«Purtroppo – scrive Marino Bottà – le persone con disabilità iscritte al Collocamento Mirato attendono inutilmente da anni la riforma della Legge 68/99 e altrettanto vale per gli imprenditori che subiscono a propria volta una legge oramai anacronistica e l’inefficacia di un “sistema arlecchino”, ingessato e inefficace. Non ci si meravigli, quindi, se le imprese private saranno sempre più refrattarie ad assumere persone con disabilità, ma non scarichiamo le responsabilità solo su di loro, bensì anche sui Ministri del Lavoro che si sono susseguiti»
Non è mai una buona cosa parlare per categorie. In questo modo, infatti, si rischia di agire seguendo pregiudizi e stereotipi che non facilitano i rapporti e le collaborazioni. Questo vale anche per le aziende soggette agli obblighi della Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili).
Solitamente le imprese private vengono apostrofate come quelle che «preferiscono pagare le multe, anziché assumere lavoratori con disabilità»; «Le studiano tutte pur di non averli in azienda» ecc. Personalmente ritengo in effetti che le aziende assumano lavoratori con disabilità solo perché obbligati dalla legge, altrimenti si limiterebbero ad accogliere lavoratori “disabili/abili” o “super/abili”, o qualche familiare con invalidità. Premesso questo, va però sottolineato che oggi un numero crescente di aziende è più sensibile al tema dell’inclusione e disponibile ad attivare buone pratiche a favore di persone che presentano problematicità complesse di inserimento, pronte ad aprire sportelli di informazione e sensibilizzazione dei dipendenti.
Tuttavia, come dicevo, sono da sempre ideologicamente e pregiudizialmente considerate la controparte refrattaria alla disabilità. Non considerando, però, che sono sole nel gestire problematicità che sono al di là delle loro capacità, che si trovano a gestire procedure burocratiche farraginose per adempiere agli obblighi di legge, che gli uffici pubblici preposti spesso sono un ostacolo invece che un supporto. Servizi a cui spesso è impossibile rivolgersi per avere un aiuto prima e dopo che il lavoratore è stato assunto. Quando poi le aziende hanno unità produttive in Province di diverse Regioni, il tutto si complica ulteriormente, in quanto ogni Ufficio Provinciale è una sorta di “feudo a sé”, dove il responsabile locale fa la differenza, e dove gli usi e i costumi locali valgono più delle leggi nazionali!
Ritengo che molte aziende rinuncerebbero volentieri ad evadere gli obblighi assuntivi se trovassero un concreto supporto dal servizio per il collocamento provinciale. Infatti, le imprese chiedono troppo spesso inutilmente di essere aiutate: nella ricerca e selezione del personale, nella gestione delle procedure burocratiche, nella fase di inserimento del lavoratore e nella risoluzione di eventuali problemi. Questa carenza è causa di una diffusa evasione degli obblighi e di una scarsa occupazione delle persone con disabilità. In altri casi, tra l’altro, quando possono, spostano le assunzioni in Province (compensazione territoriale) dove trovano un servizio più disponibile. Del resto, la mancanza di supporter disponibili e competenti è la principale causa del fallimento del sistema di collocamento pubblico.
Le aziende sono quindi costrette a rivolgersi ai consulenti (spesso impreparati), ai rappresentanti sindacali (incapaci di gestire una mediazione costruttiva), alle associazioni imprenditoriali (non sufficientemente attente al tema), ai medici del lavoro (materia non di loro competenza). Tutti, però, impreparati a gestire un’utile ed efficace mediazione e ad offrire strategie e azioni risolutive e condivise.
Inoltre, da non sottovalutare, nessuno è disponibile a intervenire a supporto dell’azienda nel momento in cui il lavoratore è stato assunto. A dimostrazione di questo, l’ingente numero di lavoratori che perdono il posto di lavoro entro i primi 12 mesi (il 90 % in media all’anno perde il posto di lavoro. Dato, questo, rilevato dalle Relazioni al Parlamento sull’applicazione della Legge 68/99, presentate dal 2013 al 2023).
Purtroppo, le persone con disabilità iscritte al Collocamento Mirato attendono inutilmente da anni la riforma della Legge 68/99 e altrettanto vale per gli imprenditori. Anche loro subiscono una legge oramai anacronistica, e l’inefficacia di un “sistema arlecchino”, ingessato e inefficace. Del resto, le loro frustrazioni sono acuite ulteriormente dal fatto che il rapporto con la disabilità in azienda non è dovuto solo alla Legge 68/99, ma anche all’invecchiamento dei dipendenti e alle patologie che li colpiscono in costanza di rapporto di lavoro. Anche in questi casi, invece di essere facilitate nel riconoscimento del nuovo lavoratore/disabile, vengono ostacolate con assurde procedure di riconoscimento e computo nella “quota di riserva” (numero dei dipendenti con disabilità che deve avere un’azienda). Tutto questo mentre le aziende hanno una “visibilità” (programma produttivo) oramai ridotta a sei mesi da causa dei cambiamenti geopolitici, militari ed economici.
Queste sono le contraddizioni che le aziende vivono in rapporto al tema della disabilità; non ci si meravigli, quindi, se le imprese private saranno sempre più refrattarie ad assumere persone con disabilità. Ma non scarichiamo le responsabilità solo su di loro, bensì anche sui Ministri del Lavoro che si sono susseguiti.
Ora il Decreto Legislativo 62/24 ha previsto il Progetto di Vita, e il nuovo Piano di Azione triennale varato dall’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità sottolinea la necessità di riformare la legge e il sistema di collocamento. Si spera dunque che l’attuale Ministra del Lavoro, che ben conosce la materia, si accinga a mettere mano ad una riforma quanto prima.
*Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco, oggi presidente dell’ANDEL (Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro) ([email protected]).
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