Disabilità un mondo a parte? Attenzione a non rafforzare questo pregiudizio

di Katia Caravello*
«Aggiungere la parola “disabilità” all’articolo 3 della Costituzione – scrive Katia Caravello – rischia di marcare per l’ennesima volta la differenza tra le persone con disabilità e quelle senza disabilità»: un contributo di riflessione cui diamo spazio ben volentieri, con l’augurio di aprire un proficuo dibattito che tenga conto, naturalmente, anche di opinioni diverse sull’importante tema trattato

Disegno con il testo dell'articolo 3 della CostituzioneRiceviamo e ben volentieri pubblichiamo, per aprire un proficuo dibattito che tenga conto, naturalmente, anche di opinioni diverse sull’importante tema trattato.

Quando ho letto su queste stesse pagine l’articolo Per il pieno riconoscimento dei diritti e della dignità delle persone con disabilità nella nostra Costituzione, sono rimasta perplessa dal fatto che sia vissuta come un successo l’ennesima sottolineatura della differenza tra le persone con disabilità e tutti gli altri cittadini e le altre cittadine.
Sono pienamente d’accordo sulla necessità di aggiornare il lessico della nostra Carta Costituzionale, adeguandolo ai nostri tempi e alla terminologia introdotta dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Non ho quindi nulla da eccepire riguardo alla modifica dell’articolo 38 della Costituzione, sulla sostituzione del termine “minorati” con “persone con disabilità”: trovo infatti che la parola “minorato” sia obsoleta e  che svaluti l’essere umano, facendolo sembrare “meno” rispetto agli altri; al contrario, la locuzione “persona con disabilità” mette al centro la persona nella sua interezza, interezza che comprende, tra le altre caratteristiche distintive, anche la disabilità.

Ma l’articolo 3 della Costituzione, a mio parere, va benissimo così come l’hanno pensato le madri e i padri costituenti! Non ha bisogno di modifiche o di aggiunte… è già un capolavoro!
Per quale motivo, quindi, si ritiene necessario aggiungere la parola “disabilità” al primo comma che recita «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali»? Perché marcare per l’ennesima volta la differenza tra le persone con disabilità e quelle senza disabilità? Sì, perché è questo che secondo me accadrebbe modificando l’articolo in tal senso.
E ancora meno capisco perché siano proprio le persone con disabilità che dovrebbero gioire per questa sottolineatura.

La disabilità, essendo una condizione di vita e non una malattia (altro pregiudizio duro a morire), è già formalmente contemplata dalle parole «condizioni personali e sociali». L’aggiunta ad esse del termine “disabilità” non farebbe altro che rafforzare il pregiudizio che la disabilità sia un mondo a parte, abitato da persone diverse dalle altre… mentre noi dobbiamo fare di tutto perché, al contrario, passi il messaggio che la disabilità è parte del mondo e della vita di tutte le persone.
È lo stesso motivo per cui, da cittadina con disabilità, non vedo la necessità di un Ministero per le Disabilità. Ciò che mi aspetto è che la condizione delle persone con disabilità sia contemplata da tutti i Ministeri, da quello dell’Istruzione a quello del Lavoro, da quello della Salute a quello dei Trasporti, da quello delle Finanze a quello della Cultura.
Da cittadina mi aspetto inoltre che in qualsiasi provvedimento governativo sia prestata attenzione alle istanze delle persone con disabilità e delle loro famiglie… non mi basta che lo faccia solo il Ministero per le Disabilità.

Le parole sono importanti, importantissime, e proprio per questo bisogna utilizzarle con molta attenzione, riflettendo profondamente sul messaggio che si veicola con esse… e nel caso di questa modifica dell’articolo 3 della Costituzione, ritengo che il messaggio vada contro l’interesse delle stesse persone con disabilità.

*Psicologa-Psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Le lenti del pregiudizio.

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