Sui Progetti di Vita e sulle risorse necessarie ad attuarli concretamente

Alle riflessioni di Fortunato Nicoletti, vicepresidente dell’Associazione Nessuno è Escluso, replica il presidente della Federazione FISH Vincenzo Falabella, direttamente chiamato in causa. Il tema principale riguarda la richiesta espressa dalla stessa FISH al Governo e al Parlamento di un Fondo Unico Nazionale per i Progetti di Vita individuali, personalizzati e partecipati, con una dotazione iniziale di 1 miliardo e mezzo di euro, seguita da un’ulteriore richiesta di supporto anche alle forze politiche di opposizione

Realizzazione grafica sul Progetto di VitaUn miliardo e mezzo per rendere effettivi i Progetti di Vita. È la cifra che Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), indica oggi come dotazione iniziale necessaria per evitare che una delle riforme più ambiziose degli ultimi anni si riduca a un esercizio amministrativo.
La richiesta di nuove risorse è legittima, il problema è un altro. Dopo anni di partecipazione ai tavoli, di accompagnamento della riforma e di giudizi pubblicamente positivi sul Decreto, oggi non basta indicare una cifra, bisogna spiegare come ci si è arrivati e perché questa quantificazione non sia stata posta con la stessa forza prima dell’approvazione del Decreto Legislativo 62/24.
La cronologia conta. Nel gennaio 2023 la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli spiegava in Parlamento che gli schemi dei Decreti erano stati condivisi con le maggiori federazioni rappresentative, FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali 0delle Persone con Disabilità) e FISH; nel 2024, quando il decreto sul Progetto di Vita era ancora in costruzione, il mondo associativo era già parte del confronto. Il 15 maggio 2024, il giorno dopo la pubblicazione del Decreto 62/24 in Gazzetta Ufficiale, FISH parlò di una straordinaria opportunità per le persone con disabilità e le loro famiglie. Nello stesso comunicato Falabella invitava il Governo a investire maggiori risorse. Dunque il problema finanziario non è stato scoperto nel settembre 2026.
Ed è proprio questo il punto più difficile da eludere. Se già allora era chiaro che le risorse non sarebbero state sufficienti, perché non è stata accompagnata l’approvazione del Decreto da una stima pubblica e verificabile del fabbisogno? Perché non è stato detto con precisione quale sarebbe stato il costo dell’estensione nazionale, quante persone si prevedeva di raggiungere e quale quota avrebbe dovuto essere aggiuntiva rispetto ai fondi già esistenti? Non serviva conoscere il costo di ogni singolo futuro Progetto di Vita, serviva almeno un modello economico serio, con scenari, platee e ordini di grandezza.
Il Decreto, del resto, non nasce finanziariamente nel vuoto. Il Governo indica 275 milioni di euro annui a regime per l’attuazione complessiva della delega e 25 milioni annui per il Fondo destinato all’implementazione dei Progetti di Vita. Il manuale istituzionale sul Progetto di Vita chiarisce che quel fondo riguarda gli interventi, le prestazioni e i sostegni che non rientrano nelle unità di offerta del territorio. Oggi FISH chiede 1,5 miliardi di euro di risorse strutturali e aggiuntive. La distanza fra 25 milioni e 1,5 miliardi è enorme. Non dimostra che una delle due cifre sia automaticamente giusta o sbagliata. Dimostra però che è necessario ricostruire pubblicamente come si sia passati dall’impianto finanziario originario alla stima attuale.
C’è poi un secondo elemento che merita attenzione: nel novembre 2025 FISH propose, nell’àmbito degli emendamenti alla Legge di Bilancio per il 2026, un Fondo per i Progetti di Vita da un miliardo di euro nel 2027 e da tre miliardi di euro annui a partire dal 2028. Oggi la richiesta pubblica è di una dotazione iniziale di almeno 1,5 miliardi, con crescita progressiva. Le due proposte possono essere compatibili, ma soltanto se viene spiegato il modello che le collega. Un anno fa si ipotizzavano tre miliardi a regime, oggi il dibattito ruota intorno a un miliardo e mezzo. È cambiata la platea prevista, sono cambiati i costi, sono emersi nuovi dati dalla sperimentazione oppure stiamo semplicemente osservando proposte diverse formulate in momenti diversi?
In una recente intervista a «Vita», Falabella indica almeno 60.000 Progetti di Vita nella prima fase, con un valore medio di 18.000 euro ciascuno. Da qui deriverebbe un fabbisogno di circa 1,08 miliardi per i budget individuali, cui aggiungere le risorse necessarie per organizzazione, personale, valutazione multidimensionale e altri sostegni. È una spiegazione, ma non è ancora una metodologia. Restano da conoscere i criteri che producono il numero di 60.000 progetti, la distribuzione prevista per età e intensità dei sostegni, il ritmo di crescita negli anni successivi e soprattutto il significato economico preciso di quei 18.000 euro medi.
Il Decreto 62/24 definisce infatti il budget di progetto come l’insieme integrato delle risorse umane, professionali, tecnologiche, strumentali ed economiche necessarie alla persona. Vi concorrono anche interventi già finanziati a legislazione vigente. Questo significa che il costo complessivo di un Progetto di Vita e la nuova spesa aggiuntiva necessaria a renderlo effettivo non sono la stessa cosa. Confondere questi due piani produce inevitabilmente numeri poco leggibili.
Basta guardare a un alunno con disabilità. Il progetto può coordinarsi con il PEI (Piano Educativo Individualizzato) e con i sostegni scolastici, sanitari e sociali. Una parte importante di queste risorse è già finanziata da amministrazioni diverse. L’insegnante di sostegno, per esempio, non dovrebbe essere pagato dal nuovo Fondo FISH perché è già dentro la programmazione del sistema scolastico. Ma quella risorsa ha comunque un costo pubblico rilevante. Lo stesso vale per assistenza all’autonomia e alla comunicazione, trasporto, ausili, riabilitazione, assistenza domiciliare e altri sostegni. Per moltissime persone il valore complessivo delle risorse mobilitate può superare ampiamente i 18.000 euro l’anno, per (probabilmente) pochi altri sarà inferiore. È esattamente per questo che parlare di una media senza mostrare la composizione della media lascia aperto il problema centrale.
Se i 18.000 euro rappresentano esclusivamente la nuova spesa media aggiuntiva, allora va dichiarato con chiarezza e va mostrato il calcolo. Se invece rappresentano il valore medio complessivo del Progetto di Vita, la cifra richiede una spiegazione ancora più approfondita. In entrambi i casi servono dati, non slogan. Servono almeno una stima della platea, la distinzione tra risorse già esistenti e risorse nuove, una proiezione pluriennale e una lettura dei costi emersi nei territori della sperimentazione.
La stessa esigenza di trasparenza che riguarda il ruolo delle organizzazioni rappresentative. La presenza di FISH nei tavoli istituzionali non è un problema, anzi è necessario che le persone con disabilità abbiano rappresentanza nei luoghi in cui si decidono norme e politiche che le riguardano, ma una partecipazione così continuativa comporta anche una responsabilità pubblica. Chi accompagna una riforma deve poter spiegare quali richieste abbia avanzato, quali siano state accolte, quali respinte e quali criticità fossero già note prima dell’approvazione.
Il 15 settembre scorso Daniele Romano ha pubblicato su queste stesse pagine un intervento di autocritica molto netto sul mondo associativo, richiamando il rischio del collateralismo, della perdita di autonomia e della trasformazione della rappresentanza in una presenza stabile dentro i meccanismi istituzionali. Non serve trasformare quella critica in un’accusa di collusione, parola più grave e che richiederebbe ben altri elementi. Il tema serio è un altro: quanto sono trasparenti i rapporti fra organizzazioni rappresentative e istituzioni, come vengono costruite le posizioni portate ai tavoli e come vengono rendicontati gli esiti a chi quelle organizzazioni dichiarano di rappresentare.
Anche il calendario politico merita di essere osservato senza insinuazioni ma con estrema attenzione: Il 7 settembre FISH ha chiesto e ottenuto di incontrare Giuseppe Conte e una rappresentanza parlamentare del Movimento 5 Stelle. Il 14 settembre ha chiesto al Governo il Fondo da 1,5 miliardi. Il 16 settembre ha scritto ai leader delle opposizioni chiedendo iniziative parlamentari sul finanziamento della riforma. Tutto questo avviene mentre la legislatura iniziata nel 2022 si avvicina alla sua scadenza ordinaria del 2027 e mentre si prepara la Legge di Bilancio per il prossimo anno. Non esiste, sulla base di questi fatti, alcun elemento per affermare che la richiesta abbia una finalità elettorale, ma il momento scelto rende legittima una domanda pubblica sul rapporto fra pressione associativa, costruzione delle piattaforme politiche e prossima stagione elettorale.
La risposta migliore a questa domanda non sarebbe una dichiarazione di principio, sarebbe la pubblicazione dei documenti. FISH potrebbe rendere disponibile il modello economico che produce la cifra di 1,5 miliardi, spiegare il passaggio dalla proposta da tre miliardi annui a regime del 2025 alla richiesta attuale, indicare come sono stati stimati i 60.000 progetti iniziali e ricostruire le richieste finanziarie formulate durante l’iter del Decreto 62/24. Potrebbe inoltre rendicontare in modo sistematico gli incontri con Governo, maggioranza e opposizioni, indicando le proposte avanzate e gli eventuali impegni ricevuti.
Questo non indebolirebbe la rappresentanza, la rafforzerebbe e la renderebbe quello che oggi non è: trasparente. Perché il problema non è decidere se fidarsi di Falabella, della FISH, della FAND, di ANFFAS, del Governo o delle opposizioni. Il problema è smettere di doverci fidare sulla parola quando si parla di diritti che dipendono da miliardi di euro, organizzazione dei servizi e responsabilità pubbliche.
Il Progetto di Vita può essere davvero uno degli strumenti più importanti introdotti nel nostro ordinamento per superare la frammentazione dei sostegni. Proprio per questo non può essere ridotto né a un titolo di legge né a una cifra lanciata nel dibattito pubblico. A gennaio 2027 dovrà funzionare su tutto il territorio nazionale. A quel punto non serviranno più formule come cambio di paradigma o svolta epocale. Serviranno operatori, servizi, responsabilità definite e risorse disponibili.
Dopo anni di tavoli, osservatòri, sperimentazioni e partecipazione istituzionale è ragionevole chiedere qualcosa di molto semplice: conti leggibili, platee credibili, costi distinti fra spesa esistente e nuova spesa, proiezioni pluriennali e una chiara assunzione di responsabilità da parte di tutti, Governo compreso, Federazioni rappresentative comprese.
Perché un diritto non diventa esigibile quando viene annunciato, diventa esigibile quando una persona può chiederlo e ottenerlo, senza dipendere dal territorio in cui vive, dalla capacità economica della propria famiglia o dalla forza dell’associazione che riesce a rappresentarla. Se davvero il Progetto di Vita deve essere il cuore della riforma, il momento delle celebrazioni è finito. Ora servono i conti e anche i fatti.
Fortunato Nicoletti – Vicepresidente dell’Associazione Nessuno è Escluso.

Fonti essenziali per la verifica dei riferimenti, indicati da Fortunato Nicoletti: 1. VITA, 21 settembre 2026 – Intervista a Vincenzo Falabella sul Fondo da 1,5 miliardi; 2. FISH, 14 settembre 2026 – Richiesta al Governo di un Fondo unico da 1,5 miliardi; 3. FISH, 15 maggio 2024 – Comunicato sul Decreto Legislativo 62/2024; 4. Camera dei Deputati, 24 gennaio 2023 – Audizione della ministra Alessandra Locatelli; 5. Dipartimento per le politiche in favore delle persone con disabilità – Delega e finanziamenti della riforma; 6. FISH, emendamenti alla legge di bilancio 2026 – Fondo da 1 miliardo nel 2027 e 3 miliardi annui dal 2028; 7. Superando, 15 settembre 2026 – Daniele Romano, Per un’autentica attività di tutela e promozione dei diritti; 8. FISH, 7 settembre 2026 – Incontro con Giuseppe Conte e parlamentari del Movimento 5 Stelle; 9. FISH, 16 settembre 2026 – Lettera ai leader delle opposizioni sul finanziamento del Progetto di Vita.

Diamo spazio qui di seguito alla replica di Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie)

Non seguo abitualmente gli interventi del signor Nicoletti sulla FISH o su di me, in quanto le mie giornate sono dedicate alle persone con disabilità, alle loro famiglie e alle questioni che portiamo davanti alle Istituzioni. Incontro persone che cercano l’assistenza necessaria per uscire di casa, famiglie che attendono un servizio per i propri figli, giovani che vogliono studiare, lavorare e scegliere dove vivere. È a loro che sento di dovere il mio tempo.
Mi viene comunque segnalato l’intervento precedentemente pubblicato e mi sento di rispondere alle domande in esso contenute non tanto per replicare, quanto per offrire ai Lettori e alle Lettrici gli elementi necessari a comprendere la posizione della FISH e il senso della proposta sul finanziamento dei Progetti di Vita avanzata dalla Federazione. Su un tema così importante, infatti, è giusto discutere, ma è altrettanto importante che il confronto parta dai fatti, dalle cifre e dalle responsabilità effettive.
Non è la prima volta che il signor Nicoletti critica una nostra iniziativa, e non metto in discussione il suo diritto di farlo. Una critica può essere utile quando mette alla prova una proposta, ne individua i limiti e suggerisce soluzioni migliori. Diventa invece pretestuosa quando, anziché discutere ciò che la FISH chiede, si insinua che dietro la richiesta di risorse si nascondano interessi estranei alla tutela dei diritti. Il Vicepresidente di Nessuno è Escluso trova spesso il tempo per scrivere articoli contro la FISH; viene pertanto da chiedersi se non vi siano questioni più urgenti alle quali dedicare la stessa energia. Io ne vedo ogni giorno: persone che attendono assistenza, famiglie lasciate sole, servizi che mancano. Se il suo tempo è così generosamente disponibile, lo impieghi anche per avanzare una proposta su questi problemi. Sarebbe un contributo più utile che alimentare sospetti su chi chiede le risorse per affrontarli.
La domanda centrale, infatti, non è perché la FISH chieda risorse aggiuntive, ma come si possa garantire che un Progetto di Vita venga realmente attuato e non resti un documento nel quale vengono raccolte aspirazioni legittime senza i sostegni necessari a realizzarle. Se si mette in dubbio l’intenzione di chi solleva il problema, senza entrare nel merito delle soluzioni proposte, si evita di affrontare la questione decisiva: quali risorse servono, chi deve stanziarle e con quali tempi.
La proposta della Federazione è chiara. Chiediamo l’istituzione di un Fondo Unico Nazionale aggiuntivo, vincolato e strutturale, con una dotazione iniziale di 1,5 miliardi di euro, da incrementare sulla base del numero dei progetti attivati e dei bisogni effettivamente rilevati.
Il Decreto Legislativo 62/24 ha introdotto uno strumento importante, perché riconosce la necessità di costruire interventi personalizzati a partire dalla volontà, dalle preferenze e dalle esigenze della persona. Ma il riconoscimento di un diritto non è sufficiente se non è accompagnato dalle risorse per renderlo esigibile.
Sappiamo bene che un Progetto di Vita non può limitarsi a ricomporre, in un unico documento, prestazioni già esistenti, soprattutto quando quelle prestazioni sono insufficienti, frammentarie o non disponibili. Deve poter attivare anche i sostegni che oggi mancano: assistenza personale, interventi educativi, supporti per l’abitare, accompagnamento al lavoro, servizi per la mobilità, tecnologie assistive e ogni altra misura necessaria a consentire alla persona di vivere secondo le proprie scelte. Altrimenti rischiamo di ascoltare le sue aspirazioni, formalizzarle in un progetto e poi comunicarle che non ci sono i mezzi per realizzarle. Sarebbe una forma nuova, e particolarmente grave, di disattesa dei diritti.
È proprio alla luce di questa esigenza che va letta la questione delle risorse. Invece pretestuosamente il signor Nicoletti sostiene che, avendo partecipato ai tavoli sulla riforma, la FISH avrebbe dovuto porre prima il problema dei finanziamenti. Lo abbiamo fatto.
Facciamo dunque un po’ di ordine. La ricostruzione del Vicepresidente di Nessuno è Escluso accosta fatti e momenti diversi, creando una confusione che sembra servire soprattutto ad alimentare la polemica e a screditare l’operato della Federazione. I fatti documentati, però, raccontano una storia diversa: la FISH ha sostenuto la riforma e, fin dall’inizio, ha chiesto le risorse necessarie per renderla effettiva.
Nel comunicato del 15 maggio 2024⁠, pubblicato all’indomani della pubblicazione del Decreto Legislativo 62, la FISH riconobbe il valore della riforma e chiese espressamente al Governo maggiori risorse per attuarla. Nicoletti cita quel comunicato: sa quindi che il problema dei finanziamenti era stato posto fin dall’inizio. Presentare la nostra richiesta attuale come una tardiva presa di coscienza significa ignorare un fatto documentato e spostare il confronto dalle risorse necessarie alla credibilità di chi le sta chiedendo.
Abbiamo sostenuto il Decreto perché ne condividiamo l’impostazione e gli obiettivi. Sostenere una riforma, tuttavia, non significa rinunciare a evidenziarne le condizioni di attuazione. Al contrario, significa assumersi la responsabilità di dire con chiarezza che, senza finanziamenti aggiuntivi, il rischio è quello di produrre una riforma formalmente avanzata, ma concretamente incapace di cambiare la vita delle persone.
Occorre poi attribuire correttamente le responsabilità. La FISH partecipa ai tavoli istituzionali per rappresentare le persone con disabilità, avanzare proposte, segnalare criticità e chiedere correzioni. Non approva la Legge di Bilancio e non decide la distribuzione delle risorse pubbliche. La Federazione risponde delle posizioni che assume e delle proposte che presenta, il Governo e il Parlamento rispondono degli stanziamenti, le Amministrazioni competenti rispondono dell’organizzazione dei servizi e della loro effettiva erogazione. Essere ascoltati durante la costruzione di una norma non equivale ad avere il potere di finanziarla. La partecipazione ai tavoli non trasferisce alle organizzazioni rappresentative la responsabilità delle decisioni di bilancio. Per questo è necessario rivolgere le domande ai soggetti che hanno il potere di assumere quelle decisioni. Chiedere conto dei fondi mancanti a chi li reclama, anziché a chi può stanziarli, non chiarisce il problema e non avvicina di un passo l’attuazione della riforma.
Il signor Nicoletti domanda come siamo arrivati a chiedere un Fondo da un miliardo e mezzo di euro. La risposta, in realtà, è già stata resa pubblica. Se avesse avuto l’umiltà di leggere con attenzione le mie diverse interviste e gli interventi nei quali abbiamo illustrato la proposta, avrebbe trovato gli elementi necessari per comprendere l’origine della cifra. Non si tratta, dunque, di una domanda rimasta senza risposta né di un importo comparso improvvisamente nel dibattito pubblico.
Nella mia recente intervista a VITA o anche su queste stesse pagine, si è indicato con chiarezza il punto di partenza della stima: nella prima fase, almeno 60.000 Progetti di Vita, con un valore medio di 18.000 euro ciascuno. Il calcolo porta a 1 miliardo e 80 milioni di euro. La restante parte della dotazione iniziale, circa 420 milioni di euro, è destinata a coprire i costi necessari a rendere operativo il sistema: valutazione multidimensionale, personale, formazione, coordinamento, monitoraggio, organizzazione territoriale e sostegni oggi non disponibili o non adeguatamente finanziati. Non si tratta, dunque, di una cifra estratta dal nulla, né di un importo presentato come definitivo. È una stima iniziale, costruita sulla base di un’ipotesi di platea e di un costo medio, che dovrà essere verificata e aggiornata attraverso i dati della sperimentazione e della successiva attuazione.
È importante chiarire anche un altro punto: i 18.000 euro rappresentano un valore medio e non un tetto massimo per ogni singolo progetto. I bisogni delle persone sono diversi e non possono essere ricondotti a un importo uniforme. Alcuni Progetti di Vita richiederanno risorse inferiori, altri risorse molto più consistenti. Proprio per questo chiediamo un Fondo strutturale e flessibile, capace di adeguarsi alla situazione concreta della persona e non di imporre un modello standardizzato.
Nicoletti è libero di contestare le nostre ipotesi e di proporre una stima diversa: un confronto fondato su dati e criteri espliciti sarebbe utile a tutti. Nel suo contributo, però, pone domande alle quali abbiamo già risposto pubblicamente e presenta la nostra proposta come se fosse priva di motivazioni. Avrebbe potuto leggere le interviste e i documenti disponibili, oppure chiedere direttamente i chiarimenti che riteneva necessari. Ignorare le spiegazioni già fornite per mettere in dubbio la credibilità di FISH non aiuta a stabilire quante risorse servano alle persone con disabilità. Così facendo, si rischia di indebolire anche la credibilità della propria critica, senza indicare alcun fatto che giustifichi il tentativo di screditare la Federazione.
La domanda appare infatti utilizzata come pretesto per insinuare che la cifra sia stata formulata senza metodo, senza analisi e senza responsabilità. Il problema, quindi, non è soltanto che Nicoletti non riconosca le spiegazioni già fornite. È che sembra voler trasformare una questione tecnica e politica — come finanziare adeguatamente i Progetti di Vita — in un’occasione per screditare l’operato della FISH.
Invece di discutere la platea stimata, il costo medio, le voci di spesa e le modalità di aggiornamento del Fondo, si mette in discussione la credibilità dell’organizzazione che ha avanzato la proposta. È un modo di procedere che non aiuta a verificare la fondatezza delle cifre e non offre alcuna alternativa alle persone che attendono quei sostegni.
Per discutere seriamente una proposta, occorre prima riconoscere ciò che è già stato spiegato pubblicamente e distinguere con precisione le diverse componenti della spesa. Contestare una stima è legittimo; ignorarne le motivazioni per presentarla come arbitraria è invece un’operazione polemica. La critica dovrebbe misurarsi con i dati, non con l’intenzione attribuita a chi li presenta.
In particolare, bisogna tenere separata la spesa già esistente dalla nuova spesa necessaria a rendere effettivo il Progetto di Vita. L’insegnante di sostegno, le prestazioni sanitarie, gli interventi sociali e gli altri servizi già finanziati dalle amministrazioni possono certamente concorrere alla realizzazione del progetto individuale. Ma non possono essere conteggiati come risorse aggiuntive. Se si sommano prestazioni già garantite e nuovi interventi senza distinguere le due componenti, si rischia di rappresentare una disponibilità finanziaria che, nella realtà, non esiste.
Nicoletti richiama inoltre la proposta della FISH per la Legge di Bilancio 2026, che prevedeva un miliardo nel 2027 e tre miliardi annui dal 2028. Quel documento dimostra che la Federazione aveva già portato all’attenzione del Parlamento la necessità di un finanziamento strutturale. Oggi chiediamo una dotazione iniziale di 1,5 miliardi, da adeguare progressivamente in base al numero dei progetti e ai fabbisogni rilevati.
Le diverse cifre non sono necessariamente contraddittorie: possono riflettere fasi diverse della programmazione, platee differenti e livelli diversi di consolidamento del sistema. Il punto comune è però inequivocabile: i Progetti di Vita richiedono risorse aggiuntive, stabili e vincolate. Presentare la variazione degli importi come prova dell’assenza di una posizione significa ignorare la continuità della richiesta politica: finanziare la riforma in modo adeguato e non affidarne l’attuazione a risorse già destinate ad altri servizi.
Non ho mai avuto il piacere di conoscere personalmente il signor Nicoletti. So che ha partecipato a sedi di confronto sulla disabilità in Lombardia e ha ricoperto un ruolo nella Consulta Comunale di Milano. Sarebbe interessante quindi conoscere quali proposte abbia avanzato in quelle sedi per sostenere i Progetti di Vita, quali risposte abbia ricevuto e quali risultati siano stati raggiunti. Se ha elaborato una stima alternativa alla nostra, la presenti: sarà possibile discuterla nel merito, confrontando ipotesi, dati e conseguenze concrete per le persone.
Respingo poi l’accostamento tra le iniziative della FISH e la prossima stagione elettorale. Nicoletti scrive di non avere elementi per attribuirci una finalità elettorale, eppure introduce ugualmente quel sospetto. È proprio questo il modo di procedere che non condivido: ammettere che non ci sono fatti a sostegno di un’insinuazione e, nello stesso tempo, lasciarla circolare. Il dubbio può restare nella mente dei Lettori anche dopo la sua stessa ammissione. Se vuole contestare la nostra richiesta, discuta le cifre e le proposte. Alimentare sospetti senza prove distoglie l’attenzione dalle decisioni che Governo e Parlamento devono assumere.
La FISH ha scritto al Governo e alle forze di opposizione perché il finanziamento della riforma passa dalla Legge di Bilancio e dalle decisioni del Parlamento. Chiedere a tutte le forze politiche di assumersi un impegno pubblico è parte del nostro compito e della nostra autonomia. Un’organizzazione rappresentativa non deve scegliere a quale parte politica rivolgersi, ma deve chiedere a tutte le Istituzioni competenti di rispondere dei diritti che intendono garantire. Attribuire a questa scelta un secondo fine, senza indicare un fatto concreto a sostegno, alimenta la polemica e distoglie l’attenzione dalla questione principale: quali risorse saranno stanziate e con quali tempi?
È proprio qui che il confronto rischia di diventare fuorviante. Se, invece di verificare le cifre, discutere i criteri di stima e individuare i soggetti responsabili delle decisioni, si insinua che la richiesta di finanziamento sia dettata da calcoli elettorali o da interessi estranei alla tutela dei diritti, si introduce un elemento che non aiuta a comprendere né a risolvere il problema. Un’ipotesi sulle intenzioni non può sostituire la verifica dei fatti: può essere formulata solo sulla base di elementi concreti e non può diventare un modo per eludere il merito della proposta.
Dal 1° gennaio 2027 il Progetto di Vita dovrà poter funzionare in tutto il Paese. Per arrivarci servono finanziamenti certi, personale adeguatamente formato, servizi accessibili, procedure chiare e un monitoraggio pubblico dei risultati. Servono anche responsabilità definite: chi deve finanziare deve finanziare; chi deve organizzare deve organizzare; chi rappresenta le persone con disabilità deve continuare a vigilare, proporre e denunciare ciò che non funziona.
La FISH continuerà a chiedere questi impegni alle Istituzioni e a confrontarsi con chiunque presenti proposte concrete, il signor Nicoletti compreso. Il confronto è utile quando aiuta a migliorare le politiche pubbliche e a rendere più forti le ragioni delle persone con disabilità. Quando invece si concentra sulle intenzioni presunte di chi denuncia una carenza di risorse, rischia di diventare un modo per evitare la domanda decisiva: quali sostegni servono alle persone e chi deve garantirli?
Quando un Progetto di Vita resta senza i sostegni necessari, il prezzo non lo paghiamo né io né Nicoletti. Lo paga la persona che continua ad aspettare una risposta, la famiglia costretta a sostituirsi ai servizi, il giovane che non può scegliere dove vivere o lavorare. È a queste persone che dobbiamo il nostro impegno. Ed è nei loro confronti che Governo, Parlamento e Amministrazioni dovranno assumersi le proprie responsabilità.
Mi auguro dunque che questo mio contributo possa aiutare il signor Nicoletti a conoscere, oggi, qualche elemento in più rispetto a ieri e, soprattutto, a evitare di sapere domani le stesse cose che avrebbe potuto apprendere già leggendo con maggiore attenzione i documenti disponibili. Sarebbe un risultato modesto, ma non del tutto trascurabile: almeno una parte del tempo dedicato a polemizzare potrebbe essere impiegata per esaminare dati, proposte e responsabilità. Se dopo questa replica, poi, vorrà ancora contestare la cifra di 1,5 miliardi, lo faccia pure. Ma indichi una stima alternativa, spieghi quali sostegni intende finanziare, chiarisca quali risorse considera già disponibili e soprattutto dica chi, secondo lui, dovrebbe assumersi il compito di garantire ciò che oggi manca. In quel caso il confronto sarebbe finalmente utile, perché non si limiterebbe a chiedere conto a chi denuncia il problema, ma contribuirebbe a individuare una soluzione.
Fino ad allora, continueremo a fare ciò che riteniamo nostro dovere: mettere in fila i numeri, rendere pubbliche le proposte e chiedere alle Istituzioni di assumersi le proprie responsabilità. Il signor Nicoletti potrà continuare a cercare contraddizioni nelle cifre e intenzioni nascoste nelle nostre iniziative. Noi continueremo a cercare risposte per le persone con disabilità. Tra le due attività, la differenza è tutta qui: la prima produce articoli; la seconda produce diritti.
Vincenzo Falabella – Presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie)

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