«A proposito della rappresentazione al Festival di Sanremo che ha visto protagoniste persone con disabilità accompagnate dal messaggio “Io sono come te” – scrive Fortunato Nicoletti, rivolgendosoi alla Direzione della RAI e al Direttore Artistico del Festival stesso -, se davvero si fosse voluto cogliere un’occasione storica, si sarebbe potuto dare spazio a un messaggio più maturo e più coraggioso: riconoscere le differenze, nominare le disuguaglianze, e affermare con chiarezza che il problema non è la diversità, ma la mancanza di pari opportunità»
Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo la seguente lettera aperta rivolta alla Direzione della RAI e al Direttore Artistico del Festival di Sanremo, con l’augurio di poter ricevere (e pubblicare) altre riflessioni e opinioni sia sulla questione specifica, sia in generale sull’importante tema della rappresentazione della disabilità e della comunicazione sulla stessa.
Alla Direzione RAI e al Direttore Artistico del Festival di Sanremo, scriviamo in merito alla rappresentazione andata in onda durante la seconda serata del Festival di Sanremo, che ha visto protagoniste persone con disabilità accompagnate dal messaggio Io sono come te.
La nostra non è una critica rivolta alle persone presenti sul palco, alle quali va pieno rispetto. È una riflessione sul messaggio culturale trasmesso e sulla responsabilità che il servizio pubblico assume quando affronta temi così rilevanti.
Lo slogan Io sono come te appare, a prima vista, inclusivo. Tuttavia, contiene una semplificazione problematica. Nessuno è “come” qualcun altro: le differenze sono parte costitutiva dell’esperienza umana. L’uguaglianza non significa omologazione, ma pari dignità e pari diritti pur nella diversità. Ridurre il discorso alla rassicurazione dell’uguaglianza rischia di oscurare la realtà concreta delle disparità.
In àmbito culturale esiste un termine preciso per descrivere alcune modalità di rappresentazione della disabilità: abilismo. L’abilismo non è soltanto discriminazione esplicita, ma anche quell’insieme di narrazioni che, pur animate da buone intenzioni, mettono al centro lo sguardo e il bisogno emotivo della maggioranza anziché l’esperienza reale delle persone con disabilità.
Un concetto collegato è quello di Inspiration Porn, ossia l’utilizzo della disabilità come strumento motivazionale o simbolico per suscitare emozione, commozione o senso di gratitudine nel pubblico. Quando la presenza di persone con disabilità viene caricata di un valore simbolico che supera la loro individualità, si rischia di trasformare l’inclusione in spettacolarizzazione.
Il punto centrale è questo: la partecipazione a un palco prestigioso, per quanto significativa, non colma il divario di opportunità che molte persone con disabilità continuano a vivere quotidianamente. Le difficoltà di accesso all’istruzione, le barriere nel mondo del lavoro, la carenza di servizi adeguati, le barriere architettoniche e culturali non vengono superate attraverso una presenza simbolica né attraverso uno slogan rassicurante.
Se davvero si fosse voluto cogliere un’occasione storica, il Festival avrebbe potuto dare spazio a un messaggio più maturo e più coraggioso: riconoscere le differenze, nominare le disuguaglianze, e affermare con chiarezza che il problema non è la diversità, ma la mancanza di pari opportunità.
Il servizio pubblico non ha solo la funzione di intrattenere, ma anche quella di contribuire alla maturazione culturale del Paese. Per questo la qualità del messaggio conta quanto la sua visibilità. Un palco può accendere un riflettore, ma se quel riflettore non illumina le cause delle disuguaglianze rischia di trasformarsi in un gesto simbolico che rassicura senza incidere.
Ciò che delude non è l’intenzione inclusiva, ma l’occasione mancata. In un contesto seguito da milioni di persone, si sarebbe potuto proporre un messaggio più aderente alla realtà, più rispettoso della complessità e più capace di stimolare consapevolezza collettiva.
Perché il vero cambiamento non nasce dall’emozione momentanea, ma dalla capacità di riconoscere e affrontare ciò che ancora limita non la parità omologazionale ma l’effettiva equità.
Con questa lettera auspichiamo pertanto che in futuro la rappresentazione della disabilità possa evolvere verso una narrazione meno simbolica e abilista e più trasformativa, capace cioè di andare oltre lo slogan e di contribuire realmente a una cultura delle pari opportunità e di quello che a cui noi pensiamo sia necessario: il mondo di tutti e per tutti!
Con rispetto.
*Vicepresidente di Nessuno è Escluso ODV.
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