Una Laurea Magistrale per costruire i contesti di vita di domani, progettandoli “a monte”

di Filippo Visentin
Non semplicemente un nuovo percorso accademico, ma una proposta formativa che guarda con decisione alle trasformazioni della società dei prossimi decenni: è la Laurea Magistrale in Progettazione di Contesti di Vita Accessibili e Inclusivi, promossa dall’Università di Bergamo, in collaborazione con l’Università del Salento. A raccontarcene le finalità e le prospettive è la docente dell’Ateneo orobico Serenella Besio
Realizzazione grafica di una città accessibile e inclusiva e sotto, rovesciata, una città che non lo è (Autore: Si-Gal - Ringraziamenti: Getty Images - Copyright: Si-Gal)
(Autore: Si-Gal – Ringraziamenti: Getty Images – Copyright: Si-Gal)

Come si progettano città, servizi, tecnologie e ambienti capaci di rispondere alla crescente complessità della società contemporanea? E soprattutto, chi saranno i professionisti chiamati a immaginare e costruire tali contesti? Sono domande che riguardano tutti noi. Riguardano i bambini e gli anziani, le persone con disabilità e quelle che attraversano momenti di fragilità temporanea, chi arriva da altri Paesi e chi si confronta con bisogni e condizioni differenti nel corso della propria vita.
È proprio a partire da queste domande che nasce la Laurea Magistrale in Progettazione di Contesti di Vita Accessibili e Inclusivi, promossa dall’Università di Bergamo, in collaborazione con l’Università del Salento [se ne legga già in alcune occasioni sulle nostre pagine l’ultima delle quali a questo link, N.d.R.].
A raccontarcene le finalità e prospettive è Serenella Besio, professoressa ordinaria di Pedagogia Speciale, delegata del Rettore per le Politiche su Disabilità e Diversità e direttrice del Corso di Specializzazione per le Attività di Sostegno nell’Università di Bergamo, con la quale ho avuto il piacere di interloquire la scorsa settimana.
L’impressione che emerge fin da subito è che non ci si trovi di fronte semplicemente a un nuovo percorso accademico, ma a una proposta formativa che guardi con decisione alle trasformazioni della società dei prossimi decenni. «Il corso – mi spiega la professoressa Besio – è organizzato secondo una modalità innovativa: il 75% delle attività si svolge online, mentre il restante 25% è dedicato a laboratori, seminari e attività in presenza. Una formula pensata per favorire la partecipazione di studenti provenienti da territori diversi e, allo stesso tempo, per garantire un contatto diretto con la realtà dell’ateneo».
Grazie infatti alla collaborazione tra l’Università di Bergamo e quella del Salento, gli incontri in presenza, i seminari e le prove d’esame possono svolgersi sia a Bergamo che a Lecce, offrendo quindi una maggiore flessibilità organizzativa e riducendo le difficoltà legate alla distanza geografica.

«Le attività laboratoriali – prosegue Besio – costituiscono uno degli elementi più caratterizzanti del percorso. Gli studenti avranno infatti la possibilità di confrontarsi con problematiche, esigenze e situazioni autentiche: dall’accessibilità dei servizi territoriali alle barriere architettoniche, dall’organizzazione degli ambienti di vita alle tecnologie per l’autonomia, fino alla progettazione di soluzioni capaci di migliorare concretamente la qualità della vita delle persone».
Anche la struttura didattica riflette questa impostazione interdisciplinare. Il corso è articolato in sette Educational Cluster (“aree tematiche”), ciascuno dei quali composto da quattro moduli, che mettono in dialogo competenze educative, sociali, tecnologiche e progettuali.

Ma forse l’aspetto più interessante riguarda la visione che sostiene l’intero progetto. «Per molti anni – sottolinea la docente dell’Ateneo orobico – la società ha affrontato i problemi dell’accessibilità intervenendo “a valle”, quando le difficoltà erano già emerse. Prima si progettava un edificio, un servizio o una tecnologia; successivamente si cercava di adattarli alle esigenze delle persone che ne restavano escluse. Oggi questa logica mostra sempre più chiaramente i propri limiti. L’invecchiamento della popolazione, l’evoluzione tecnologica, i cambiamenti sociali e la crescente attenzione ai diritti delle persone richiedono infatti un approccio differente. Non basta più correggere gli ostacoli esistenti: occorre imparare a prevenirli, progettando fin dall’inizio contesti capaci di accogliere la diversità delle esperienze umane». Ed è proprio in questa prospettiva che Serenella Besio colloca il valore del nuovo corso di laurea. La società avrà sempre più bisogno di professionisti capaci di studiare, ideare e realizzare soluzioni “a monte”, prima che le criticità si trasformino in esclusione, disuguaglianza o limitazione delle opportunità.

Le chiedo quindi quali siano le possibili prospettive sul piano occupazionale. «Sono prospettive ampie – mi risponde – che attraversano numerosi settori: Amministrazioni Pubbliche, Enti del Terzo Settore, scuole, servizi educativi, organizzazioni sociali e realtà impegnate nella progettazione di interventi e politiche rivolte alle persone e alle comunità. Proprio per questo sarà importante che ogni studente, durante il proprio percorso formativo, individui l’àmbito maggiormente coerente con le proprie inclinazioni e competenze».
In fondo, dunque, il significato più profondo di questa iniziativa va ben oltre la nascita di un nuovo corso universitario. Formare professionisti capaci di leggere il rapporto tra persone e contesti significa investire in una società che non si limiti a rispondere ai bisogni quando questi emergono, ma che provi a immaginarli in anticipo. Significa passare dalla cultura dell’adattamento a quella della progettazione. Significa in sostanza comprendere che la qualità della vita delle persone dipende anche dalla qualità degli ambienti, dei servizi e delle opportunità che la collettività è in grado di costruire. E forse è proprio questa la sfida più importante che il futuro ci pone davanti.

Share the Post: