Collocamento mirato: ma mirato a chi? Quando trovare un lavoro sostenibile diventa già un lavoro insostenibile

di Federica Quercia*
«Non cerco un lavoro “per autistici” e non cerco un lavoro “da disabile” – scrive Federica Quercia -. Non voglio che qualcuno guardi una diagnosi e decida al posto mio che sono incapace, ma non voglio neppure che, per paura di discriminarmi, qualcuno faccia finta che le mie incapacità non esistano. Voglio un lavoro adatto al mio funzionamento, ma sembra che sia impossibile. E allora mi chiedo: collocamento mirato, ma mirato a chi?»

Profilo di donna in ombraLa Legge 68 del 1999 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) non parla semplicemente di assumere persone con disabilità, ma di collocamento mirato. Non è una differenza puramente linguistica: l’articolo 2 di tale norma, infatti, definisce il collocamento mirato come quell’insieme «di strumenti tecnici e di supporto che permettono di valutare adeguatamente le persone con disabilità nelle loro capacità lavorative e di inserirle nel posto adatto, attraverso analisi di posti di lavoro, forme di sostegno, azioni positive e soluzioni dei problemi connessi con gli ambienti, gli strumenti e le relazioni interpersonali sui luoghi quotidiani di lavoro e di relazione».
Le Linee Guida Nazionali adottate nel 2022 (Decreto Ministeriale 43/22) insistono a loro volta su un approccio che tenga conto della persona, del contesto e delle caratteristiche del posto di lavoro. Questo, naturalmente, non significa che la legge prometta a ogni persona con disabilità un posto inventato appositamente per lei: sarebbe scorretto sostenerlo. Ma quella parola, mirato, deve pur significare qualcosa. Presuppone almeno che esistano due elementi da mettere in relazione, una persona e un lavoro, e che non basti sapere che la prima appartiene alle “categorie protette” e che il secondo è disponibile. Bisogna conoscere entrambi.
È proprio prendendo sul serio questa parola che, per me, cominciano i problemi. Perché io al collocamento mirato ci sono stata e oggi mi ritrovo ancora a chiedermi: a cosa stiamo mirando?

Il primo lavoro è trovare lavoro
Cercare lavoro è già un lavoro. Può sembrare un gioco di parole, finché non proviamo a scomporre concretamente tutto ciò che significa: capire a quali servizi rivolgersi, iscriversi, cercare informazioni, comprendere bandi, progetti e annunci, aggiornare il curriculum, selezionare le offerte, candidarsi, controllare le mail, rispondere a sconosciuti, telefonare o farsi telefonare, organizzare appuntamenti, spostarsi, sostenere colloqui, raccontarsi, presentare le proprie competenze, gestire i rifiuti e l’incertezza, sollecitare chi non risponde e, quando non funziona, ricominciare.
Nel mio caso bisogna fare anche un’altra cosa, particolarmente difficile: spiegare bene ciò che non riesco a fare. Bisogna saper dire che un’offerta non è compatibile senza sembrare poco motivati, spiegare che poche ore non significano poca voglia di lavorare, far comprendere che un curriculum apparentemente discreto non rappresenta necessariamente ciò che si riesce a sostenere oggi. Bisogna persino riuscire a spiegare una distinzione che sulla carta sembra semplice, ma nella pratica non lo è affatto: essere capaci di svolgere una mansione non significa necessariamente essere capaci di sostenerla nel tempo.
E qui incontro il primo paradosso. Per trovare un lavoro compatibile con le mie difficoltà, devo prima dimostrare di saper fare quasi autonomamente molte delle cose che le mie difficoltà rendono difficili: orientarmi, pianificare, organizzarmi, espormi, comunicare con sconosciuti, reggere l’incertezza, valutare opportunità, promuovermi e negoziare i miei bisogni. Tutto questo prima ancora di aver lavorato un’ora.
Il primo lavoro che mi viene richiesto è quindi trovare il lavoro, ed è già un lavoro che faccio fatica a sostenere. È da qui che nasce il sottotitolo di questo mio contributo: quando trovare un lavoro sostenibile diventa, di per sé, un lavoro insostenibile.
Se una persona ha bisogno del collocamento mirato anche perché la sua capacità di muoversi autonomamente nel mercato del lavoro è ridotta, quanto senso ha consegnarle sostanzialmente gli strumenti del lavoratore ordinario e aspettare che sia lei a trovare l’incastro? Non significa che qualcuno debba fare tutto al suo posto. Significa chiedersi se anche il percorso verso il lavoro debba essere mirato, e non soltanto il lavoro che forse troverà alla fine.

Dov’è la parte “protetta”?
Da qualche tempo guardo gli annunci rivolti alle “categorie protette” facendo mentalmente un piccolo esperimento: tolgo dal titolo la dicitura “L. 68/99” e rileggo l’offerta. Molto spesso, negli annunci che incontro, il resto potrebbe essere tranquillamente rivolto a chiunque: flessibilità, dinamismo, orientamento al cliente, capacità relazionali, problem solving, lavoro in team, gestione dello stress, disponibilità nei weekend, raggiungimento degli obiettivi. E allora mi viene spontaneo chiedermi: dov’è la parte “protetta”?
La domanda non significa affatto che una persona appartenente alle “categorie protette” non possa essere dinamica, lavorare con il pubblico, assumersi grandi responsabilità o avere una carriera complessa. È proprio questo il punto: “categoria protetta” non descrive una persona. Non dice quante ore riesca a lavorare, quanto rumore tolleri, se possa lavorare su turni, se riesca a utilizzare il telefono, quanto possa spostarsi, quanta interazione sociale riesca a sostenere, quanta autonomia organizzativa possieda o quanto recupero le serva dopo una giornata lavorativa. Dice qualcosa sul suo inquadramento giuridico, ma non ci dice chi abbiamo davanti.
Mi chiedo allora se, in alcuni casi, il meccanismo non rischi di funzionare al contrario: invece di partire dalla persona con disabilità e cercare un posto compatibile, partiamo da un posto già perfettamente definito e cerchiamo, tra le persone appartenenti alle “categorie protette”, quella che riesca ad adattarvisi meglio. Il paradosso sarebbe notevole: le persone più facilmente collocabili potrebbero essere proprio quelle che hanno meno bisogno che il collocamento sia realmente “mirato”, mentre chi necessita maggiormente di un incontro preciso tra capacità, limiti e caratteristiche del lavoro rischia di diventare più difficile da collocare.

«Ma allora perché ti sei candidata?»
Recentemente mi sono candidata spontaneamente a un annuncio per una posizione di sales assistant [“addetta alle vendite”, N.d.R.] riservata alle “categorie protette”. Sapevo che cosa c’era scritto: nessuno mi aveva indirizzata verso quella posizione e nessuno mi aveva promesso che il lavoro sarebbe stato adattato alle mie esigenze. È importante precisarlo, perché altrimenti sarebbe troppo facile trovare un colpevole e perdere il punto.
Una responsabile mi ha scritto proponendomi un colloquio. Prima di accettare le ho chiesto se il ruolo fosse esclusivamente customer facing (“a contatto con i clienti”). La risposta è stata affermativa. Le ho spiegato allora ciò che stavo cercando: un impegno ridotto, idealmente entro le quindici ore settimanali, mansioni semplici e prevedibili e un carico relazionale contenuto. Ho chiesto se all’interno dell’azienda esistessero eventualmente attività più operative o di supporto. La risposta è stata molto chiara e corretta: la posizione disponibile prevedeva ventiquattro ore settimanali e attività esclusivamente rivolte al cliente. Al momento non esistevano opportunità compatibili con le necessità che avevo descritto, ma il mio profilo sarebbe stato tenuto in considerazione qualora ne fossero emerse in futuro.
Nessuno aveva sbagliato. L’azienda cercava una persona per svolgere un determinato lavoro; io cercavo un lavoro compatibile con determinate possibilità e determinati limiti. Quel lavoro e quella persona, semplicemente, non coincidevano. Ed è proprio l’assenza di un “colpevole” a rendere interessante l’episodio, perché il problema diventa un altro: chi dovrebbe occuparsi dello spazio che rimane tra noi due? L’azienda mi dice, correttamente, «questo è il lavoro che abbiamo», io rispondo, altrettanto correttamente, «questo è il lavoro che riesco a sostenere». Le due cose non coincidono e quindi ricomincio: apro un altro annuncio, leggo, cerco di capire, mando un altro curriculum, aspetto, eventualmente parlo con qualcuno, spiego nuovamente le mie necessità, scopriamo magari un’altra incompatibilità, ringrazio e ricomincio ancora.
È esattamente qui che la ricerca di un lavoro sostenibile comincia a diventare essa stessa un lavoro insostenibile. Non perché le aziende siano necessariamente cattive, non perché tutti gli annunci rivolti alle “categorie protette” siano sbagliati e nemmeno perché io non voglia lavorare, ma perché il lavoro necessario per trovare il punto d’incontro continua a rimanere sulle mie spalle.
Ed è precisamente quel punto d’incontro che pensavo fosse contenuto nella parola mirato.

Non esiste un Indeed per persone con disabilità
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: se sai che un lavoro non è compatibile, semplicemente non candidarti. Ed è vero. Ma dove dovrei candidarmi? Credo di aver capito soltanto recentemente che cosa stessi cercando quando selezionavo il filtro “categorie protette” nei portali di lavoro. Non soltanto un annuncio al quale avessi formalmente diritto di candidarmi, ma, forse ingenuamente, un lavoro nel quale quella dicitura significasse qualcosa anche rispetto al modo in cui il lavoro era stato pensato.
“Categoria protetta”, però, non significa automaticamente meno ore, meno pressione, meno responsabilità, meno contatto con il pubblico o mansioni più semplici. E sarebbe sbagliato se significasse necessariamente questo, perché moltissime persone appartenenti alle “categorie protette” non hanno bisogno di nulla del genere. Il filtro mi dice «puoi candidarti». Non mi dice «questo lavoro può essere sostenibile per te». Tra queste due frasi c’è un abisso.
Per questo qualche volta mi viene da usare un’espressione volutamente provocatoria: non esiste un Indeed per persone con disabilità, ovvero un motore di ricerca che sia quello giusto. Non intendo dire che dovrebbe esistere un mercato separato, popolato da lavori “da disabili”. Intendo dire che un normale portale può filtrare la città, la professione, il contratto, le ore e l’appartenenza alle categorie protette, ma non può filtrare il funzionamento di una persona. Non posso inserire in una casella: posso lavorare, ma per poche ore; ho bisogno di mansioni semplici e prevedibili; non riesco a sostenere un ruolo esclusivamente a contatto con i clienti; ho bisogno di poche pressioni e di un carico relazionale contenuto; non posso attraversare ogni giorno tutta la città; cerco un lavoro semplice non perché non abbia studiato, ma perché questo è ciò che oggi riesco a sostenere.
E probabilmente non è nemmeno ragionevole pretendere che un motore di ricerca sappia fare tutto questo. Ma allora chi dovrebbe farlo? Un portale di annunci può mettere in relazione un curriculum e un’offerta. Il collocamento mirato dovrebbe riuscire a mettere in relazione una persona e un lavoro.

Il curriculum registra la prestazione, non il costo di essa
C’è poi un altro strumento che, nel mio caso, produce un paradosso: il curriculum. Se potessi, qualche volta mi presenterei al lavoro senza. Non perché non abbia fatto nulla, ma per il motivo opposto. Il mio curriculum, infatti, racconta una storia vera, ma rischia di raccontare quella sbagliata. Registra dove ho lavorato, cosa ho studiato, quali mansioni ho svolto e quali competenze ho acquisito. È perfettamente normale che chi lo legge utilizzi il passato per prevedere il futuro: hai fatto questo, quindi presumibilmente puoi farlo ancora. Ma il curriculum registra la prestazione, non il costo della prestazione. Non racconta come stavo mentre facevo quelle cose, quante energie richiedessero, quanto recupero fosse necessario, che cosa succedesse fuori dall’orario di lavoro. Soprattutto, non racconta se quell’esperienza fosse sostenibile oppure se io stessi semplicemente resistendo.
Così accade una trasformazione curiosa: se ho lavorato con il pubblico, la fatica di lavorare con il pubblico diventa “esperienza con il pubblico”; se ho sostenuto determinate responsabilità, quelle responsabilità diventano competenze; se sono riuscita a resistere a determinati ritmi, quella resistenza diventa la prova che posso sostenerli. La fatica diventa competenza, la resistenza diventa requisito e ciò che sono riuscita a sopportare diventa ciò che ci si aspetta che io possa continuare a fare. Ma essere sopravvissuta a qualcosa non significa essere adatta a rifarla.
Vorrei quindi che qualcuno leggesse il mio curriculum anche al contrario: hai fatto questo, ma come stavi mentre lo facevi? Quanto ti costava? Perché hai smesso? Quale parte di quell’esperienza rappresenta davvero una competenza utile e quale rappresenta, invece, qualcosa che non dovrebbe essere ripetuto?
Non sto cercando necessariamente il gradino successivo. Non voglio capitalizzare tutto ciò che mi ha fatto male trasformandolo in esperienza professionale. Non chiedetemi soltanto cosa ho già fatto. Chiedetemi cosa posso fare oggi senza farmi a pezzi.

Vorrei essere considerata meno capace
Questa richiesta mi conduce a una frase che può suonare terribile: io vorrei, almeno per alcuni aspetti, essere considerata meno capace di quanto appaio. Non meno intelligente, meno degna, meno adulta o meno persona. Meno capace di sostenere determinate richieste. Sono cose completamente diverse.
Il mio curriculum può farmi sembrare più competente; i miei studi possono suggerire un certo livello di autonomia; il modo in cui scrivo può dare un’impressione di funzionamento molto diversa da quella che sperimento in altri àmbiti della vita. Posso ragionare su un problema complesso e avere enormi difficoltà a organizzare una giornata. Posso scrivere un articolo e avere difficoltà a fare una telefonata. Posso sostenere bene una conversazione in alcune circostanze e non riuscire a tollerare un ambiente ad alta intensità relazionale per molte ore consecutive. Posso aver fatto qualcosa una volta senza poterla fare cinque giorni alla settimana. Non c’è necessariamente una contraddizione: le capacità umane non sono un’unica barra che sale e scende tutta insieme.
Abbiamo combattuto, giustamente, contro la presunzione di incompetenza associata alla disabilità. Abbiamo imparato a parlare di potenzialità, autonomia, competenze e capacità, ed era necessario. Ma esiste forse anche il rischio opposto: rendere incapacità una parola impronunciabile.
Io non voglio che qualcuno guardi la mia diagnosi e presuma ciò che non so fare. Sto chiedendo quasi il contrario: credetemi quando sono io a dirvi che qualcosa non riesco a farla! Non ho bisogno che qualcuno creda più di me nelle mie capacità. Ho bisogno che qualcuno creda anche a me quando descrivo le mie incapacità, perché un limite non è necessariamente il nemico dell’inclusione. A volte è un’informazione indispensabile per costruirla.
Valere meno e poter fare meno sono due frasi completamente diverse.

Non voglio un lavoro adatto alla mia diagnosi
Io sono autistica, ma questa informazione, da sola, dice ancora pochissimo sul lavoro che potrei sostenere. Conosco altre persone autistiche che lavorano in banca, insegnano o lavorano in proprio; alcune non appartengono neppure alle “categorie protette”.
Recentemente, parlando con altre persone autistiche, ho chiesto se si considerassero realmente disabili. Una persona mi ha risposto di no: la sua neurodivergenza può crearle disagio in alcune situazioni, ma non compromette le attività quotidiane e non sente di avere bisogno di sostegno.
È stata una risposta importante, perché possiamo condividere la stessa diagnosi senza condividere la stessa esperienza della disabilità, la stessa autonomia o la stessa capacità lavorativa. A volte sono proprio altre persone autistiche a non comprendere perché io faccia così fatica, e non c’è nulla di strano: abbiamo la stessa diagnosi, non lo stesso funzionamento.
Recentemente mi è stato proposto un progetto rivolto specificamente a persone autistiche appartenenti alle “categorie protette”, con formazione in àmbito informatico e cybersecurity seguita da un tirocinio. Può essere un progetto eccellente, per qualcun altro. La mia prima reazione è stata molto più semplice: ma a me l’informatica non interessa.
Questa banalissima frase contiene un altro paradosso. Possiamo costruire un progetto specificamente dedicato alle persone autistiche e, contemporaneamente, non partire dalla specifica persona autistica che abbiamo davanti. Prima esiste il contenitore — autismo, informatica, formazione, tirocinio — e poi cerchiamo le persone che possano entrarci. Io avrei bisogno di invertire la direzione della freccia: prima la persona, poi il funzionamento. Quante ore può sostenere? In quale ambiente? Con quale quantità di interazione? Con quali responsabilità? A quale distanza? Di quanta prevedibilità ha bisogno? Che cosa sa fare? Che cosa non può fare? Che cosa potrebbe imparare e che cosa, invece, non dovrebbe essere costretta semplicemente a imparare a sopportare? Soltanto alla fine dovrebbe arrivare la domanda: quale lavoro? Non voglio un lavoro adatto alla mia diagnosi. Voglio un lavoro adatto al mio funzionamento.

Io non arrivo al lavoro “divisa per diagnosi”
C’è poi un’altra questione: io non sono soltanto autistica. Nel mio funzionamento attuale pesano moltissimo anche l’evitamento, una depressione che mi accompagna da tempo e una fiducia nelle mie capacità estremamente fragile. L’autismo contribuisce: sovraccarico, imprevedibilità, richieste sociali e continuo adattamento possono consumare rapidamente le risorse che ho, ma stabilire esattamente dove finisca una cosa e inizi l’altra è quasi impossibile.
Io non arrivo al lavoro “divisa per diagnosi”. Non posso lasciare la depressione a casa e portare con me soltanto l’autismo perché il progetto al quale partecipo è destinato alle persone autistiche, né posso chiedere all’evitamento di aspettarmi fuori mentre faccio un colloquio. Non posso consegnare a un servizio una diagnosi alla volta e aspettarmi che, sommando le risposte, compaia magicamente la persona. Al lavoro arriva tutto insieme. Arrivo io. E se il collocamento è davvero mirato, il bersaglio dovrebbe essere proprio quella persona intera.

Poi arriva la parola magica: inclusione
A questo punto compare inevitabilmente una parola: inclusione. È difficile parlare oggi di disabilità, scuola, lavoro o politiche sociali senza incontrarla, ma che cosa significa davvero includere qualcuno?
La domanda non è puramente filosofica, perché possiamo intendere l’inclusione in modi molto diversi e, se la interpretiamo male, le conseguenze possono ricadere direttamente sulla vita e sulla salute delle persone. Per qualcuno inclusione significa soprattutto non essere considerato diverso, ed è comprensibile. Una persona con disabilità può non volere che qualcuno le assegni preventivamente meno responsabilità, che la consideri fragile, che interpreti ogni sua caratteristica attraverso una diagnosi o che presuma un’incapacità che non esiste. Ha tutto il diritto di chiederlo. Ma esiste anche chi sa di avere dei limiti e magari lo sa proprio perché ha già sperimentato che cosa accade quando tenta di vivere come se quei limiti non esistessero. Anche questa persona ha diritto di essere ascoltata, perché essere trattati come se fossimo tutti identici non è necessariamente inclusione.
Io posso pretendere di avere lo stesso valore di un’altra persona senza avere la stessa capacità lavorativa. Posso volere gli stessi diritti senza riuscire a sostenere lo stesso numero di ore. Posso desiderare autonomia, rispetto e partecipazione sociale, senza riuscire a sopportare gli stessi ritmi, gli stessi ambienti e la stessa pressione.
Essere uguali in dignità non significa dover funzionare tutti allo stesso modo. Forse allora la parola inclusione ha necessariamente una componente individuale. Ma fino a che punto può essere interpretabile? È giusto che possa significare quasi qualunque cosa?
Esiste un rischio antico ed evidente: guardare una persona con disabilità e decidere in anticipo che non possa fare nulla. Ma forse esiste anche un rischio più moderno, benevolo nelle intenzioni e quindi più difficile da riconoscere: guardarla e continuare a dirle «puoi fare tutto». E se non fosse vero?

Quando l’inclusione diventa adattamento
Io posso adattarmi. L’ho già fatto. Ed è proprio questo il problema, perché riuscire a fare qualcosa e riuscire a sostenerla sono due misure completamente diverse della capacità.
Una persona può riuscire a lavorare per mesi o persino per anni in un ambiente incompatibile con il proprio funzionamento. Può alzarsi, presentarsi puntuale, svolgere le mansioni, parlare con i clienti, sorridere, rispettare gli obiettivi e tornare il giorno successivo. Vista da fuori, quella persona funziona. La fotografia del luogo di lavoro, però, non racconta necessariamente quello che succede dopo. Non dice quanta energia rimanga per mangiare, occuparsi della casa, avere relazioni, gestire un imprevisto o coltivare un interesse. Non dice se il fine settimana sia tempo di vita oppure semplicemente il tempo necessario a recuperare abbastanza energie per tornare al lavoro il lunedì. Non dice se la persona stia costruendo una vita oppure recuperando continuamente dal lavoro per riuscire a tornare al lavoro. E soprattutto non dice per quanto tempo riuscirà a continuare.
Una persona può superare ripetutamente il proprio limite e apparire comunque capace, finché qualcosa cede. Il prezzo può essere un peggioramento del benessere psicologico, una fase depressiva, un burnout, una crisi, un crollo del funzionamento o un lungo periodo nel quale diventa necessario fermarsi e provare a rimettersi in piedi.
Questo non significa che ogni difficoltà debba essere evitata o che una persona con disabilità debba vivere al riparo da stress, rischio e frustrazione. Vivere comporta fatica e lavorare comporta fatica. Ma esiste una differenza tra una fatica che attraversiamo e una condizione che riusciamo a sostenere soltanto consumandoci. Se non impariamo a riconoscere quella differenza, rischiamo di chiamare inclusione qualcosa che assomiglia molto di più alla capacità della persona di adattarsi finché riesce a farlo.
E allora la domanda diventa scomoda: se riesco a entrare nel mondo del lavoro, ma per restarci devo stare male, sono davvero inclusa?

Entrare non basta
Forse abbiamo scelto l’indicatore sbagliato. Una persona è stata assunta: benissimo. Ma l’assunzione è un evento; l’inclusione è ciò che succede dopo. È ancora lì tra un anno? Come sta? Gli accomodamenti funzionano? Il numero di ore è sostenibile? Il lavoro è compatibile con il resto della sua vita? Riesce a restare oppure sta resistendo? Restare e resistere sono due verbi molto diversi.
Forse la riuscita di un inserimento lavorativo non dovrebbe essere misurata soltanto dalla possibilità di entrare, ma anche dalla possibilità di restare senza doversi ammalare per riuscirci. Un lavoro, infatti, non è necessariamente sostenibile soltanto perché una persona riesce materialmente a svolgerlo: dovrebbe essere sostenibile abbastanza da lasciarle una vita intorno. Altrimenti abbiamo ottenuto una lavoratrice, ma forse abbiamo perso tutto il resto della persona.

È giusto buttarsi nel vuoto?
Naturalmente esiste un’obiezione: come facciamo a sapere cosa possiamo fare se non proviamo? È vero. Nessuno può conoscere perfettamente i propri limiti prima di incontrarli. Vivere significa anche rischiare, sperimentare, sbagliare valutazione e qualche volta scoprire di essere capaci di qualcosa che credevamo impossibile. Il problema non è provare. Il problema è quando buttarsi nel vuoto diventa il metodo ordinario con cui una persona deve scoprire se un lavoro la farà stare male. Prova, magari ce la fai. Accetta, magari questa volta sarà diverso. Stringi i denti e vediamo quanto resisti. Se non funziona, fermati, riprenditi e poi ricomincia.
Per qualcuno può essere crescita. Per qualcun altro può diventare una successione di inserimenti, sovraccarichi, crolli e lunghi periodi necessari per recuperare. A quel punto il problema non è più se quella persona abbia avuto abbastanza coraggio, ma se il metodo stesso abbia senso.
Io non cerco un posto nel quale riuscire a resistere abbastanza a lungo da poter dire di averci provato. Cerco un posto nel quale poter restare.
Forse il collocamento mirato non dovrebbe cercare il massimo che una persona riesce a fare, ma quanto quella persona riesca a fare in maniera sostenibile, perché il massimo e il sostenibile non sono necessariamente la stessa cosa. E confonderli può costare anni.

Quindici ore sono lavoro
Se provo a tradurre tutto questo nella mia situazione attuale, il risultato può sembrare poco ambizioso: io vorrei lavorare poco. Lo dico volutamente senza addolcirlo. Indicativamente non più di quindici ore alla settimana, con mansioni semplici, chiare e prevedibili, responsabilità contenute, poche pressioni, un carico relazionale ridotto e un luogo facilmente raggiungibile e non troppo distante da casa. Non sto cercando una carriera o una nuova specializzazione e non sento il bisogno che qualcuno trasformi necessariamente questa richiesta in un percorso il cui obiettivo finale sia farmi lavorare sempre un po’ di più. Voglio trovare qualcosa che riesca a fare e, soprattutto, a continuare a fare.
Quindici ore sono lavoro. Tre ore al giorno sono lavoro. Una mansione semplice è lavoro. Avere poche responsabilità non significa non contribuire e avere bisogno di prevedibilità non significa non avere nulla da offrire.
Forse alcune persone non hanno bisogno di essere continuamente spinte verso il gradino successivo. Forse hanno bisogno che qualcuno costruisca un gradino sul quale riescano finalmente a restare. Ed è qui che compare il paradosso più difficile.

«Un lavoro così non esiste»
Mia madre qualche volta mi dice che il lavoro che descrivo probabilmente non esiste. Può darsi. Forse nessuna azienda pubblicherà mai esattamente l’annuncio che sto immaginando. Ma se la risposta è questa, la domanda successiva diventa inevitabile: e quindi?
Se posso lavorare quindici ore, ma il mercato me ne chiede ventiquattro, trenta o quaranta, che cosa succede? Se posso contribuire al mio sostentamento ma non produrre abbastanza reddito da mantenermi, dove vengo collocata? Qual è il piano B?
Non sto dicendo di non saper fare niente. È precisamente questo il problema: so fare qualcosa. La domanda è quanto, per quanto tempo, in quali condizioni e a quale prezzo. Tra la persona pienamente capace di sostenere il mercato del lavoro ordinario e quella totalmente incapace di lavorare esiste un territorio enorme. Io mi trovo da qualche parte lì dentro e vorrei sapere chi si occupa delle persone che abitano quello spazio.
La mia frase non è «non posso lavorare», è molto più complicata: posso lavorare, ma forse non abbastanza da poter vivere del mio lavoro. Che cosa facciamo delle persone che possono contribuire, ma non abbastanza da raggiungere attraverso la propria produttività una piena autosufficienza economica? Diciamo loro di lavorare più di quanto riescano? Diciamo che, se non riescono, allora non esiste un lavoro per loro? Oppure riconosciamo che tra piena autonomia lavorativa e totale incapacità può essere necessaria una terza possibilità?
Potrebbe essere una combinazione tra ciò che una persona riesce realmente a fare, il lavoro che la società riesce a renderle accessibile e il sostegno necessario a coprire ciò che il lavoro, da solo, non può garantire. Perché non possiamo dire contemporaneamente a una persona che il lavoro che riesci a sostenere probabilmente non esiste e che devi mantenerti lavorando. Da qualche parte, tra queste due frasi, deve esserci una risposta.

Mirato a chi?
E allora torno alla parola da cui ero partita: mirato. La legge parla di valutazione delle capacità lavorative, strumenti di supporto, analisi dei posti di lavoro e inserimento nel posto adatto. Io non leggo queste parole come la promessa di un lavoro perfetto, ma come una domanda che il sistema dovrebbe rivolgere anche a se stesso: quanto siamo davvero capaci di partire dalla persona?
Non dalla diagnosi, dalla percentuale di invalidità, dal progetto che abbiamo già costruito, dal posto che un’azienda deve coprire o dal curriculum. Dalla persona: da ciò che sa fare e da ciò che non sa fare, dal numero di ore che riesce a sostenere, dalle condizioni nelle quali riesce a farlo, dal costo che quella prestazione ha sul resto della sua vita, da ciò che potrebbe imparare e anche da ciò che non deve necessariamente imparare a sopportare. Soltanto dopo dovrebbe arrivare il lavoro. Altrimenti invertiamo la direzione della freccia: abbiamo già il bersaglio e cerchiamo una persona sufficientemente compatibile da colpirlo. Ma se il collocamento è davvero mirato, forse il bersaglio dovrebbe essere un altro: l’incontro sostenibile tra quella specifica persona e quel determinato lavoro. Non il massimo che riesce a sopportare. Non ciò che il suo curriculum suggerisce che dovrebbe riuscire a fare. Non ciò che mediamente riescono a fare altre persone con la stessa diagnosi. Ciò che quella persona può fare e continuare a fare senza che il prezzo dell’inclusione diventi la sua salute.
Non cerco un lavoro “per autistici” e non cerco un lavoro “da disabile”. Non voglio che qualcuno guardi una diagnosi e decida al posto mio che sono incapace, ma non voglio neppure che, per paura di discriminarmi, qualcuno faccia finta che le mie incapacità non esistano.
Non voglio un lavoro adatto alla mia diagnosi. Voglio un lavoro adatto al mio funzionamento. Posso lavorare, forse poco e forse non abbastanza da mantenermi, ma poco non significa niente. E soprattutto non voglio più confondere l’essere capace di entrare con l’essere capace di restare. Perché l’inclusione non dovrebbe essere il momento in cui una persona riesce finalmente a entrare nel mondo degli altri. Dovrebbe essere il momento in cui non è più costretta a farsi male per poterci restare.
Se per trovare quel posto devo prima sostenere da sola un lavoro che non riesco a sostenere, se per essere aiutata devo dimostrare l’autonomia che sto chiedendo aiuto a costruire, se per essere considerata inclusa devo adattarmi fino al punto di ammalarmi, allora la contraddizione rimane.
La legge lo chiama collocamento mirato. Ma mirato a chi?

*[email protected] (pagina Instagram a questo link). Ne segnaliamo anche, sempre sulle nostre pagine, i contributi: intitolato “Ottenere una diagnosi di autismo a 33 anni e sapere cosa farne sono due cose completamente diverse” (a questo link), “Non trasformiamo l’autismo in un ‘superpotere’” (a questo link) e “Il diritto di non sapersi difendere” (a questo link).

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