Perché parlare di sessualità con ragazzi e ragazze con disabilità? Perché è un tema che riguarda diritti, educazione, autodeterminazione e prevenzione della violenza. Parlarne è importante perché, nonostante tutto questo, resta un tema spesso ignorato o affrontato solo in termini di problema. Ed è quanto si farà a Cusano Milanino il 30 aprile e l’8 maggio, nel corso di due incontri promossi nell’àmbito del progetto “PriDe”
Perché parlare di sessualità con ragazzi e ragazze con disabilità? Perché è un tema che riguarda diritti, educazione, autodeterminazione e prevenzione della violenza. Parlarne è importante perché, nonostante tutto questo, resta un tema spesso ignorato o affrontato solo in termini di problema.
«Per tanti la sessualità è ancora un tabù, che si moltiplica in maniera esponenziale quando riguarda i ragazzi e le ragazze con disabilità», spiega Pamela Crepaldi, pedagogista, esperta di educazione sessuale, docente a contratto presso l’Università di Torino, che parteciperà a due incontri promossi nell’àmbito del progetto PriDe, in programma il 30 aprile e l’8 maggio a Cusano Milanino (Milano). «Il primo passo – aggiunge Crepaldi – è cambiare sguardo: smettere di considerare la sessualità delle persone con disabilità come un’eccezione e riconoscerla come parte del loro percorso di crescita».
Una dimensione dello sviluppo, non un problema
Il punto di partenza è una definizione. La sessualità è una dimensione dello sviluppo umano, al pari dell’apprendimento, della socializzazione; eppure, quando se ne parla in relazione alla disabilità, il primo riflesso è quello di pensarla come un problema. Come se la sessualità dei ragazzi e delle ragazze con disabilità fosse “altra”, eccezionale. È esattamente questa idea che va messa in discussione. «Le funzioni della sessualità accomunano tutte e tutti -sottolinea Crepaldi-. Non esiste una sessualità “speciale” per le persone con disabilità. Esiste, invece, un sistema che ancora non la riconosce come bisogno educativo».
La sessualità, aggiunge la pedagogista, è un diritto e tuttavia, viene raramente considerata all’interno della progettazione rivolta ai giovani e alle giovani con disabilità. Se ne parla quasi solo quando emerge “il problema”, e allora si chiama l’esperto. Ma questo approccio emergenziale, avverte Crepaldi, è insufficiente: famiglia, scuola e servizi dovrebbero essere parte di un percorso educativo in cui il tema della sessualità viene affrontato e discusso in modo ordinario, non eccezionale.
Le barriere: formali, informali e attitudinali
La mancanza di un’educazione formale (ad esempio a scuola) ai temi della sessualità rappresenta il primo ostacolo che si pone di fronte ai ragazzi e alle ragazze con disabilità che si interrogano sui cambiamenti del proprio corpo e sulle proprie emozioni.
C’è poi una barriera meno visibile, ma altrettanto rilevante: la mancanza di apprendimento informale. «Molti adolescenti – spiega la pedagogista – apprendono anche in modo casuale, parlando con i propri coetanei, attraverso i confronti spontanei. Ma chi vive in contesti molto strutturati, come i centri diurni o ambienti particolarmente protetti, ha molto meno accesso a queste reti informali».
Bisogna poi anche fare i conti con le barriere attitudinali: gli atteggiamenti di genitori e familiari, operatori ed educatori. Atteggiamenti che spesso negano o ignorano la sessualità delle persone con disabilità: «È il tabù dei tabù – dice Crepaldi-. E finché non lo nominiamo, non possiamo smontarlo».
Gli stereotipi da superare
Sono due, in particolare, gli stereotipi che occorre affrontare. Il primo è quello della persona con disabilità come soggetto da proteggere, incapace di scegliere o autodeterminarsi. Un atteggiamento che, pur partendo da una preoccupazione autentica, finisce per negare la soggettività della persona.
Il secondo riguarda la sessualità stessa: ridurla alla performance, al semplice “fare sesso”. Una visione che, applicata alla disabilità, porta immediatamente a concentrarsi sugli impedimenti. «Se invece la sessualità viene considerata come relazione, identità, desiderio, affettività, autodeterminazione, allora cambia tutto. E cambia anche lo sguardo su chi la vive», conclude Crepaldi.
Educazione sessuale e prevenzione della violenza: un legame indissolubile
Parlare di sessualità non significa solo parlare di sesso. Significa educare al consenso, alla consapevolezza, al diritto di dire no, a riconoscere i confini del proprio corpo. Significa lavorare sul rispetto, sulla reciprocità, sulla parità di genere. E quindi, inevitabilmente, significa anche prevenire la violenza. La prevenzione non è un tema separato dall’educazione sessuale: ne è uno dei contenuti fondamentali.
Cosa serve davvero
Perché la sessualità sia riconosciuta come diritto, occorre dunque riconoscerla prima come bisogno educativo. E questo implica una responsabilità collettiva: della scuola, dei servizi, delle famiglie. Significa anche considerare la sessualità come qualcosa che dipende non solo dal funzionamento della persona, ma dall’ambiente, dalle opportunità, dalle relazioni, dai sostegni disponibili.
Tre riconoscimenti, in particolare, sembrano fondamentali: il diritto all’adultità, soprattutto per le persone con disabilità intellettiva; il diritto alla conoscenza, attraverso strumenti accessibili e informazioni comprensibili; e il diritto all’autodeterminazione, cioè la possibilità concreta di compiere scelte nella propria vita affettiva e sessuale.
Tutti questi temi, come detto inizialmente, saranno al centro dei due incontri promossi nell’àmbito del progetto PriDe, iniziativa promossa dall’Istituto dei Sordi di Torino, in collaborazione con la Federazione LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della FISH-Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e con CBM Italia.
° 30 aprile, presso Associazione Sorriso, Cusano Milanino (Viale Buffoli, 12), ore 18-21:
Sessualità e disabilità: conoscenza, diritti e prevenzione della violenza: incontro rivolto alle famiglie per approfondire il tema della sessualità come dimensione centrale dei diritti e della prevenzione della violenza, con l’obiettivo di promuovere maggiore consapevolezza e strumenti di protezione.
° 8 maggio, presso Associazione Sorriso, Cusano Milanino (Viale Buffoli, 12), ore 10-13:
La consapevolezza di sé è la prima difesa: parlare di sessualità aiuta a proteggersi: appuntamento dedicato alle persone con disabilità, incentrato su corpo, relazioni e diritti, per rafforzare la capacità di riconoscere situazioni di rischio, prevenirle e sapere come chiedere aiuto. (Ufficio Stampa LEDHA)
Per partecipare agli incontri: [email protected]. Per ulteriori informazioni: [email protected].
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