«Quel ragazzo di Pinerolo – scrive tra l’altro Gennaro Pezzurro, a proposito di quanto accaduto in Piemonte, dove risulta che un ragazzo con disabilità sia stato ustionato da un compagno con un accendino, mentre gli altri compagni filmavano la scena – non ha bisogno della nostra commozione, ha bisogno che nelle aule dove tornerà ci sia qualcuno disposto a fermare quel braccio. Un compagno che si alzi, un professore che si accorga, un genitore che abbia insegnato al figlio che il coraggio non è fare il duro, è non voltarsi dall’altra parte»
Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo il seguente contributo di Gennaro Pezzurro, presidente della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che prende spunto dal grave episodio accaduto in Piemonte, a Pinerolo, dove risulta che un ragazzo con disabilità sia stato ustionato da un compagno con un accendino, mentre gli altri compagni filmavano la scena.
Sempre prima i disabili: il diverso è la prova generale…
Immaginate di essere lui. Un bagno di scuola, le piastrelle fredde, quell’odore di urina e di paura. Una fiamma piccola, quasi ridicola, che si avvicina alla pelle. E intorno dei volti che conoscete, quelli con cui condividete l’aula, la ricreazione, le gite. Nessuno si muove. Qualcuno ha il telefono in mano e il pollice sul rosso.
Secondo quanto raccontato dalla preside di quella scuola di Pinerolo, Roberta Martino, è andata così. Ho letto e riletto, e il pensiero non è andato a chi teneva l’accendino. Il cattivo c’è sempre stato, in ogni scuola e in ogni epoca. Una volta, però, trovava davanti a sé qualcuno che gli dicesse basta. Il pensiero è andato agli altri, a quelli che guardavano. Perché la barbarie, quando arriva, ha sempre bisogno di un pubblico.
Conosciamo bene il meccanismo. Per due giorni l’Italia si commuove: gli editoriali, le lacrime, il «ragazzo speciale», «un angelo», «un esempio». È l’Inspiration Porn: la disabilità ridotta a una favola edificante per consolare chi sta bene. Poi la notizia scade, come il latte, e il giorno dopo si torna a considerare quel ragazzo quello che per molti è sempre stato: un intralcio, un costo, un’ombra in fondo al corridoio.
Pietismo e crudeltà non sono nemici. Sono due facce della stessa moneta, perché in entrambi i casi l’altro non è un pari, è un oggetto: da compatire o da bruciare. La commozione di cui abbiamo bisogno è un’altra: non quella che ci fa sentire buoni, ma quella che ci fa alzare dalla sedia.
Dire che «la barbarie torna» è retorica solo finché non guardi come comincia. Non comincia con i lager. Comincia con lo sguardo che smette di riconoscere un volto. La psicologia sociale lo studia da decenni. Susan Fiske ha mostrato che le persone con disabilità cadono tipicamente nella casella del «caldo ma incompetente»: suscitano una pietà paternalistica che, quando l’altro diventa un peso, può rovesciarsi in disprezzo. Lei stessa, con Lasana Harris, ha documentato per i gruppi più emarginati una sorta di spegnimento dei circuiti cerebrali con cui riconosciamo l’altro come persona. Nick Haslam ha dato un nome a questo processo, la deumanizzazione. Martha Nussbaum, in Nascondere l’umanità, ha spiegato come il disgusto, quel brivido verso il corpo che non somiglia al nostro, sia stato per secoli il carburante dell’esclusione.
Sono gli stessi ingredienti che, negli Anni Venti e Trenta, prepararono il terreno al nazifascismo, che le persone con disabilità chiamava «vite indegne di essere vissute» e che eliminò per prime, con i programmi di “eutanasia” che furono il laboratorio di ciò che venne dopo. Non è un paragone iperbolico, è storia: il diverso è sempre la prova generale.
Oggi il vento soffia nella stessa direzione. Una politica mondiale che esalta la forza, la prestazione, il vincente; che trasforma la fragilità in colpa e la diversità in minaccia; che premia la brutalità del linguaggio e il disprezzo per chi resta indietro. Un ragazzo di 16 anni non ha bisogno di leggere un trattato per capire chi, nel mondo che vede ogni giorno sul telefono, vale e chi no.
E allora mettiamo in guardia tutti, perché le premonizioni ci sono, e chi dice di non averle viste mente o non ha voluto guardare. Il linguaggio che si indurisce, le parole del disprezzo che tornano a circolare senza più vergogna, il fastidio per chi chiede diritti spacciato per buonsenso, la fragilità trattata come una colpa: sono i sintomi che la storia ci ha già mostrato.
Primo Levi ci lasciò una frase che dovremmo appendere in ogni aula: «È accaduto, dunque può accadere di nuovo». Non è una minaccia, è un avvertimento. E vale per tutti, non solo per chi oggi vive con una disabilità: perché la barbarie comincia sempre dai più fragili, ma non si ferma mai lì. Chi crede di essere al sicuro perché oggi non tocca a lui sta solo aspettando il suo turno.
C’è poi un fenomeno che chi lavora sul campo conosce, ma di cui si parla poco: il rancore di chi ce l’ha fatta. Michael Sandel, nella Tirannia del merito, descrive l’arroganza dei vincitori: chi crede di dovere tutto a se stesso finisce per pensare che chi è rimasto indietro se lo meriti.
Jonathan Mijs ha mostrato che più una società è diseguale, più i suoi cittadini credono nella meritocrazia: la disuguaglianza produce l’ideologia che la giustifica. Jim Sidanius e Felicia Pratto, con la teoria della dominanza sociale, hanno descritto la spinta a difendere le gerarchie di cui ci si sente beneficiari.
Io aggiungo un’ipotesi, che le ricerche rendono plausibile senza trasformarla in legge: per chi si è appena arrampicato fuori da una condizione di fragilità, la fragilità altrui è uno specchio insopportabile. Odiare il debole è un modo di scacciare il ricordo di esserlo stato.
È il meccanismo che Primo Levi, nei Sommersi e i salvati, chiamò la «zona grigia». Nei lager, i kapò erano spesso prigionieri come gli altri, ma a cui il sistema aveva concesso un gradino di privilegio: una razione in più, un po’ di potere sui compagni. E quel gradino bastava. Il potere non ha bisogno di convincere gli oppressi a stare dalla sua parte: gli basta offrire loro qualcuno su cui scaricare l’umiliazione. Il neofita della ricchezza, come il kapò, è spesso il più feroce guardiano del recinto, perché ha più da perdere e più da dimenticare. Levi ci mise in guardia dal giudicare con leggerezza chi finì in quella zona, e aveva ragione. Ma ci disse anche che bisogna conoscerla, perché è lì che il male si organizza.
Questo vale anche per i luoghi dove i ragazzi, di fatto, oggi si formano: gli schermi.
C’è stato un tempo in cui la televisione pubblica italiana credeva di avere un compito. Negli Anni Sessanta un maestro, Alberto Manzi, insegnava a leggere e scrivere a milioni di adulti analfabeti con Non è mai troppo tardi. La Rai portava nelle case i grandi romanzi in forma di sceneggiato, dai Promessi sposi all’Odissea. Dal 1981 Piero Angela spiegava la scienza a un Paese che di scienza non masticava, con pazienza, chiarezza e rispetto per l’intelligenza di chi guardava. Quella televisione non era perfetta, spesso era paternalista e ingessata. Ma partiva da un’idea: che il pubblico fosse fatto di cittadini da elevare, non di consumatori da trattenere.
Poi, a partire dagli Anni Ottanta, qualcosa si è spezzato. L’arrivo della TV commerciale ha cambiato la domanda, da «che cosa è utile sapere?» a «che cosa tiene incollati?». E la risposta è stata la velocità, il frammento, l’emozione immediata, la rissa. Neil Postman, già nel 1985, in Divertirsi da morire, avvertiva che non saremmo stati rovinati da ciò che odiamo, come in Orwell, ma da ciò che amiamo, come in Huxley: un flusso continuo di intrattenimento che ci rende incapaci di prendere sul serio qualunque cosa.
Marshall McLuhan lo aveva intuito prima di tutti: il medium è il messaggio. Non conta solo ciò che un mezzo dice, ma ciò che fa a chi lo usa: come educa lo sguardo, la memoria, il tempo dell’attenzione. Un mezzo che premia il frammento produce menti fatte a frammenti. Studiosi come Nicholas Carr e Maryanne Wolf hanno sostenuto che la lettura profonda, quella che richiede tempo e silenzio, si indebolisce quando passiamo la giornata a saltare da uno stimolo all’altro. Il dibattito scientifico su quanto e come è aperto, ma la domanda che pongono è inevitabile: la mente è un muscolo e se non la alleniamo, si assottiglia. E una mente superficiale è una mente che non sa mettersi nei panni di nessuno, perché mettersi nei panni di qualcuno richiede lentezza, immaginazione, fatica.
Abbiamo consegnato l’educazione dei nostri figli a piattaforme private, nate altrove, con interessi che non coincidono con i nostri e con un modello di business fondato sull’attenzione e sull’indignazione. Non è un’accusa moralistica, è una descrizione del loro modello economico: più ci arrabbiamo, più restiamo, più valiamo.
La televisione pubblica è di tutti, e proprio per questo ha un dovere: non rincorrere i social, ma competere con loro sul loro terreno, con linguaggi nuovi, contenuti pedagogici, pensiero critico, cultura della convivenza. Il servizio pubblico non è un lusso. È l’ultima infrastruttura che abbiamo per raccontarci una storia diversa da quella dello scontro.
Ora tocco il nervo scoperto del nostro mondo. Abbiamo una delle legislazioni più avanzate d’Europa e dobbiamo avere il coraggio di dirci che non basta. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, approvata nel 2006 e ratificata dall’Italia con la Legge 18 del 2009, è un testo straordinario, ma soprattutto è un testo pedagogico. L’articolo 8 (Accrescimento della consapevolezza) impegna gli Stati a sensibilizzare la società, a combattere stereotipi e pregiudizi, a promuovere una rappresentazione rispettosa nei media, a coltivare fin dalla più tenera età, nel sistema educativo, un atteggiamento di rispetto verso i diritti delle persone con disabilità. L’articolo 24 (Educazione) chiede una scuola davvero inclusiva a ogni livello.
Si può fare un’inclusione di carta, ed è quella che abbiamo fatto troppo a lungo: i decreti, le circolari, gli adempimenti. Ma una norma non ha mani per fermare un braccio in un bagno. Le ha solo la cultura. E la cultura non si decreta: si coltiva, con la pazienza e gli investimenti che si dedicano alle cose che contano davvero.
Alcune scelte recenti del Ministero dell’Istruzione e del Merito rischiano di sembrare mosse di facciata, annunci buoni per il titolo del giorno e poco altro. Non è questione di colore politico: la scuola non si cambia a colpi di spot. Servono più coraggio e più visione, il coraggio di investire in un’educazione innovativa e, soprattutto, di insegnare ai ragazzi a pensare. Spirito critico, capacità di dubitare, di non farsi trascinare dal branco, di dire «no» quando tutti stanno guardando. Non esistono scorciatoie: l’inclusione nasce solo da lì.
E il coraggio ha un prezzo, che va scritto nero su bianco: servono risorse economiche e finanziarie, stanziate in modo strutturale, per gli Enti del Terzo Settore veri, quelli che lavorano da anni accanto alle famiglie e ai ragazzi, e che dell’educazione sono il complemento naturale.
Strutturale significa stabile, programmato, pluriennale, non l’elemosina del bando che scade a giugno. Basta con i progetti nelle scuole: il progetto sulla legalità, quello sul bullismo, quello sull’inclusione, il laboratorio di tre incontri e l’attestato finale, la giornata celebrativa con le foto per i social. Sono pannicelli caldi, che permettono a tutti di dire «abbiamo fatto qualcosa» senza che cambi nulla. L’educazione civile non è un evento, è un’abitudine, e le abitudini si costruiscono con la continuità, non con la sagra.
Infine, una cosa che dobbiamo dirci in casa nostra. Il disimpegno civile è la malattia di questo tempo. Quando le persone perbene si ritirano nel privato, a indignarsi dal divano, gli spazi non restano vuoti: li occupano altri, e non sono i migliori. Chi crede ancora nella civiltà europea, quella dei diritti, della tolleranza, della dignità di ogni persona, quella che sembra sparita dai radar, deve tornare a fare politica sul serio. Non per sdegno, per mestiere. Entrare nei consigli, nelle scuole, nelle redazioni, nei luoghi dove si decide. Sporcarsi le mani. Unirsi, che è la parola più dimenticata del nostro tempo.
E l’impegno si impara, come si imparano le tabelline. Per questo la scuola deve tornare a essere ciò che è stata nei suoi momenti migliori: un motore di civiltà, il luogo dove un ragazzo scopre che esiste una cosa chiamata cittadinanza e che non è una materia da interrogazione, ma un modo di stare al mondo. Dove si impara a discutere senza azzannarsi, a decidere insieme, a prendersi cura di qualcosa che non sia solo il proprio voto. Non un parcheggio noioso per giovani in attesa della vita vera, né un posto di lavoro di ripiego per laureati disoccupati, a cui nessuno ha mai chiesto se hanno la vocazione di educare. Chi insegna deve essere scelto, formato, pagato e rispettato come chi ha in mano il futuro del Paese, perché è esattamente ciò che ha in mano.
Il ragazzo di Pinerolo non ha bisogno della nostra commozione, ha bisogno che nelle aule dove tornerà ci sia qualcuno disposto a fermare quel braccio. Un compagno che si alzi, un professore che si accorga, un genitore che abbia insegnato al figlio che il coraggio non è fare il duro, è non voltarsi dall’altra parte.
Cominciamo a costruire quelle aule, e quelle persone, prima che il silenzio diventi la lingua di tutti.
*Presidente della FISH Campania (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie).
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