Che almeno i nostri figli non abbiano paura del tuono

di Tetiana Bilokonska
Tetiana Bilokonska, scrittrice ucraina rifugiata in Italia, autrice di testi su autismo e neurodiversità, lei stessa persona con disturbo dello spettro autistico e già da tempo nostra “firma”: il suo racconto di un recente ritorno in Ucraina, sotto ai droni e ai bombardamenti, è a dir poco drammatico nel parlare della guerra, quella vera, quella che quattro anni e mezzo fa, alle cinque del mattino, fece dire a suo figlio «Mamma, io non voglio morire». È per noi una grande emozione e un onore ospitarne questa testimonianza e metterla a disposizione di Lettrici e Lettori

È già da più di un anno “firma” del nostro giornale, Tetiana Bilokonska, scrittrice ucraina rifugiata in Italia dal 2022, autrice di testi su autismo e neurodiversità, lei stessa persona con disturbo dello spettro autistico. E ne stiamo anche pubblicando una serie di approfondimenti sul tema Donne Asperger: voci adulte nello spettro. Il racconto che ne presentiamo oggi, invece, è molto diverso e racconta del recente ritorno di Tatiana a Kyiv (d’ora in poi Kiev), la capitale dell’Ucraina, insieme al figlio. È per noi una grande emozione e un onore ospitarne questa importante testimonianza e metterla a disposizione di Lettrici e Lettori.

Marc Chagall, "La guerre" ("La guerra"), 1943, Parigi, Centro Pompidou
Marc Chagall, “La guerre” (“La guerra”), 1943, Parigi, Centro Pompidou

Quest’estate sono tornata in Ucraina con mio figlio. Doveva fare alcuni documenti, sottoporsi a controlli medici e seguire delle cure. Cose che in Italia avrebbero richiesto mesi e che in Ucraina siamo riusciti a organizzare in circa una settimana. Questa, però, è soltanto la spiegazione razionale del viaggio. La verità è che volevo tornare a casa.
Lì ci sono i miei genitori, le strade che conosco senza dover guardare una mappa, la mia lingua intorno a me. C’è Kiev e quella strana sensazione di riuscire finalmente a respirare fino in fondo.

Vivo in Sicilia e amo molte cose della mia vita qui. Sono grata all’Italia per averci accolti. Ma l’emigrazione mi ha insegnato che si possono amare due luoghi in modi completamente diversi: uno può diventare il posto in cui vivi, mentre l’altro continua a essere il posto al quale appartieni.
Avevo soltanto dimenticato che durante una guerra perfino la parola “casa” può cambiare significato.
La prima notte a Kiev mi sono svegliata per l’allarme antiaereo. Avevo preparato tutto: i documenti nello zaino, i vestiti vicino al letto, le scarpe pronte. Sapevo perfettamente dove si trovava il rifugio. Abitavo al dodicesimo piano.
Sono uscita dall’appartamento e ho cominciato a scendere, ma non sono arrivata in tempo. Circa tre minuti dopo l’inizio dell’allarme è caduto il primo missile balistico. Tre minuti, nella vita normale, sembrano un intervallo di tempo più che sufficiente. Puoi preparare un caffè, ascoltare metà di una canzone, guardare fuori dalla finestra, rispondere a un messaggio. Dal dodicesimo piano, durante un attacco balistico, tre minuti possono essere meno del tempo necessario per restare viva.

Durante quel soggiorno non sono quasi mai riuscita ad arrivare al rifugio prima della prima esplosione. E ho scoperto qualcosa che prima non sapevo: è impossibile spiegare davvero il rumore di un missile. Non assomiglia a un temporale, ai fuochi d’artificio o alle esplosioni dei film, perché non lo senti soltanto con le orecchie. Lo senti nella terra sotto i piedi, nel petto, nei denti, nelle ossa.
E c’è una notte che probabilmente non dimenticherò mai. Stavo correndo verso il rifugio quando un missile balistico nordcoreano ha colpito la mia zona. Davanti a me il cielo è diventato rosso. Il boato era così potente e innaturale che ho pensato una cosa assurda: sembrava che qualcuno avesse acceso la colonna sonora di un film dell’orrore a un volume impossibile.
Forse, quando la realtà supera ciò che siamo capaci di comprendere, il cervello cerca disperatamente qualcosa che conosce.
Il rifugio era a circa due minuti di corsa, ma quella notte mi sembrò di correre per un’ora. Quando finalmente sono entrata, un uomo mi è venuto incontro gridando: «Perché non ti sei buttata a terra?». Non capivo. Solo dopo ho ricostruito ciò che era accaduto. Pochi secondi dopo il primo missile ne era arrivato un secondo quasi nello stesso punto. Quell’uomo correva dietro di me e mi urlava di buttarmi a terra. Io continuavo a correre.
Non lo avevo sentito. O forse il mio cervello aveva sentito la sua voce, ma non era più capace di trasformare quelle parole in un comando per il corpo.

Prima pensavo che sotto un bombardamento una persona provasse soprattutto paura. Io, invece, la paura quasi non la ricordo. Ricordo l’orrore, l’impotenza, la rabbia e un pensiero molto semplice: da qualche parte, lontano da me, una persona aveva dato un ordine, un’altra aveva premuto un pulsante e adesso io correvo nel buio cercando di non morire.
Un’altra volta i missili sono arrivati quasi senza preavviso. Correvo di nuovo verso il rifugio, sono caduta sulle scale e mi sono fatta male alla spalla. Mi fa male ancora oggi. Sono tornata in Italia, quella notte è finita da tempo e i missili sono lontani, ma quando provo ad alzare il braccio, il mio corpo mi ricorda che tutto questo è accaduto davvero.
Durante un altro attacco sono arrivati circa venti missili balistici. Quando tutto è finito e sono uscita dal rifugio, ho camminato verso casa in silenzio e ho pianto. Solo allora. Durante gli attacchi quasi non riuscivo mai a piangere.
Nei film, davanti alla possibilità di morire, le persone sembrano improvvisamente comprendere il senso della vita e scoprire grandi verità. Io non ho vissuto niente del genere. Per le grandi verità non c’era tempo.
C’era il telefono e c’erano pochi secondi per scrivere alle persone che amo: «Ti voglio bene».
Lo scrivevo perché non sapevo se sarebbe stato il mio ultimo messaggio. Non volevo che le mie ultime parole fossero una domanda sulla spesa, una battuta o un normale «ci sentiamo domani». Se quello doveva essere davvero l’ultimo messaggio, volevo che contenesse amore.
Poi mettevo via il telefono e aspettavo. Il mio corpo tremava e a volte producevo involontariamente suoni che non avevo mai fatto prima. La mente sembrava quasi non avere il tempo di avere paura.
Il corpo, invece, sapeva.

In quelle settimane ho imparato cose che non avrei mai voluto sapere. Ho imparato a distinguere il suono di un drone tradizionale da quello di un drone a reazione, a riconoscere rumori diversi associati agli attacchi con missili balistici e ad altri tipi di missili. Dal boato e da come tremava la città avevo cominciato perfino a intuire quanto lontano fosse avvenuto un impatto. Seguendo i canali di monitoraggio e ascoltando ciò che accadeva intorno a me, avevo imparato a capire quando poteva essere imminente un attacco balistico e quando i rumori erano legati alla difesa aerea.
Non sono orgogliosa di nessuna di queste competenze. Non voglio possederle.
Non sono una militare, un’esperta di armamenti o una corrispondente di guerra. Sono una donna che scrive, cresce un figlio, ama il caffè, i libri, il mare, viaggiare e una vita assolutamente normale. Ma la guerra, senza chiedermi il permesso, ha aggiunto un’altra materia alla mia educazione.
E la cosa più terribile non è nemmeno che un adulto possa adattarsi a tutto questo. È che si adattano anche i bambini. Conoscono parole che non dovrebbero esistere nel vocabolario dell’infanzia: “missile balistico”, “Shahed”, “impatto”, “cessato allarme”, “rifugio”. Possono addormentarsi con rumori che farebbero tremare le mani a chi li ascoltasse per la prima volta.
La chiamiamo capacità di adattamento. A volte ammiriamo perfino la loro resilienza. Io penso sempre più spesso che un bambino non dovrebbe essere così resiliente. Non dovrebbe averne bisogno.

Eppure, in mezzo a tutto questo, ricordo una cosa assolutamente quotidiana di quasi ogni notte trascorsa nel rifugio: il profumo del caffè. Non so chi lo portasse in un thermos, ma sentivo quel profumo e improvvisamente desideravo un caffè in modo quasi doloroso. Non volevo realizzare un grande progetto, cambiare la mia vita o esaudire un sogno. Volevo soltanto prepararmi un caffè.
Seduta nel rifugio, ascoltando le esplosioni, pensavo: quando finirà l’allarme tornerò a casa e mi preparerò il caffè. Volevo disperatamente arrivare a quella tazza. Perché se ero nella mia cucina a preparare il caffè, significava che quella notte non mi aveva portata via. Ero sopravvissuta. La vita continuava.
Forse soltanto quando non sai se avrai un altro mattino comprendi il vero valore delle cose più banali.
Nei rifugi c’era anche un piccolo rituale che ogni volta mi sembrava surreale. Entravi nel cuore della notte, magari dopo aver già sentito un’esplosione, e le persone che erano lì alzavano lo sguardo e dicevano educatamente: «Buonasera». E tu rispondevi: «Buonasera».
Ma cosa c’era di buono in quella sera? Sopra la città volavano i missili. Qualcuno aveva appena svegliato il proprio bambino e lo aveva tirato fuori dal letto. Qualcuno era arrivato con un gatto nel trasportino, qualcuno stringeva un cane, qualcuno non aveva avuto neppure il tempo di vestirsi. Eppure ci auguravamo “buonasera”.
In quella parola c’era qualcosa di assurdo e, allo stesso tempo, profondamente umano. Forse anche questo è un modo per non permettere alla guerra di trasformarti definitivamente in un organismo che pensa soltanto a sopravvivere. Sei ancora una persona. Entri e saluti gli altri, anche mentre qualcuno cerca di distruggere la città sopra la tua testa.

Durante una delle notti peggiori furono lanciati più di quaranta missili contro Kiev. Quella volta ero davvero convinta che non avrei visto il mattino. Le pareti del rifugio tremavano. C’erano bambini, anziani, donne, uomini. Qualcuno teneva un gatto in braccio, qualcuno stringeva il proprio cane. Nessuno dormiva e quasi nessuno parlava. Tacevano perfino i bambini e gli animali. Ogni tanto qualcuno pregava sottovoce. Ho visto uomini adulti asciugarsi le lacrime cercando di non farsi vedere.
Lì ho capito quanto diventino piccole tutte le grandi parole quando un essere umano vuole semplicemente arrivare vivo al mattino. Nessuno parlava di NATO, di sfere d’influenza, di confini storici, di interessi strategici o di equilibri geopolitici, argomenti sui quali è così facile discutere per ore quando si è seduti al sicuro. Tutti desideravano la stessa cosa: che arrivasse il mattino.
E il mattino arrivava.
Forse questa è una delle cose più difficili da capire dell’Ucraina di oggi per chi non ci ha mai vissuto. Dopo una notte in cui hai contato le esplosioni e pensato di poter non vedere l’alba, Kiev si sveglia e ricomincia a vivere. Aprono i negozi e i bar. I bambini vanno all’asilo. Le madri accompagnano i figli, fanno la spesa, incontrano un’amica, vanno a farsi le unghie. Le persone lavorano, studiano, litigano per sciocchezze, si innamorano, arrivano in ritardo, fanno programmi.
La sera puoi chiamare un taxi e andare in un ristorante georgiano, giapponese, francese, vietnamita, italiano, ucraino o praticamente di qualsiasi cucina tu abbia voglia. Puoi tornare tardi e ordinare qualcosa dal telefono, perché perfino durante una guerra gli ucraini restano incredibilmente esigenti quando si tratta di servizi.
A volte tutto l’assurdo della nostra vita entra in una sola notifica sullo smartphone: «A causa della distruzione del magazzino durante un attacco, la consegna subirà un ritardo di circa tre ore». Non tre settimane. Tre ore.
Il magazzino è stato distrutto e il sistema si scusa perché il tuo pacco arriverà in ritardo.
Forse una notifica del genere racconta l’Ucraina contemporanea meglio di decine di conferenze sulla nostra “resilienza”.

Perché l’Ucraina che a volte vedo nell’immaginario europeo non assomiglia al Paese che conosco. Non è una terra grigia e arretrata all’estremità orientale dell’Europa da guardare con pietà. È un Paese moderno, estremamente digitalizzato, veloce ed esigente sulla qualità della vita. In molti àmbiti, i servizi che utilizzo in Ucraina sono più semplici, rapidi e tecnologicamente avanzati di quelli che incontro nella mia quotidianità nell’Italia in pace. E tutto questo continua a funzionare mentre cadono i missili.
Non voglio trasformare questa realtà in una bella storia sulla “resilienza ucraina”. A volte detesto perfino quella parola. Non avremmo dovuto essere costretti a diventare resilienti. Volevamo semplicemente vivere.
Nel mese di luglio notti del genere si ripetevano ogni due o tre giorni. Ad agosto sono diventati sempre più frequenti anche i droni a reazione. A volte l’allarme finiva e quindici minuti dopo ricominciava. Giorno e notte.
Vicino alle case dei miei parenti un drone ha colpito un deposito militare. Sono iniziate le detonazioni e l’area circostante è stata devastata.
Quando sono tornata in Italia, il mio autobus è passato vicino a quel luogo. Dal finestrino guardavo i mezzi dei soccorritori, i militari, gli artificieri, la terra bruciata e ciò che restava di un posto dove fino a poco tempo prima le persone vivevano normalmente.
Pensavo che qualche giorno prima qualcuno lì aveva preparato la cena. Qualcuno aveva lasciato una tazza sul tavolo. Qualcuno aveva comprato qualcosa per il giorno dopo. Forse un bambino aveva lasciato un giocattolo sul pavimento, certo che l’indomani sarebbe tornato a prenderlo. È questo che scompare quando la guerra diventa una notizia.
Vediamo un edificio distrutto e dimentichiamo che prima era una casa. Leggiamo il numero dei morti e dimentichiamo che ognuno di quei numeri aveva un nome, una voce, abitudini, programmi per la settimana successiva e qualcuno a cui scrivere «Ti voglio bene».
Da quando sono tornata in Italia penso molto a come raccontiamo qui l’Ucraina. A Modica (Ragusa) c’è un’Associazione ucraina che organizza iniziative, mostre di disegni e piccoli lavori realizzati dai bambini, raccolte di aiuti. Spesso vengo invitata a partecipare, perché gli italiani vedano che gli ucraini sono qui, che il nostro Paese esiste e che la guerra non è finita.
È importante. Ma dopo quest’ultimo viaggio continuo a farmi una domanda scomoda: quanta guerra vera abbiamo il coraggio di mostrare? Un bambino ucraino disegna una bandiera, un girasole, una casa, un cuore. È bello ed è sincero. Ma anche un bambino italiano può disegnare la stessa casa, lo stesso sole, lo stesso cuore. Guardando quel disegno, una persona può davvero capire cosa significhi per un bambino avere paura che domani la propria casa non esista più?
Forse qualche volta dovremmo avere il coraggio di mostrare non soltanto l’Ucraina che è possibile appendere alla parete di una sala espositiva.
Raccontiamo i bambini che hanno visto ciò che nessun bambino dovrebbe vedere durante un’occupazione. Il soldato che torna senza le gambe e scopre che non esistono più né la casa alla quale voleva tornare né la vita che aveva lasciato. Gli adolescenti che quasi non alzano lo sguardo dal telefono quando un missile colpisce il loro quartiere, non perché siano senza paura, ma perché perfino l’orrore, quando dura abbastanza a lungo, può diventare quotidianità.
Raccontiamo i funerali delle famiglie, chi aspetta mentre i soccorritori cercano sotto le macerie le persone che ama, i bambini che sanno distinguere il rumore di un drone da quello di un missile, il soldato che impara di nuovo a camminare con due protesi, la donna che dopo una notte senza sonno apre comunque il suo piccolo negozio perché deve pagare l’affitto e dare da mangiare ai figli.
Non per scioccare e non per trasformare la sofferenza degli altri in uno spettacolo. Ma perché c’è qualcosa di pericoloso nel rendere la guerra troppo bella, troppo simbolica, troppo facile da guardare.
Bandiere, ricami tradizionali, disegni dei bambini, canzoni, parole sulla forza e sull’eroismo: tutto questo è vero ed è anche Ucraina. Ma la guerra non deve diventare bella.

La guerra vera è una madre che alle tre del mattino prende il figlio per mano e corre giù per le scale. È un uomo che piange di nascosto in un rifugio. È un cane che trema. È un «Ti voglio bene» scritto in fretta nel caso sia l’ultimo. È una spalla che continua a farti male settimane dopo, il profumo del caffè al quale vuoi disperatamente sopravvivere, una tazza rimasta sul tavolo in una casa che non esiste più.
Tempo fa ho ascoltato un’intervista a uno scrittore russo che aveva lasciato la Russia dopo il 2022. Gli chiesero come fosse possibile che la storia non ci insegnasse nulla. Rispose che molte persone sopravvissute alla Seconda guerra mondiale non volevano quasi mai raccontarla. Nei giorni della memoria bevevano alla salute di chi non era tornato e avevano un desiderio molto semplice: che almeno i loro figli non avessero mai paura del tuono.
Un tempo quella frase mi sembrava soltanto molto triste. Adesso la capisco.
Come si spiega a una persona che non lo ha mai sentito il rumore di un drone sopra la testa? Come si raccontano i secondi tra il suono di un missile e l’esplosione? Come si descrive quel momento in cui, dopo un boato, passi immediatamente in rassegna le persone che ami cercando di ricordare in quale quartiere si trovi ciascuna di loro?
Forse chi aveva vissuto la Seconda guerra mondiale taceva proprio perché per alcune cose non esistono parole abbastanza grandi. Ma anche il silenzio ha un prezzo terribile.
Quando una generazione smette di ricordare che cosa sia davvero una guerra, la guerra diventa lentamente un’astrazione. Una mappa. Una strategia. Un film storico. Un dibattito televisivo. Frecce rosse che qualcuno sposta attraverso i confini.
E sotto quelle frecce smettiamo di vedere le case. E le persone che vivono dentro quelle case.

Io sono autistica e da molti anni scrivo di autismo, neurodiversità, inclusione, accettazione e del diritto di essere diversi senza dover chiedere scusa per la propria esistenza.
Ma questa storia non parla di autismo. Perché prima di qualsiasi diagnosi esiste qualcosa di molto più semplice: il diritto di essere una persona. Il diritto di vivere. Di decidere chi sei. Di parlare la tua lingua. Di chiamare casa il luogo che senti tuo. Di mettere tuo figlio a letto senza chiederti se fra tre minuti dovrai svegliarlo e correre.
So che la storia è complessa. So che la politica è complessa e che il mondo non è fatto di risposte semplici. Ma la complessità non può trasformarsi in un modo intellettualmente elegante per dimenticare le persone. Perché alla fine di qualsiasi ordine non c’è la geopolitica. C’è una città, una strada, un edificio, una finestra, una camera da letto. E una persona che un minuto prima stava dormendo.

Quando sono tornata in Italia e il confine ucraino è rimasto alle mie spalle, ho provato un sollievo enorme. Poi mi sono sentita in colpa per quel sollievo. Perché io potevo partire. I miei genitori sono rimasti. Milioni di persone sono rimaste.
Ora sono di nuovo in Sicilia. Sto imparando di nuovo a dormire per tutta la notte. A volte un rumore improvviso fa reagire il mio corpo prima che la mente riesca a capire che non sta succedendo nulla.
La mia mente sa che sono in Italia. Il mio corpo, qualche volta, è ancora al dodicesimo piano di Kiev.
Eppure, quando penso all’Ucraina, le prime immagini che vedo non sono i missili. Vedo i miei genitori, le mie strade, Kiev al mattino dopo una notte terribile. Una persona che apre un bar. Una donna che compra dei fiori. Due ragazzi che ridono. Una madre che accompagna il figlio all’asilo. Persone che fanno programmi per il mese successivo come se avessero un diritto incondizionato ad averlo.
Noi non vogliamo essere eroi. Non vogliamo diventare più forti grazie alla guerra. Non vogliamo imparare a distinguere i missili dal rumore. Non vogliamo che i nostri figli vengano definiti “incredibilmente resilienti”.
Vogliamo vivere. Vogliamo annoiarci, litigare per sciocchezze, pensare a cosa preparare per cena, arrivare in ritardo, andare a farci le unghie, innamorarci, ordinare cose inutili e arrabbiarci perché una consegna è in ritardo.
Vogliamo lasciare una tazza sul tavolo sapendo che al mattino sarà ancora lì. Vogliamo fare programmi per la settimana successiva essendo certi che quella settimana arriverà. Vogliamo sentire un tuono di notte e preoccuparci soltanto di aver lasciato una finestra aperta.
Forse è questo la pace. Non una grande parola scritta in un accordo internazionale, ma una notte in cui tuo figlio dorme. Un caffè che sai con certezza di poter bere al mattino. Un rumore forte che è soltanto un rumore. La possibilità di fare programmi, comprare dei biglietti, aspettare uno spettacolo ed essere certa che, quando arriverà quel giorno, prenderai semplicemente tuo figlio per mano e andrete insieme a teatro.
Perché il momento più terribile di questa guerra, per me, non è legato ai missili. Non al cielo diventato rosso davanti ai miei occhi, non alle pareti di un rifugio che tremavano per le esplosioni e neppure a quella notte in cui ero convinta che non avrei visto il mattino.
Le parole più terribili resteranno per sempre quelle pronunciate da mio figlio.
Il 24 febbraio 2022 dovevamo andare insieme a teatro. Avevamo i biglietti. Li conservo ancora, forse perché sono una piccola prova di carta della vita che quel giorno avrebbe dovuto continuare.
Avremmo dovuto svegliarci, occuparci delle nostre cose, poi prepararci, vestirci e andare a teatro. Una normale giornata di una madre e di suo figlio. Una di quelle giornate che non ricordiamo perché siamo certi che ce ne saranno altre migliaia.
Ma verso le cinque del mattino mi ha svegliata la guerra. E invece di chiedermi a che ora saremmo andati a teatro, mio figlio mi ha detto: «Mamma, io non voglio morire».
Non so se esistano parole più terribili di queste quando a pronunciarle è tuo figlio.
Sono passati più di quattro anni. Mio figlio è cresciuto. Viviamo in un altro Paese. Io ho imparato a distinguere il rumore dei droni e dei missili, a correre verso un rifugio e a prepararmi un caffè dopo una notte durante la quale non ero sicura di vedere il mattino. Ma quei due biglietti del teatro li conservo ancora. Non come ricordo dello spettacolo al quale non siamo mai andati. Li conservo come una piccola prova di carta del fatto che, fino alle cinque del mattino del 24 febbraio 2022, mio figlio, come milioni di bambini ucraini, possedeva ancora una cosa semplicissima. La certezza che il domani sarebbe arrivato.
Per questo, quando parlo di pace, non penso alle dichiarazioni politiche, ai confini sulle mappe o ai grandi discorsi. Penso a una cosa molto più semplice. Vorrei che nessuna madre dovesse mai più sentire, alle cinque del mattino, il proprio figlio dire: «Mamma, io non voglio morire».

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