sociale evidente a tutti gli altri.
Quando sei autistica, quest’ultima possibilità possiede un potere particolare. Sai già che esistono codici sociali che qualche volta non leggi come gli altri e allora, quando qualcosa ti ferisce, puoi finire per mettere sotto processo prima di tutto la tua interpretazione: forse non ho capito, forse era ironia, forse tra amici si fa, forse sul lavoro funziona così, forse sto prendendo letteralmente qualcosa che non era letterale.
Ho passato moltissimo tempo dentro questi forse. Scavare dovrebbe portare verso il fondo. Io ho scoperto che alcune cose non hanno fondo. Diventano vortici.

Ma allora che cos’è un’amica?
Questa storia mi ha costretta a ripensare anche una parola apparentemente lontanissima dal diritto del lavoro: amicizia. Esiste l’amicizia sul lavoro? Non lo so più. Forse sì. Forse esiste finché il lavoro e l’amicizia non chiedono contemporaneamente alla stessa persona di scegliere da che parte stare. Forse è proprio allora che scopri quale delle due cose fosse più forte.
Ma poi la domanda si allarga. Se l’amicizia sul lavoro non è amicizia, dove bisogna cercarla? Che cosa rende qualcuno un amico? Il tempo trascorso insieme? La confidenza? Essersi raccontati cose private? Aver riso, pianto, essersi cercati fuori dall’orario di lavoro? E quanto abilismo può contenere un rapporto prima che io debba smettere di chiamarlo amicizia?
L’amicizia non rende una parola meno abilista. Semmai può renderla molto più difficile da riconoscere, perché prima di riuscire a dire mi hai ferita, devi smontare tutte le spiegazioni che ti eri costruita per continuare a voler bene alla persona che l’ha pronunciata.
E poi c’è un’altra trappola. Forse qualche volta ho riso anch’io. Forse ho lasciato correre. Forse non ho reagito immediatamente. Questo significa che andava bene? Non credo. Le persone non comprendono necessariamente una violazione nel momento esatto in cui avviene. A volte serve la ripetizione, a volte serve uscire dall’ambiente, a volte serve vedere la stessa parola utilizzata ancora e ancora. A volte serve stare abbastanza male da non riuscire più a convincersi che sia normale.

Quando il problema smette di essere tra persone
A un certo punto la storia è diventata più grande dei singoli rapporti. Non c’era più soltanto una collega, un’amica o una responsabile. C’era un’organizzazione. Che cosa significa dire che hai la sensazione che un’intera azienda si sia schierata contro di te? Non significa necessariamente immaginare centinaia di persone riunite in una stanza a decidere di farti del male. Le organizzazioni non funzionano così. Forse è proprio questo che le rende tanto difficili da affrontare. Un’organizzazione può diventare un muro senza che esista una singola persona che abbia deciso di costruirlo. Una risposta rimanda a qualcun altro; una persona non è competente; un’altra sa qualcosa ma non può dirtelo; qualcuno ti ascolta ma non decide; chi decide non parla direttamente con te. Un ufficio conosce una parte, un altro ne conosce un’altra. Arriva una mail, poi il silenzio, poi una procedura, poi un professionista. E tu continui a essere una persona sola.
Io avevo la mia memoria. Dall’altra parte c’era una struttura. Io dovevo ricordare; la struttura poteva archiviare. Io dovevo spiegare ogni volta chi ero; l’organizzazione non doveva presentarsi. Esisteva già.
Dopo un primo periodo di malessere sono stata assente dal lavoro. Quando sono rientrata, mi sono ritrovata anche a partecipare a una formazione sul mobbing. Ricordo la sensazione paradossale di ascoltare parlare in astratto di dinamiche che mi sembravano terribilmente vicine a ciò che avevo vissuto senza che ciò che era successo a me venisse realmente riconosciuto come tale.
Poi è arrivata anche la richiesta di spiegare agli altri il mio funzionamento neurodivergente: partecipare personalmente a un momento di formazione oppure preparare una sorta di vademecum che spiegasse ai colleghi come rapportarsi con me. Ancora una volta dovevo essere io a trovare le parole. Io stavo chiedendo che l’ambiente riuscisse a sostenere me e mi ritrovavo a dover insegnare all’ambiente come sostenere me.

Ho dovuto chiamarmi un’ambulanza…
Poi il confine fra una vicenda lavorativa e qualcosa di molto più grande è diventato impossibile da ignorare.
A un certo punto mi sono chiusa in un bagno. Stavo male e stavo perdendo i sensi. Ho dovuto chiamare un’ambulanza. Io. Questo dettaglio per me conta moltissimo perché ho problemi a telefonare. Una telefonata che per molte persone rappresenta un gesto quasi automatico può richiedermi preparazione, uno sforzo enorme, il superamento di un blocco. È una delle tante barriere invisibili che fanno parte del mio funzionamento.
Quel giorno non dovevo telefonare per prenotare una visita o chiedere un’informazione. Dovevo chiedere aiuto mentre stavo per perdere conoscenza. Dovevo prendere il telefono, chiamare, spiegare dove mi trovavo e dire che avevo bisogno di soccorso.
Ancora oggi penso a cosa sarebbe successo se non ci fossi riuscita. Sarei rimasta lì, priva di sensi, chiusa in un bagno. È un’immagine che contiene quasi tutta la storia che sarebbe venuta dopo, perché nel momento in cui il mio corpo ha ceduto, ho avuto la percezione terribile che persino procurarmi aiuto dipendesse ancora da me. Dovevo aiutarmi da sola.
Quel giorno significava riuscire a chiamare un’ambulanza. Dopo avrebbe significato trovare qualcuno che mi tutelasse, raccontare, ricostruire, andare dal sindacato, parlare con gli avvocati, comprendere, decidere, firmare. Molto tempo dopo avrebbe significato provare ancora a capire se esistesse un modo per tornare su ciò che era successo.
Sempre la stessa richiesta sotto forme diverse: se stai male, devi comunque riuscire a compiere l’azione necessaria perché qualcuno possa aiutarti.
Non posso stabilire attraverso un articolo chi sia giuridicamente responsabile del fatto che io sia arrivata in quelle condizioni. Posso raccontare ciò che ho vissuto: ero una lavoratrice fragile, mi trovavo in un ambiente che in quel momento percepivo come ostile e nel quale ritenevo di essere stata ferita anche attraverso parole e comportamenti legati alla mia disabilità; la situazione era arrivata a un punto tale che mi sono ritrovata chiusa in un bagno, sul punto di perdere i sensi.
E la persona che ha dovuto procurarmi il soccorso sono stata io.

Io penso prima per iscritto
C’è un altro elemento senza il quale non si può capire quello che è successo dopo: io penso molto meglio per iscritto di quanto riesca a parlare. La scrittura mi permette di costruire il pensiero prima di consegnarlo agli altri. Posso fermarmi, tornare indietro, spostare una frase, accorgermi che quello che sto dicendo non corrisponde esattamente a ciò che volevo dire. Posso prendere qualcosa che nella mia testa esiste tutto contemporaneamente e costringerlo a disporsi in una successione comprensibile.
Quando parlo devo fare tutto insieme: comprendere la domanda, gestire la presenza dell’altra persona, interpretarne il tono, costruire una risposta, decidere quanto raccontare, controllare ciò che sto mostrando, tollerare un’interruzione e prepararmi alla domanda successiva.
Scrivere, per me, incontra meno barriere. Eppure, quando è arrivato il momento più importante della mia vita lavorativa, quello in cui avrei avuto maggiormente bisogno di essere capita, ho dovuto soprattutto parlare. Davanti all’azienda, poi davanti a un primo avvocato, davanti a un sindacalista, davanti a un secondo avvocato. E non una volta o due.
Ogni nuovo interlocutore significava ricominciare. Dovevo prendere qualcosa che dentro di me era diventato rumore e trasformarlo ogni volta in un racconto sufficientemente ordinato da poter essere utilizzato da qualcun altro. Proprio mentre la voce la stavo perdendo.
A un certo punto dissi al mio curante: «Basta. Non voglio più parlare. Voglio diventare muta». Ancora oggi non so se stessi esprimendo un desiderio o descrivendo qualcosa che stava già accadendo. Forse non volevo diventare muta. Forse volevo soltanto che il mondo smettesse di pretendere parole da me.

Il dolore deve diventare un fascicolo
Ho imparato anche che soffrire non basta. Per entrare in un sistema di tutela, la sofferenza deve cambiare forma. Deve diventare cronologia, documento, certificato, messaggio, testimonianza, data, nesso. Devi ricordare chi c’era, quando è successo, quali fossero le parole, a chi lo hai comunicato, se esiste una mail, se qualcuno sarebbe disposto a testimoniare. Il dolore, insomma, deve diventare un fascicolo.
Capisco perché. Il diritto non può funzionare sulla semplice affermazione di una persona. I fatti devono essere ricostruiti, le versioni confrontate, le responsabilità eventualmente accertate. Ma la domanda che continuo a farmi riguarda ciò che succede prima che il diritto possa fare il proprio lavoro. Chi costruisce quel fascicolo quando la persona che dovrebbe costruirlo sta crollando? Chi conserva il filo quando la persona che dovrebbe raccontarlo non riesce più a tenerlo? Chi traduce una sofferenza in linguaggio giuridicamente utilizzabile, quando quella persona non sa nemmeno quale sia la domanda corretta da fare?
Io avevo bisogno di essere difesa. Mi veniva chiesto di essere abbastanza funzionante da rendermi difendibile.

La sede protetta
Alla fine sono arrivata a una conciliazione bonaria con l’azienda, assistita da un avvocato e dal sindacato, in una sede che proprio per questo avrebbe dovuto offrire particolari garanzie. La firma è mia. Nessuno mi ha materialmente preso la mano e non voglio raccontare una storia diversa. È precisamente questo che rende la domanda più difficile.
Io ero arrivata lì dopo mesi di deterioramento psicologico, dopo le assenze, dopo il tentativo di rientrare, dopo avere raccontato e riraccontato, dopo l’ambulanza e il Pronto Soccorso, dopo essere arrivata a dire al mio curante che non volevo più parlare. E dovevo decidere, capire, valutare conseguenze, chiudere, firmare.
Quando oggi qualcuno guarda soltanto l’ultimo fotogramma – la mia firma – io continuo a vedere tutti quelli precedenti. Una firma non nasce nel momento in cui la penna tocca il foglio. Arriva da qualche parte. La mia arrivava anche da un Pronto Soccorso. Ed è per questo che continuo a interrogarmi sul significato della parola protetta. Se la funzione di quella sede era assicurarsi che io comprendessi ciò che stavo facendo e potessi esprimere liberamente la mia volontà, allora vorrei che nel valutare quella decisione fosse possibile guardare anche alla persona che era seduta lì.
Successivamente, proprio la natura protetta di quella sede e l’assistenza che avevo ricevuto sono diventate elementi che rendono molto difficile tornare su quell’accordo: c’era un avvocato, c’era il sindacato, ho firmato, era una sede protetta. Io non nego nessuna di queste cose. La mia domanda è un’altra: essere assistiti mentre si firma ed essere realmente nelle condizioni di decidere sono necessariamente la stessa cosa?
Non so quale risposta possa dare il diritto. Non voglio inventarmela. Voglio però avere il diritto di porre la domanda.

Dopo, i conti non tornano
La conciliazione ha previsto una somma economica che oggi considero irrisoria se la confronto con ciò che questa storia ha significato e continua a significare nella mia vita.
So che sono piani differenti. Una conciliazione economica non equivale automaticamente alla quantificazione clinica di un danno e non voglio sovrapporre concetti che appartengono a discipline diverse. Ma dal punto in cui mi trovo oggi esiste una sproporzione difficile da ignorare. Da una parte c’è una cifra finita. Dall’altra ci sono conseguenze che finite non sono.
Non mi risulta che le persone che avevo indicato abbiano perso il proprio lavoro e non mi è stato comunicato se siano state adottate nei loro confronti sanzioni, richiami o altre misure. Non conosco integralmente ciò che abbiano dichiarato, né quale ricostruzione conclusiva sia stata fatta internamente. Non sto dicendo che qualcuno dovesse necessariamente essere licenziato. Non spetta a me stabilirlo. Sto dicendo che io conosco perfettamente la mia conseguenza e quasi nulla della loro.
Io non lavoro più lì. Ho attraversato un deterioramento psicologico importante. Sono arrivata al Pronto Soccorso. Ho attraversato avvocati, sindacato e conciliazione mentre facevo sempre più fatica a parlare. Continuo a rivolgermi a professionisti e servizi. E oggi il lavoro è diventato per me qualcosa che provoca una paura che prima di questa esperienza non aveva questa forma.
Per questo continuo a chiedermi: che cosa ha prodotto tutto questo dall’altra parte? Qualcuno ha riconosciuto qualcosa? Qualcuno ha detto che determinate parole non avrebbero dovuto essere utilizzate? Qualcuno ha modificato qualcosa? Qualcuno è stato richiamato? Qualcuno si è assunto una responsabilità?
Non lo so. E intanto il resto del sistema ha continuato a funzionare. Io no.

«Le fobie si curano»
C’è chi, quando provo a spiegare la paura che oggi associo al lavoro, mi risponde che le fobie si curano. Sì, le fobie si curano. Ma anche curarsi ha un costo.
Psicoterapia, valutazioni, visite specialistiche, eventuali percorsi traumatologici: quando un danno entra nella vita quotidiana, continua a produrre costi molto dopo l’evento che lo ha generato. Tempo, denaro, autonomia, possibilità.
Non voglio attribuirmi da sola una diagnosi: saranno i professionisti a stabilire quale sia il nome clinicamente appropriato per ciò che provo. Posso però descriverlo. Il lavoro ha smesso di rappresentare per me soltanto fatica, obbligo o stress. È diventato qualcosa da cui il mio organismo cerca di proteggermi.
E allora qualcuno dice: le fobie si curano. Certo. Con quali soldi? Un percorso psicoterapeutico per problemi complessi e radicati può essere lungo, e i percorsi lunghi costano. Se una seduta ha un prezzo e serve ogni settimana, quel prezzo si moltiplica per quattro, poi per dodici mesi, forse per anni.
Ed ecco un altro circolo: per tornare a lavorare dovrei stare meglio; per stare meglio posso avere bisogno di cure; per sostenere determinate cure servono risorse; una delle principali fonti attraverso cui normalmente si ottengono quelle risorse è proprio il lavoro, cioè il luogo dal quale in questo momento il mio corpo mi dice di scappare.
Il denaro della conciliazione ha un numero. La paura no. La psicoterapia avrà una fattura, ogni volta.

Dopo la firma non è finito niente
Pensavo forse che firmare significasse chiudere. Ma il corpo non conosce gli accordi transattivi. La mente non legge una clausola e decide che dal giorno successivo un’esperienza non farà più male. Sono arrivati altri professionisti, altri percorsi, servizi, valutazioni e progetti legati alla disabilità. La storia continuava a produrre conseguenze, mentre, formalmente, una parte della storia era stata chiusa.
E naturalmente io ho continuato a scavare. Ho cercato di capire che cosa fosse stato detto, chi fosse stato ascoltato, se qualcuno avesse verificato, se qualcosa fosse cambiato, quale versione avessero raccontato le altre persone. Ho cercato documenti. Ho scritto. Ho chiesto. Ho ricostruito.
Molto tempo dopo ho aperto una segnalazione interna e ho imparato un’altra parola che prima non apparteneva alla mia vita: whistleblowing [segnalazione spontanea di illeciti, frodi o irregolarità commesse all’interno di un’organizzazione pubblica o privata, scoperta da un lavoratore durante le proprie mansioni, N.d.R.].
Un altro sistema. Un altro gestore. Un altro perimetro di competenza. Altre procedure da capire. Altre domande alle quali qualcuno poteva rispondere e altre per le quali mi veniva spiegato che non era competente.
Io volevo una cosa che nella mia testa era molto semplice: qualcuno può guardare seriamente quello che è successo? Per formularla correttamente ho dovuto imparare un’altra porzione di diritto.
Ed eccomi ancora qui: a scrivere mail, cercare documenti, ricostruire date, leggere procedure, chiedere risposte, cercare qualcuno disposto ad ascoltare una storia che ormai conosco quasi a memoria e che tuttavia ogni volta devo ricomporre.
Per questo spero che questa non sia la fine. Non perché desideri vivere dentro questa vicenda per sempre. Esattamente il contrario. Vorrei poterla lasciare. Non voglio vivere qui dentro.
Qualcuno potrebbe chiedermi perché non lascio perdere. Me lo chiedo anch’io. Forse una parte della risposta sta proprio nel mio modo autistico di pensare. Ho una difficoltà enorme ad abbandonare una contraddizione quando sento che manca un pezzo. Ma sarebbe troppo semplice attribuire tutto all’autismo. C’è anche il bisogno umano di attribuire significato a qualcosa che ha modificato profondamente la propria vita. C’è il bisogno di essere creduti. C’è rabbia. C’è lutto. C’è forse anche l’illusione che, trovando finalmente l’ultimo documento o l’ultima risposta, tutto acquisterà improvvisamente una forma.
Non so se accadrà, e questa è una possibilità che devo imparare a sopportare. Non voglio utilizzare per sempre la mia capacità di scavare per capire cosa mi abbia fatto il mondo in quel posto. Vorrei tornare a utilizzarla per leggere, scrivere, incontrare concetti, capire il mondo. Ma per uscire da un labirinto bisogna almeno sapere dove ci si trova.

Sto ancora cercando la mappa
Quanto bisogna essere abili per avere dei diritti? La legislazione prevede tutele. Esistono sindacati, avvocati, procedure, sedi protette, strumenti contro la discriminazione e canali di segnalazione. Ma una persona con disabilità non incontra il diritto come un soggetto astratto. Ci entra con il proprio corpo, con il proprio modo di comunicare, con le proprie funzioni esecutive, con la capacità che possiede in quel preciso momento di sostenere un conflitto, spostarsi, parlare, ricordare, insistere, aspettare, comprendere e decidere.
Io ci sono entrata da autistica, da persona che scrive meglio di quanto riesca a parlare, che ha difficoltà persino a fare una telefonata, che sotto stress può avere ancora più difficoltà a organizzare pensiero e azione. E ci sono entrata mentre il mio stato psicologico peggiorava.
Eppure continuavano a essermi richieste prestazioni: raccontare, ricordare, presenziare, scegliere, decidere, firmare, contestare, insistere, aspettare, ricontattare, dimostrare. È una cosa sulla quale vorrei riflettessimo quando utilizziamo la parola accessibilità.
Una barriera non è necessariamente una scala davanti a una persona in carrozzina. Può essere una telefonata per qualcuno che fatica enormemente a telefonare. Può essere dover raccontare oralmente cinque volte una storia quando la scrittura è il proprio canale comunicativo più accessibile. Può essere una domanda alla quale bisogna rispondere immediatamente, una riunione nel momento in cui parlare è diventato quasi impossibile, un documento scritto in un linguaggio che non si conosce, una decisione enorme presa nel momento in cui la capacità di decidere è ridotta. Può essere persino una tutela formalmente disponibile che, per essere raggiunta, richiede proprio le capacità che in quel momento non possiedi.
Forse dovremmo cominciare a parlare anche di questo quando parliamo di accomodamenti e disabilità: non soltanto di come rendere accessibile il lavoro, ma di come rendere accessibile la possibilità di difendersi quando il lavoro ti ha fatto male.
Continuo ancora oggi a domandarmi se esista davvero l’amicizia sul lavoro, se una persona che ti vuole bene possa essere abilista, se faccia meno male quando lo è, se avrei dovuto ridere, se avrei dovuto protestare prima, se qualcuno avrebbe dovuto capire senza che fossi io a spiegarglielo. Mi domando cosa significhi essere creduta e cosa significhi, concretamente, sentirsi contro un’organizzazione intera, senza poter indicare un momento preciso nel quale quell’organizzazione abbia deciso di diventare il tuo avversario.
Non ho trovato tutte le risposte. Forse alcune non esistono.

Un appello
C’è infine una ragione molto concreta per cui ho deciso di raccontare questa storia. Io sto ancora cercando di capire se sia davvero finita. Ho raccolto documenti, comunicazioni, certificazioni, l’accordo che ho firmato, ciò che ha preceduto quella firma e ciò che è accaduto dopo. Ho provato a ricostruire questa storia molte volte, ma continuo a farlo dall’interno: sono contemporaneamente la persona che cerca di mettere in ordine le carte e quella a cui quelle carte appartengono.
Per questo vorrei permettermi un appello. Se tra le persone che leggeranno queste righe ci fosse un’avvocata o un avvocato giuslavorista, possibilmente con esperienza in materia di disabilità, discriminazione sul lavoro, accomodamenti ragionevoli e conciliazioni, disposto a guardare la mia documentazione e ad aiutarmi a capire se esista ancora qualcosa che possa essere esaminato, sarei grata di poter avere un confronto.
Non sto cercando qualcuno che mi dica che ho ragione. Sto cercando qualcuno disposto a guardare. Qualcuno che legga la storia per intero, compreso ciò che è accaduto prima della firma e le condizioni nelle quali sono arrivata a quella decisione; che mi spieghi con chiarezza quali possibilità esistono e quali invece non esistono; che possa anche dirmi che una strada è chiusa, se è davvero così, ma dopo aver guardato dove conduce.
Per una volta vorrei non dover conoscere in anticipo la parola giuridicamente corretta per riuscire a formulare la domanda giusta. Vorrei poter consegnare a qualcuno le carte e dire semplicemente: questa è la storia. Mi aiuta a capire che cosa posso ancora fare?
Forse anche questo fa parte del diritto di non sapersi difendere: poter arrivare a un certo punto e riconoscere che da soli non si riesce più a farlo.
Ho dovuto parlare per spiegare che non riuscivo più a parlare. Ho dovuto organizzarmi per spiegare quanto fosse diventato difficile organizzarmi. Ho dovuto chiamarmi un’ambulanza mentre stavo perdendo i sensi. Ho dovuto difendermi per dimostrare quanto avessi bisogno di essere difesa. Ho firmato in un luogo che avrebbe dovuto proteggermi e che, nella mia esperienza, è diventato il punto più difficile da oltrepassare.
E poi ho continuato a scavare: nelle parole, nei documenti, nelle amicizie, nelle intenzioni degli altri e nelle mie. Questa storia, almeno, voglio raccontarla nella lingua in cui riesco a esistere meglio.
Io penso prima per iscritto. Quindi scrivo. E forse, dopo essere stata per tanto tempo la persona che doveva continuamente spiegarsi, questa è la prima forma di difesa che sento davvero mia.
E questa volta vorrei che qualcuno mi aiutasse a portarla.

*[email protected] (pagina Instagram a questo link). Ne segnaliamo anche, sempre sulle nostre pagine, i contributi: intitolato “Ottenere una diagnosi di autismo a 33 anni e sapere cosa farne sono due cose completamente diverse” (a questo link) e “Non trasformiamo l’autismo in un ‘superpotere’” (a questo link).

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