«Ci sono persone che non fanno rumore – scrive Nicoletta Di Rosa -, ma che cambiano il mondo lo stesso. Quando si parla di disabilità, troppo spesso si alza il volume delle emozioni e si abbassa quello dei diritti. Stefania Delendati aveva scelto un’altra strada: quella della verità, della competenza e dell’ascolto. Non una disabilità da “raccontare”, ma persone da riconoscere»

Ci sono persone che non fanno rumore. Ma cambiano il mondo lo stesso.
Quando si parla di disabilità, troppo spesso si alza il volume delle emozioni e si abbassa quello dei diritti. Per anni, infatti, la narrazione pubblica ha oscillato tra pietismo e retorica dell’eroe, lasciando poco spazio alla realtà quotidiana delle persone. Stefania Delendati aveva scelto un’altra strada: quella della verità, della competenza e dell’ascolto. Non una disabilità da “raccontare”, ma persone da riconoscere.
Come direttrice responsabile di Superando, Stefania ha contribuito a costruire uno spazio informativo che negli anni è diventato un punto di riferimento per chiunque voglia capire davvero cosa significhi inclusione. Non solo notizie, ma contesto. Non solo storie, ma diritti. Non solo testimonianze, ma consapevolezza.
Attraverso il suo lavoro ha dato voce a battaglie spesso invisibili, a problematiche concrete, a soluzioni possibili. Ha fatto quello che il buon giornalismo dovrebbe sempre fare: illuminare ciò che resta ai margini.
La disabilità, del resto, non è un mondo a parte, ma è parte del mondo. Eppure, per molto tempo è stata raccontata come qualcosa di eccezionale — in senso negativo o positivo — invece che come una dimensione della vita che riguarda milioni di persone.
Il contributo di Stefania Delendati è stato anche culturale: spostare lo sguardo dalla “diversità” alla cittadinanza, al diritto allo studio e al lavoro, all’accessibilità, all’autonomia e alla partecipazione sociale. Tutti temi concreti e non slogan.
Le parole costruiscono immaginari. E gli immaginari costruiscono la società. Un linguaggio scorretto può alimentare pregiudizi, uno consapevole può aprire possibilità. Anche per questo il lavoro giornalistico di Stefania Delendati ha avuto un impatto che va oltre l’informazione: ha contribuito a cambiare il modo in cui pensiamo la disabilità, non oggetto di compassione, ma soggetto di diritti.
Ricordare dunque il suo impegno significa anche fare un esame di coscienza collettivo. Come raccontiamo oggi la disabilità? Quanto spazio diamo alle voci dirette? Quanta attenzione dedichiamo ai diritti rispetto alle emozioni?
In un’epoca in cui tutto deve essere veloce, semplificato e “condivisibile”, il suo esempio ci invita a rallentare e a guardare più a fondo. Perché l’inclusione non nasce da un post virale, ma da una cultura che si costruisce giorno dopo giorno. E perché le barriere non sono solo architettoniche, sono culturali, sociali, comunicative.
Parlare di disabilità in modo corretto significa quindi contribuire a smantellarle. Significa rendere visibili diritti che altrimenti resterebbero silenziosi.
Il lavoro di Stefania Delendati ci lascia una lezione semplice e potente: informare può essere un atto di giustizia! E ricordare figure come la sua non è solo un omaggio, ma è un invito a continuare a raccontare, a denunciare quando serve, a costruire una narrazione che non escluda nessuno. Perché una società inclusiva non nasce per caso: nasce quando qualcuno decide di non voltarsi dall’altra parte.
I diritti non fanno rumore se nessuno li racconta: facciamoli sentire!
*Promotrice del blog “Right for Inclusion” dove il presente contributo è già apparso e vi viene anche proposto in audiolettura con la voce della stessa Nicoletta Di Rosa. Viene qui ripreso, con diverso titolo e con minime modifiche di riadattamento al diverso contenitore, per gentile concessione. Quella a Di Rosa è stata l’ultima intervista curata da Stefania Delendati per Superando, prima della sua scomparsa, con il titolo “Il blog di Nicoletta, per andare oltre gli stereotipi e i pregiudizi sulla disabilità”.
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