Già preziosa collaboratrice della redazione di Superando, Carmela Cioffi è stata tra i vincitori dell’ultima edizione del Premio Giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”, per un suo articolo dedicato all’impatto della crisi climatica sulle persone con disabilità. Di questo tema, ma anche di un giornalismo che sulla disabilità sappia finalmente passare da una cultura che “parla di, a nome di” a una cultura che “parla con”, ci soffermiamo in questa intervista con la stessa Carmela Cioffi

Già preziosa collaboratrice della redazione di Superando, Carmela Cioffi è stata tra i vincitori dell’ultima edizione del Premio Giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”, meritato riconoscimento per il suo articolo L’impatto della crisi climatica sulle persone con disabilità, pubblicato il 23 aprile di quest’anno dalla testata online «A Fuoco», newsletter su clima e disinformazione a cui è possibile iscriversi (a questo link) e della quale dovrebbe esserci prossimamente una seconda edizione.
Giunto quest’anno alla terza edizione, il Premio “Paolo Osoride Ferrero” è ideato e promosso dalla CPD di Torino (Consulta per le Persone in Difficoltà), grazie al sostegno e alla partnership strategica con la Fondazione CRT all’interno del progetto Agenda della Disabilità, oltre a godere del patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, della Federazione Nazionale Stampa Italiana, della Città di Torino e della Regione Piemonte. L’obiettivo è valorizzare i professionisti dell’informazione – giornalisti, autori e creatori di contenuti – che si siano distinti per la capacità di raccontare con originalità e competenza i temi della disabilità e dell’inclusione sociale, contribuendo ad ampliare la consapevolezza pubblica.
Quest’anno per la prima volta è stato assegnato il Premio Speciale per l’Attivismoalla scrittrice e attivista Marina Cuollo. Tre le altre tradizionali sezioni che, tra oltre 100 candidature pervenute da tutta Italia, hanno visto premiati per la categoria carta stampata Michele Calamaio e Lorenzo Di Stasi, per radio e tv Andrea Bettini, e per la sezione web e social, come detto, Carmela Cioffi.
Giornalista professionista, Carmela racconta storie di persone e territori che chiedono voce. Questo Premio, come ha dichiarato, «riconosce il valore di un giornalismo che unisce temi ambientali e sociali, la strada che seguo ogni giorno. Credo in un giornalismo che ascolta, dà luce a chi è invisibile». Nell’articolo premiato ci spiega come la crisi climatica colpisca in modo sproporzionato le persone con disabilità, più vulnerabili di fronte alle difficoltà nell’evacuare o accedere ai soccorsi durante eventi estremi, ma ancora escluse sistematicamente dai tavoli in cui si decidono le politiche climatiche. Eppure la vulnerabilità non è un destino naturale, lo si comprende leggendo la sua inchiesta, è piuttosto il risultato di barriere fisiche e prima ancora culturali che dobbiamo e possiamo abbattere.
Nell’intervista che di seguito pubblichiamo, oltre a spiegarci quali enormi danni comporta la mancata pianificazione inclusiva in caso di emergenza, ci racconta del suo lavoro di giornalista che con sensibilità, cura e impegno richiama l’attenzione dell’opinione pubblica sulle sfide quotidiane delle persone con disabilità, contribuendo a una comunicazione capace di superare semplificazioni e approcci pregiudiziali.
Cambiamenti climatici e disabilità, sembrano due temi lontani eppure come ogni condizione umana, anche la disabilità risente dei mutamenti che il pianeta vive. Cosa ti ha spinto a scrivere questo articolo?
«Nel mio lavoro ho sempre cercato di tenere insieme ambiente e sociale, perché sono due lati della stessa medaglia: la crisi climatica, ad esempio, non è solo un tema tecnico, ma un fatto che incide su comunità e diritti. Se non raccontiamo questo intreccio, rischiamo di produrre narrazioni fredde e soprattutto di lasciare invisibili proprio le persone più vulnerabili.
Una spinta è arrivata dalle storie accadute a Faenza: penso a Luca, un ragazzo con un disturbo dello spettro autistico che dopo le alluvioni del 2023 non voleva più lasciare la sua casa. Con la madre ha vissuto per mesi senza riscaldamento e acqua calda, pur di sentirsi al sicuro. Ed è da qui che nasce l’urgenza di raccontare, di dare voce a chi rischia di restare escluso anche dal racconto pubblico».
Quali sono, nel concreto, i fattori che rendono più vulnerabili le persone con disabilità di fronte alle conseguenze del cambiamento climatico?
«Come ha spiegato in varie occasioni Giampiero Griffo, componente del consiglio mondiale di DPI (Disabled Peoples’International), la vulnerabilità è una costruzione sociale: le persone con disabilità sono rese vulnerabili perché non hanno avuto accesso agli stessi diritti, opportunità e servizi. Quando si verificano eventi estremi che richiedono evacuazioni rapide, infrastrutture e informazioni accessibili, la mancanza di pianificazione inclusiva diventa un ostacolo enorme.
Gli studi scientifici lo confermano: secondo la rivista «Lancet», il tasso di mortalità globale delle persone con disabilità in caso di calamità naturali è fino a quattro volte superiore rispetto alla media, a causa di sistemi di allerta non accessibili, trasporti inadeguati e atteggiamenti discriminatori. Senza programmazione inclusiva, la crisi climatica diventa un moltiplicatore di disuguaglianze».
Qual è il grado di consapevolezza riguardo la necessità di una programmazione inclusiva in caso di calamità naturali ed emergenze?
«Ancora troppo basso. I princìpi ci sono e sono chiari: l’articolo 11 (Situazioni di rischio ed emergenze umanitarie) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità e il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction prevedono esplicitamente l’inclusione nelle emergenze. Ma nella pratica il coinvolgimento diretto delle persone con disabilità e delle loro organizzazioni continua a mancare.
Nei negoziati sul clima la situazione non cambia: alla COP29, a Baku, le organizzazioni internazionali delle persone con disabilità hanno protestato per farsi ascoltare e alla recente COP30 di quest’anno in Brasile, non si è comunque costituita una rappresentanza autonoma».
Esistono buone pratiche già in atto nel mondo? E a che punto è l’Italia?
«Sì, alcuni Paesi hanno avviato pratiche inclusive. In Giappone, dopo il terremoto e lo tsunami del 2011, sono stati introdotti piani di evacuazione accessibili e sistemi di allerta pensati anche per le persone con disabilità. Negli Stati Uniti, la FEMA (Federal Emergency Management Agency) ha sviluppato linee guida e programmi per garantire accessibilità nelle procedure di protezione civile. In Europa, il riferimento è al rapporto del Forum Europeo sulla Disabilità del dicembre 2024 (Mapping Disability Inclusive Climate Action in Europe), secondo il quale, su 13 Paesi analizzati, la maggior parte non ha ancora integrato la disabilità nelle politiche di adattamento e mitigazione. Le buone pratiche restano isolate, come alcune misure di trasporto accessibile in Slovenia e Svezia.
In Italia, il quadro è critico: penso al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici che presenta carenze significative e non integra la prospettiva della disabilità o anche ai piani di Protezione Civile che raramente prevedono misure dedicate. Alcune esperienze locali e campagne di sensibilizzazione, come Io non rischio, mostrano che si può fare, ma manca una visione sistemica».
Ci sono anche buone pratiche globali che impattano negativamente sulla quotidianità delle persone con disabilità. Penso ad esempio al bando delle plastiche monouso, se è vero che per chi utilizza ogni giorno le cannucce per bere non esistono ancora alternative altrettanto valide. Questo dimostra che la mancata partecipazione delle persone con disabilità alle decisioni e alla pianificazione che riguardano tutti e tutte porta ad ulteriori problemi. Come si coinvolgono le persone con disabilità?
«Ti sono grata per questa domanda perché mi permette di riprendere un aspetto che nel pezzo non era stato approfondito in modo così chiaro. Erika Moranduzzo, esperta di diritti umani nel contesto del cambiamento climatico e attualmente ricercatrice presso l’Università di Leeds nel Regno Unito, ricorda che il primo passo è la sensibilizzazione e l’educazione, anche delle stesse persone con disabilità: in un sistema abilista il rischio di interiorizzare l’abilismo è alto, e non sorprende se ci si percepisce come fuori posto o ridotti a oggetti di compassione.
Il secondo passo è la partecipazione. Servono processi di consultazione permanenti con le comunità di persone con disabilità, dalla progettazione di città resilienti fino alle politiche nazionali e internazionali. Partecipazione significa anche accessibilità: luoghi, documenti, strumenti. Dalle conferenze sul clima ai materiali di lavoro, tutto deve essere fruibile con tecnologie assistive e formati inclusivi.
C’è tanto lavoro da fare e il caso delle cannucce monouso, di cui mi sono occupata in questo pezzo, mostra bene cosa accade quando le persone con disabilità non vengono coinvolte: soluzioni pensate per il bene comune finiscono per creare nuovi ostacoli nella vita quotidiana».
A me capita spesso di emozionarmi quando intervisto persone che hanno vissuto o vivono momenti di difficoltà. La giornalista, insomma, lascia il posto alla donna. Cosa ti hanno lasciato umanamente gli incontri che hanno portato alla realizzazione di questa inchiesta?
«Mi hanno fatto sentire ancora più forte il senso di responsabilità. Ascoltare storie di persone che vivono difficoltà quotidiane, aggravate dalla crisi climatica, significa mostrare che la vulnerabilità non è un destino naturale, ma il risultato di barriere fisiche, culturali, istituzionali che possiamo e dobbiamo abbattere. Questi incontri hanno rafforzato in me la convinzione che raccontare non è soltanto un mestiere: è un modo per restituire dignità e visibilità a chi troppo spesso resta ai margini. Per me rigore ed empatia non si escludono: insieme definiscono il giornalismo che ascolta e dà luce a chi è invisibile».
Dal tuo “osservatorio” di giornalista, come pensi sia cambiata la cultura nei confronti della disabilità?
«Oggi si parla di disabilità con più frequenza e con un linguaggio meno stigmatizzante rispetto al passato. Allo stesso tempo, però, persiste una narrazione che riduce le persone con disabilità a simboli di eroismo o a oggetti di compassione. Insomma, la visibilità è cresciuta, ma non sempre accompagnata da un reale riconoscimento della piena cittadinanza.
La sfida da giornalista è chiara: passare da una cultura che “parla di, a nome di” a una cultura che “parla con”. Lo dimostrano anche casi recenti, come sottolinea sulla sua pagina Facebook l’attivista Valentina Tomirotti: dalla cronaca di Corleone (Palermo), dove la disabilità è stata raccontata come contesto che attenua la gravità di un omicidio (mi riferisco segnatamente al recente drammatico caso della donna che ha ucciso la figlia con disabilità per poi togliersi la vita), fino alla prima pagina della «Stampa» per la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, che ha proposto una narrazione semplificata e paternalista (qui vi è la lettera aperta inviata al direttore del quotidiano che è possibile sottoscrivere). Due esempi diversi, ma accomunati dalla stessa distorsione: la disabilità usata come giustificazione o metafora, invece che come condizione sociale e politica da affrontare con serietà».
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