Di fronte a tragedie come quella del quartiere Pietralata a Roma, dove Luca, Valentina, la loro figlia Bianca e il loro cagnolino sono stati trovati senza vita, «dovremmo rifiutare le spiegazioni facili e rassicuranti – scrive Filippo Visentin – e provare invece a formulare domande più scomode: quando una presa in carico diventa davvero una presa in cura? Come riconoscere una situazione di sofferenza prima che precipiti? E anche quale idea della disabilità continuiamo a trasmettere quando raccontiamo alcune vite soprattutto attraverso il peso che comporterebbero per gli altri?»

Ci sono tragedie davanti alle quali la prima responsabilità, soprattutto per chi fa giornalismo, dovrebbe essere quella di non avere fretta di trovare una spiegazione. La morte di Luca, Valentina e della loro figlia Bianca di cinque anni, nonché del loro cagnolino, trovati l’altro ieri senza vita nella loro abitazione del quartiere romano di Pietralata, è certamente una di queste.
Saranno le indagini a ricostruire ciò che è accaduto e sarebbe irresponsabile anticiparne le conclusioni. Eppure, mentre ancora molto rimane da chiarire, intorno a questa vicenda l’istinto immediato della cronaca è quello di sezionare il dolore, catalogare i dettagli ed emettere giudizi sommari che rassicurino chi guarda dall’esterno. Vale per i giornali, ma ancora di più per i social.
Da una parte vi è chi indica senza esitazioni un colpevole: lo Stato, con i suoi servizi insufficienti, la solitudine dei caregiver, la scarsità dei sostegni, una famiglia lasciata ad affrontare un carico assistenziale troppo grande. Dall’altra, proprio a partire da quella solitudine, sembra affiorare quella che potrebbe apparire come una forma più o meno esplicita di comprensione nei confronti dei genitori: avevano una bambina con una grave disabilità, erano stanchi, erano soli, non vedevano un futuro. Insomma, non ce la facevano più.
Sono due letture apparentemente opposte, ma che rischiano di produrre lo stesso risultato: semplificare una vicenda della quale, invece, dovremmo avere il coraggio di cogliere tutta la complessità.
Per quanto sappiamo, la famiglia di Pietralata non era sconosciuta ai servizi sociali e riceveva alcuni sostegni. Questo non significa naturalmente che quei sostegni fossero sufficienti, né che una famiglia formalmente “presa in carico” non possa vivere una condizione di profonda solitudine. Essere seguiti da un servizio ed essere realmente accompagnati nella propria vita sono due cose molto diverse.
Ed è una domanda che questa tragedia ci obbliga a porre: che cosa significa davvero da parte dello Stato sostenere una famiglia nella quale vive una persona con una disabilità gravissima? Significa certamente garantire assistenza, risorse economiche, servizi adeguati, sostegno psicologico, possibilità di sollievo. Significa consentire a chi si prende cura di qualcuno di continuare ad avere un lavoro, relazioni, tempo per sé, una propria vita. Ma significa soprattutto non immaginare l’amore familiare come la risorsa inesauribile alla quale delegare tutto ciò che la collettività non riesce a fornire.
Ma neppure questo basta a spiegare tutto. Ed è qui, a mio parere, che la riflessione diventa più difficile.
Denunciare l’insufficienza del welfare è necessario. Trasformarla automaticamente nella causa di un omicidio, qualora questa dinamica venisse confermata, è un’altra cosa. La solitudine può spiegare un contesto, la sofferenza psichica può avere un peso enorme, l’esaurimento di chi presta assistenza deve essere riconosciuto e affrontato. Comprendere tutto questo, però, non significa provare a giustificare quando di mezzo c’è la disabilità.
Perché esiste un rischio culturale sul quale dovremmo interrogarci con molta onestà. Quando una persona con disabilità viene uccisa da chi se ne dovrebbe prendere cura, accade non di rado che, seppure in maniera del tutto involontaria, la narrazione tenda a spostare il focus dalla vittima alla sofferenza di chi ha compiuto il gesto. Si parla della fatica, dell’isolamento, della paura del futuro. Tutte cose che meritano di essere considerate e comprese. Quasi impercettibilmente, la persona uccisa tende a finire sullo sfondo, con la disabilità che rischia di diventare la facile spiegazione.
Bianca non era il problema! Questa frase, così semplice, dovrebbe forse essere il punto dal quale partire. La sua vita non valeva meno perché aveva bisogno degli altri. La dipendenza non diminuisce la dignità di una persona e il bisogno di assistenza non trasforma un essere umano in un peso.
Per questo sarebbe altrettanto sbagliato passare dalla denuncia della solitudine delle famiglie a una sorta di assoluzione preventiva di chiunque, travolto da quella solitudine, arrivi a sopprimere la vita della persona affidata alle sue cure. Sarebbe un modo paradossale di riconoscere maggiore comprensione a un omicidio proprio perché la vittima aveva una disabilità.
Questo dovrebbe inquietarci.
D’altra parte, limitarsi alla condanna morale sarebbe altrettanto insufficiente. Se vogliamo davvero difendere la vita e la dignità delle persone con disabilità, dobbiamo preoccuparci anche delle condizioni nelle quali quella vita si svolge e delle persone insieme alle quali si svolge. Non si protegge una persona con disabilità lasciando sola la sua famiglia. E non si sostiene una famiglia trasformando la persona con disabilità nella causa della sua sofferenza. Le due cose devono poter stare insieme.
Forse Pietralata ci pone proprio davanti a questa difficile responsabilità: rifiutare le spiegazioni facili e che ci rassicurano perché individuano immediatamente un colpevole e provare invece a formulare domande più scomode.
Quando una presa in carico diventa davvero una presa in cura? Come possiamo riconoscere una situazione di sofferenza prima che precipiti? Quanto spazio lasciamo alla salute psicologica di chi assiste quotidianamente una persona con bisogni complessi? Quanto sono accessibili i servizi di sollievo? E, contemporaneamente, quale idea della disabilità continuiamo a trasmettere quando raccontiamo alcune vite soprattutto attraverso il peso che comporterebbero per gli altri?
Non abbiamo bisogno di scegliere tra la dignità della persona con disabilità e la sofferenza di chi se ne prende cura. Abbiamo bisogno di una società capace di vedere entrambe.
Non sappiamo ancora fino in fondo che cosa sia accaduto in quella casa di Pietralata. Proprio per questo è bene non utilizzare quella tragedia per dimostrare tesi già pronte.
Possiamo però lasciare che ci interroghi. Forse, almeno per ora, è la forma di rispetto più seria che possiamo avere per tre vite che non ci sono più.
*Direttore responsabile di Superando.
Sul medesimo tema affrontato dal presente editoriale, segnaliamo anche, sempre sulle nostre pagine, i testi: Questa tragedia deve diventare una responsabilità politica e istituzionale (a questo link); L’emergenza sociale dei caregiver di CFU (Caregiver Familiari Uniti) (a questo link); La disabilità di una bambina non può essere raccontata come la causa di una tragedia di Collegio dell’Autorità Garante Nazionale per i Diritti delle Persone con Disabilità (a questo link).
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