Sport e tempo libero: parti essenziali del progetto di vita delle persone con disabilità

«Il tempo libero e lo sport sono parti essenziali del progetto di vita: luoghi in cui esprimersi, costruire relazioni, sviluppare autodeterminazione e senso di appartenenza»: lo si è detto tra l’altro alla recente “Settimana dell’Inclusione”, promossa dall’Università di Macerata, durante la quale la seconda giornata si è aperta proprio nel segno dello sport, sempre più riconosciuto come àmbito strategico per ripensare in chiave inclusiva i processi educativi e sociali
Foto di gruppo al Centroi TincTec dell'Università di Macerata
Un bella foto di gruppo scattata durante la recente “Settimana dell’Inclusione” al Centro di Ricerca TincTec dell’Università di Macerata

La seconda giornata della recente 9^ Settimana dell’Inclusione promossa dall’Università di Macerata e ampiamente presentata anche sulle nostre pagine, si è aperta nel segno dello sport, sempre più riconosciuto come àmbito strategico per ripensare in chiave inclusiva i processi educativi e sociali. Un orientamento, questo, che trova una traduzione concreta anche nell’attivazione da parte dell’Ateneo marchigiano del nuovo corso di laurea in Scienze Motorie e Sportive per l’inclusione, nel segno di una visione volta a superare il paradigma esclusivamente competitivo, per abbracciare una dimensione più ampia, educativa e partecipativa.
«Questo nuovo corso di laurea – ha sottolineato per l’occasione il rettore dell’Università di Macerata John McCourt – si inserisce in una crescente attenzione dell’Ateneo verso il mondo dello sport, già testimoniata da percorsi come la laurea in Scienze Giuridiche per lo Sport e il Corso Specialistico per Direttore Sportivo. A questo si affiancano la possibilità della Dual Career e l’imminente inaugurazione del nuovo centro sportivo».

«Progettare un corso di laurea in questo àmbito significa costruire un percorso capace di includere davvero tutti, non solo alcune categorie. Il valore aggiunto sta proprio qui: non fermarsi agli slogan, ma tradurre l’inclusione in pratica», ha spiegato il direttore del Dipartimento di Scienze della Formazione, dei Beni Culturali e del Turismo Simone Betti.
Su una linea analoga si è espressa la prorettrice e presidente della SIPeS (Società Italiana di Pedagogia Speciale) Catia Giaconi: «L’obiettivo – ha affermato – è valorizzare le diversità, con un’attenzione particolare alle persone con disabilità. Nel nuovo corso di laurea il focus è fortemente educativo: lo sport è uno spazio di realizzazione e inclusione, anche se i dati ci dicono che non sempre funziona così. Ancora oggi, infatti, la parola più associata allo sport è competizione e non inclusione».
«L’inclusione assume un significato sempre più ampio – ha aggiunto la docente Alessandra Fermani –, anche dal punto di vista economico e culturale. In questo contesto, l’interdisciplinarietà sarà fondamentale: oggi possiamo intervenire sempre di più sugli aspetti psicologici, pedagogici e didattici».

Quest’ultimo approccio trova riscontro anche nelle esperienze sul campo, come ha evidenziato Alberto Virgili, responsabile dell’Area Performance nel settore giovanile di Lube Academy: «Spesso – ha dichiarato -, anche nelle realtà che dichiarano di avere una forte attenzione sociale, alla fine vengono selezionati solo i più bravi. Noi stiamo cercando di superare questo modello. L’attenzione è rivolta al bambino nella sua globalità: chi vuole partecipare può farlo, senza selezioni, e viene accompagnato in un percorso che considera allenamento, riposo e nutrizione. È fondamentale che allenatori e formatori condividano questo approccio, imparando a lavorare anche con chi non è ancora pronto dal punto di vista motorio. In un progetto serio non si può prescindere dalla centralità della persona. Inoltre, lo sport dilettantistico sta diventando sempre più costoso, e questo rischia di creare nuove forme di esclusione».

Durante l’incontro, il tema dello sport si è intrecciato con quello del diritto al tempo libero. «Quest’ultimo – ha sottolineato la ricercatrice Ilaria D’Angelo – dev’essere un diritto di qualità, non riducibile a un’estensione della terapia. Tutti devono poter partecipare, su base di uguaglianza, alla vita culturale e sportiva, accedendo a contesti e materiali pensati in modo inclusivo. Lo sport, inoltre, ha anche una dimensione culturale e informativa: pensiamo, ad esempio, al ruolo delle Paralimpiadi nel cambiare lo sguardo sulle persone con disabilità, sempre più riconosciute come atleti. Il tempo libero e lo sport sono parti essenziali del progetto di vita: luoghi in cui esprimersi, costruire relazioni, sviluppare autodeterminazione e senso di appartenenza».

A partire dunque da questo primo nucleo tematico, la seconda giornata della Settimana dell’Inclusione ha sviluppato un percorso più ampio, attraversando diversi àmbiti educativi.
Ad esempio, in un convegno dedicato agli albi illustrati, l’inclusione è emersa come esperienza da vivere più che da spiegare: un linguaggio fatto di immagini, silenzi e parole essenziali, capace di parlare a tutti.
Con il focus sul sistema 0-6, si è quindi ribadita l’importanza di riconoscere il potenziale unico di ogni bambino/bambina e di costruire un’alleanza educativa forte con le famiglie, in un’ottica di corresponsabilità.
E ancora, le riflessioni si sono poi estese alle tecnologie e all’intelligenza artificiale, interrogandosi su come queste influenzino i processi cognitivi e sul ruolo del docente nel guidarne un uso consapevole, mantenendo al centro l’agency degli studenti.
Infine, lo sguardo si è aperto ai contesti di emergenza educativa, dove l’inclusione assume il valore di resistenza e speranza. Le esperienze raccontate, come quelle sviluppate in Palestina in collaborazione con l’Università Al-Quds e l’organizzazione EducAid, hanno mostrato come costruire spazi educativi significhi, anche nelle situazioni più difficili, continuare a generare futuro.

Per ulteriori informazioni: [email protected]. (Paola Dezi).
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