«Le famiglie che assistono quotidianamente figli con disabilità non possono essere costrette ad aggiungere alle tante difficoltà anche il timore che i luoghi destinati alla cura e all’educazione non siano sufficientemente sicuri»: lo scrive Marco Macrì, a proposito di quanto accaduto nei giorni scorsi in Campania, dove un giovane con autismo di 24 anni è morto precipitando dal terrazzo di una struttura riabilitativa, e un anno fa in Liguria, dove un bimbo con autismo ha riportato gravissime lesioni, dopo una caduta dal terrazzo di una scuola
La morte del giovane autistico di 24 anni precipitato nei giorni scorsi da una struttura riabilitativa a Monterusciello di Pozzuoli (Napoli) [di tale vicenda si legga già sulle nostre pagine a questo link, N.d.R.] e il gravissimo incidente che ha coinvolto un bambino autistico di 7 anni, caduto dal terrazzo della Scuola De Amicis di Genova Voltri nel settembre 2025, riportano al centro una questione che riguarda famiglie, istituzioni, scuole e servizi sociosanitari: la sicurezza delle persone con disabilità affidate alle strutture di assistenza e agli istituti scolastici.
Due vicende diverse, che dovranno essere valutate sulla base degli accertamenti e delle eventuali responsabilità individuali. Non è compito di chi scrive anticipare le conclusioni delle indagini, è però doveroso chiedere che venga fatta piena luce su quanto accaduto. Infatti, quando una famiglia affida il proprio figlio a una scuola o a una struttura riabilitativa, non sta chiedendo un favore. Sta affidando una persona, spesso con bisogni assistenziali complessi, a un servizio che deve garantire condizioni adeguate di sicurezza e tutela. È pertanto legittimo domandarsi se le misure adottate siano state sufficienti e se tutte le procedure previste siano state rispettate, oltre a richiamare l’attenzione sulla distanza che può esistere tra il principio dell’inclusione e la sua concreta applicazione quotidiana.
Si parla molto di inclusione, autonomia e diritti, ma l’inclusione non può essere soltanto una parola da utilizzare nelle celebrazioni ufficiali, deve tradursi in personale adeguato, vigilanza effettiva, ambienti sicuri, formazione e protocolli applicati. Non basta inserire una persona in un contesto educativo o assistenziale: bisogna metterla nelle condizioni di essere tutelata.
La vicenda di Voltri ha colpito profondamente la comunità genovese, quella di Pozzuoli riporta oggi la stessa questione all’attenzione pubblica, con un esito tragico. In entrambi i casi, il rispetto delle persone coinvolte impone di evitare strumentalizzazioni, ma non di rinunciare alle domande.
Come Genova Inclusiva chiediamo che venga garantita la massima trasparenza sugli accertamenti, che siano verificate le condizioni di sorveglianza e sicurezza nei rispettivi contesti e che, qualora emergano carenze o responsabilità, vengano adottati i provvedimenti previsti dalla legge.
Le famiglie che assistono quotidianamente figli con disabilità conoscono bene la fatica di ottenere sostegno, continuità assistenziale e servizi adeguati. Non possono essere costrette ad aggiungere a queste difficoltà anche il timore che i luoghi destinati alla cura e all’educazione non siano sufficientemente sicuri.
La sicurezza delle persone con disabilità non è un dettaglio organizzativo, né una spesa accessoria. È una responsabilità concreta. Non chiediamo quindi condanne preventive, ma chiediamo verità, verifiche serie e risposte. Perché dietro ogni caso di cronaca ci sono persone, famiglie e vite che non possono essere ridotte a poche righe sui giornali. L’inclusione si misura soprattutto nella capacità di proteggere chi ha più bisogno di noi.
*Portavoce di Genova Inclusiva ([email protected]).
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