«Il paternalismo – scrive Luca Grecchi -, minando la fiducia nell’autoefficacia della persona con disabilità, le lascia credere di essere un individuo fragile necessitante di ricevere protezione, dando in cambio docilità, con la conseguenza che il bene offerto produce non autonomia, ma dipendenza; è una forma di prevaricazione, perché tende a far permanere l’altra persona in un’indesiderabile condizione di minorità. Ed è anche una modalità subdola, poiché spesso non viene percepita come tale, almeno in maniera consapevole, da chi la subisce»

Per paternalismo si intende generalmente un comportamento protettivo ritenuto benevolo, simile a quello posto in essere da un padre, praticato da una persona nei confronti di un’altra, in rapporto alla quale si sente, per qualche motivo, superiore. Tale modalità non risulta tuttavia davvero benevola, in quanto richiede implicitamente in cambio una condotta accondiscendente.
L’insegnante e pedagogista Mario Lodi, in un libro del 1963, scriveva in merito che, nonostante l’apparente bonomia, il paternalismo costituisce «una forma insidiosa di autoritarismo, che concede solo una finta libertà». Nei confronti delle persone con disabilità, soprattutto intellettiva, si tratta purtroppo di un atteggiamento molto diffuso, posto in essere sia in famiglia, sia nei centri residenziali, sia nei luoghi di lavoro. In questi ultimi, in particolare, troppo spesso manca quella finezza necessaria per rapportarsi in modo corretto a tali persone, carenza che potrebbe essere in parte colmata con un’adeguata formazione, della quale beneficerebbe l’intera società.
Per quale motivo, in ogni caso, il paternalismo, sebbene appaia benevolo, risulta in realtà dannoso per la persona con disabilità? Così è in quanto esso rafforza una condizione che è solitamente già di dipendenza, nella quale la persona con disabilità è spesso stata tenuta fin dall’infanzia. Poiché, però, un adulto, per quanto semplice, è un adulto, non un bambino, né un figlio, occorre che sia trattato come un adulto. Rapportarvisi in modo infantilizzante è infatti non solo inadatto alla sua condizione, dunque innaturale, ma anche irrispettoso.
Il paternalismo, pertanto, produce effetti negativi, che la persona con disabilità subisce, in termini di una più difficoltosa acquisizione della propria maturità.
L’atteggiamento paternalistico sarebbe per altro ampiamente evitabile, se il soggetto che lo realizza prendesse atto che esso non costituisce una necessità per nessun essere umano, essendo bensì il mero esito di una carenza nella propria struttura della personalità. Infatti, chi pratica tale comportamento spesso compensa, in modo più o meno consapevole, un proprio senso di inadeguatezza, esercitando su un soggetto debole una specie di “dominio protettivo”, realizzato, almeno a parole, “per il suo bene”, pertanto assai difficile da rifiutare. Esso viene tuttavia effettuato, da parte di chi lo pone in essere, al fine di creare una sorta di pseudo immagine benevola di sé, la quale nasconde, invece, un mal celato desiderio di controllo, sia sul soggetto considerato che sull’ambiente circostante.
Il paternalismo, in sostanza, minando la fiducia nell’autoefficacia della persona con disabilità, le lascia credere di essere un individuo fragile necessitante di ricevere protezione, dando in cambio docilità, con la conseguenza che il bene offerto produce non autonomia, ma dipendenza.
Si tratta di un male che si potrebbe ritenere piccolo, se paragonato ad esempio ad altre forme di violenza, o abbandono, che purtroppo emergono sovente nelle cronache. Ciò nonostante, questa modalità di assoggettamento è comunque una forma di prevaricazione, in quanto tende a far permanere l’altra persona in un’indesiderabile condizione di minorità. Ed è anche una modalità particolarmente subdola, dato appunto che spesso non viene percepita come tale, almeno in maniera consapevole, dal soggetto che la subisce.
Il paternalismo nei confronti delle persone con disabilità si verifica, come detto, in vari contesti. In modo velato può presentarsi anche in quei luoghi lavorativi che pure appaiono maggiormente inclusivi, ovvero quelli che impiegano principalmente persone con disabilità.
Ho già argomentato in passato, in un precedente articolo ripreso su queste stesse pagine [“Il modello migliore per l’inclusione delle persone con disabilità nel lavoro”, N.d.R.], alcuni problemi insiti nelle relazioni sociali che si strutturano in questi contesti occupazionali “speciali”, per cui non mi ripeterò. Ciò nonostante, rimanendo al paternalismo, vorrei rimarcare che per riconoscere tale atteggiamento nei rapporti lavorativi vige a mio avviso una semplice regola generale. Si verifica, cioè, paternalismo in ogni situazione pseudoprotettiva in cui si differenziano in modo non necessario, infantilizzandole, alcune persone, ossia in ogni comportamento apparentemente amicale che tuttavia, nei contesti lavorativi ordinari, o comunque con altre persone, non si realizzerebbe. Questo non esclude, ovviamente, che anche con i soggetti con disabilità si possa ridere o scherzare, ma non, appunto, con modalità inferiorizzanti.
Se ci troviamo, ad esempio, in un ristorante in cui lavorano soprattutto persone con disabilità, e il titolare sottolinea continuamente con i clienti, davanti a loro, che solo grazie alla sua iniziativa non si trovano “rinchiuse in un centro per disabili”, dato che tale narrazione non è necessaria per l’attività ristorativa, in questo caso è verosimilmente all’opera un atteggiamento paternalistico.
Se, per fare un altro esempio, all’atto dell’assunzione di ogni persona con disabilità viene girato un video, postato sui social, nel quale questo fatto viene presentato come “una miracolosa vincita alla lotteria”, di fronte alla quale il fortunato estratto non può che esultare giubilante, abbracciando chi lo assume, poiché, pure stavolta, ciò non è necessario e non accade nei contesti lavorativi ordinari, anche qui mi pare all’opera un atteggiamento paternalistico. E lungamente potrei continuare, portando casi particolari che, differenziando laddove non utile, non fanno altro che inculcare nelle persone con disabilità il convincimento di dovere sempre ringraziare qualche “secondo padre” che le fa lavorare, in quanto da sole non ne sarebbero mai state capaci.
Occorre allora, in merito, ricordare che una persona con disabilità che lavora è, in primo luogo, un lavoratore che presta la propria opera. Gratitudine sociale, certo, in particolare a chi assume persone con deficit intellettivi, ma non va dimenticato che, a fronte di un’assunzione, un imprenditore si garantisce una prestazione professionale, la quale, soprattutto nel caso di attività in cui operino prevalentemente persone con disabilità, può anche contribuire alla creazione di “brand” ad elevato ritorno di immagine.
Come semplice studioso di filosofia, vorrei quindi dare un suggerimento a chi ha a cuore la dignità delle persone con disabilità. Sento spesso ripetere l’affermazione secondo cui dovrebbe parlare, su queste tematiche, soltanto “chi fa”, ma io credo che, rispettosamente, possano parlare tutti. Il suggerimento è in ogni caso quello, per il bene delle persone con disabilità, di trattarle sempre, quanto più possibile, come tutte le altre. Ciò renderebbe per altro più agevole instaurare con loro un reale rapporto di amicizia. L’amicizia vera, infatti – che è un bene, come ricordava Aristotele – può essere solamente un legame simmetrico, il quale si realizza tra coloro che si ritengono simili, non superiori né inferiori.
*Docente di Storia della Filosofia all’Università di Milano-Bicocca, autore di “Filosofia, inclusione, comunità” (Scholé, marchio di Morcelliana, 2026, collana “Orso blu”), di cui abbiamo scritto a questo e a questo link. Il presente contributo di riflessione è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso, con differente titolo e alcune minime modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.
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